Avete mai provato a fare un semplice test? Andate nelle impostazioni del vostro smartphone, scorrete fino alla sezione delle app e controllate il tempo che passate all'interno di app come Instagram o TikTok. Il risultato potrebbe (ma forse no) stupirvi. È qui che nasce il focus dell'articolo di oggi. Può un social network creare dipendenza? È la domanda che da mesi attraversa discussioni pubbliche e anche procedimenti legali, ebbene sì. A riaccendere la miccia sono state le parole di Adam Mosseri, alla guida di Instagram, secondo cui anche passare fino a sedici ore in un giorno sull’app non equivale automaticamente a una dipendenza clinica. Piuttosto, ha spiegato, si parlerebbe di uso problematico. Una sfumatura quasi innocua, ma che in realtà pesa enormemente quando si discutono responsabilità delle piattaforme e impatti sulla salute mentale, soprattutto dei più giovani. Del resto, vedere un CEO di una delle app più famose al mondo arrivare in un'aula di tribunale può fare strabuzzare gli occhi, soprattutto se a intentare la causa è una ragazza ventenne californiana (su cui vige il massimo riserbo per quanto riguarda il nome). La causa legale vede infatti Meta (proprietaria di Instagram), YouTube e altre grandi piattaforme social accusate di aver progettato algoritmi e funzionalità in modo da creare comportamenti compulsivi negli utenti, specialmente nei giovani.

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APU GOMES//Getty Images


Il futuro della Gen Z passa (anche) da qui

Il caso di questa ragazza ha cominciato a smuovere vari pensieri in coetanei, genitori, insegnanti, giornalisti e più in generale nella società. Ne stiamo parlando, e sicuramente è già una prima vittoria. Eppure, questa presenza così forte sui social, ha generato nei confronti della ragazza ansia, paura, depressione e senso di inferiorità nei confronti degli altri utenti. Ed è proprio a questi capi che Mosseri ha risposto, sottolineando come da parte dell'app ci sia un'attenzione particolare riguardo la salute mentale. Non è un caso infatti che proprio recentemente dall'app siano stati rimossi numerosi filtri di bellezza. Secondo Mosseri infatti non esiste una documentazione scientifica che possa affermare con assoluta certezza una "dipendenza da Instagram". Per questo, secondo lui, sarebbero da rigettare proprio le accuse appena menzionate. Tra i nuovi aggiornamenti, tra l'altro, è stato rilasciata da poco anche una funzione per mandare in modalità "sleep" le numerose notifiche dell'app (anche se, come ricordato, questa causa coinvolge tutti i principali colossi social).

Divieto dei social under 15 anche in Italia?

La Francia si prepara a introdurre una delle misure più radicali in Europa per la tutela dei minori nell’era digitale: un divieto che impedirà ai ragazzi sotto i 15 anni di utilizzare i social network. La proposta, già approvata all’Assemblea nazionale con ampia maggioranza, dovrà ora ottenere il via libera del Senato prima di diventare legge. L’obiettivo dichiarato è affrontare i rischi legati all’uso precoce dei social media, come ansia, sovraccarico da schermo, cyberbullismo e pressione sociale. Il divieto (già arrivato anche in Spagna e Australia) potrebbe entrare in vigore già all’inizio del prossimo anno scolastico, imponendo alle piattaforme l’adozione di sistemi più efficaci per verificare l’età e bloccare l’accesso ai giovanissimi. Secondo i sostenitori della norma, i social network e gli algoritmi che li governano sono progettati per catturare l’attenzione degli utenti, spesso senza considerare la fragilità emotiva degli adolescenti. La proposta prevede che nessun minore di 15 anni possa creare o utilizzare un account su piattaforme come Instagram, TikTok, Snapchat o altri servizi che offrano feed di contenuti, messaggistica o funzioni di commento. E in Italia? «Le leggi ci sono già, ma non vengono applicate», le parole di Michele Iaselli, coordinatore Coordinatore del Comitato Scientifico di Federprivacy in un'intervista a Il Fatto Quotidiano. Chissà!