Tra il 4 e il 9 febbraio, la polizia di Dakar, la capitale del Senegal ha arrestato 12 uomini tra cui uno dei presentatori televisivi più noti del Paese. L'accusa era di rapporti omosessuali e presunta «trasmissione intenzionale dell'HIV». Nei mesi successivi gli arresti sono continuati: ad aprile un tribunale ha condannato un ventiquattrenne a sei anni di carcere per atti contro natura e, negli ultimi giorni, a Tambacounda, nel centro-est del Paese, sono state messe in custodia cautelare venti persone tra cui alcune donne. Tutte le persone fermate sono state sottoposte a test forzati per l'HIV.

Si parla di retate, arresti, denunce e una vera e propria gogna contro le persone LGBTQIA+. È la conseguenza di un clima ostile radicato nel Paese che si è ulteriormente radicalizzato quando, lo scorso 31 marzo, il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye ha firmato una legge per duplicare la pena massima per i reati omosessuali previsti dall'articolo 319 del codice penale e criminalizzare la «promozione dell'omosessualità». A questo si aggiunge poi una tendenza pericolosa, che sta mettendo in allarme le associazioni umanitarie del Paese, ossia l'utilizzo sempre più frequente dell'accusa di «trasmissione volontaria di HIV».



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GUY PETERSON

La nuova legge

L'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch ha recentemente rilevato un aumento dell'ostilità verso le persone LGBT in Senegal sottolineando come, per anni, i parlamentari abbiano tentato di inasprire le pene detentive e le sanzioni contro le relazioni tra persone dello stesso sesso. Ci sono riusciti solo quest'anno con la nuova legge che ha portato da cinque a dieci anni le pene detentive per atti sessuali con un partner dello stesso sesso. La norma è stata approvata a larghissima maggioranza dall'Assemblea nazionale: 135 voti a favore, nessuno contrario e tre astensioni. Oltre all'aumento delle pene la legge ha anche criminalizzato la «promozione» dell'omosessualità, che include qualsiasi rappresentazione pubblica e qualsiasi sostegno finanziario da parte di individui o organizzazioni alla comunità LGBTQ+, con pene detentive da tre a sette anni per chi trasgredisce. È una tendenza che negli ultimi anni risulta evidente in diversi Paesi africani dell'area: anche Burkina Faso, Mali, Uganda e Ghana hanno infatti introdotto nuove leggi particolarmente severe contro la comunità LGBTQ+.

Test di HIV forzati

La situazione in Senegal preoccupa gli attivisti e le organizzazioni umanitarie tanto che a Milano, in occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia, è stato previsto un sit-in di fronte al consolato del Senegal per porre l'attenzione sull'emergenza nel Paese. Secondo Alice Bordaçarre della Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH) la legge è ormai talmente ampia da mettere a rischio chiunque si occupi non solo di diritti LGBTQIA+ ma anche di diritti umani in generale. In particolare gli arresti delle persone sieropositive e i test sierologici forzati sempre più diffusi stanno mettendo in pericolo anche gli attivisti per la salute. «Se ti batti per l'accesso all'assistenza sanitaria per le persone con HIV o per le lavoratrici e i lavoratori del sesso, potresti essere considerato come un promotore dell'omosessualità», ha spiegato Bordaçarre a The New Humanitarian.

In Senegal l'HIV colpisce solo lo 0,5% della popolazione, ma tra gli uomini omosessuali la percentuale sale al 27,6%. Mouhamadou Seck, direttore dell'organizzazione senegalese per la tutela dei diritti umani RADDHO, ha spiegato che ormai lo stato sierologico può determinare se le persone rimarranno in detenzione o meno. «Ogni volta che c'è un arresto», ha dichiarato, «viene richiesta una visita medica per accertarsi che la persona non sia affetta da HIV/AIDS. Nella maggior parte dei casi, quando una persona risulta sieropositiva continua a essere trattenuta in detenzione. Se la diagnosi è negativa, viene rilasciata automaticamente».

Eppure, come spiegano gli esperti, molti degli imputati assumono farmaci antiretrovirali che riducono la carica virale e impediscono di trasmettere il virus dal punto di vista clinico. Altri, poi, non sono nemmeno a conoscenza del proprio stato di salute. «Le persone arrestate sono costrette a sottoporsi al test dell'HIV e i risultati vengono resi pubblici, il che costituisce una violazione del diritto alla privacy e del diritto a essere trattate con dignità», ha spiegato Larissa Kojoué, ricercatrice di Human Rights Watch, «Questo scoraggia ulteriormente le persone dal cercare assistenza. Abbiamo ricevuto segnalazioni di esami anali forzati, che rappresentano una violazione dell'integrità fisica».

Il clima di terrore sta spingendo molte persone a considerare di lasciare il Paese oltre a influire notevolmente sul lavoro di sensibilizzazione sull'HIV. «I pazienti sieropositivi dicono di avere paura di venire. Non vogliono essere arrestati», ha denunciato Safiatou Thiam, segretario esecutivo del Consiglio nazionale per l'AIDS (CNLS). Il rischio peggiore, a suo dire, è l'aumento dei contagi e la riduzione dell'accesso alle cure nel Paese: «Quello che succederà», avverte, «è che l'infezione da HIV tornerà a diffondersi».