Da quattro anni, ogni novembre, la bandiera transgender si erge sulla facciata di Palazzo Marino. Un simbolo di solidarietà, certo, ma anche di rappresentazione palpabile. Un immagine che riacquista la sua dignità, e con essa, tutte le persone che vi sono di fronte.

Il 23 novembre Milano l'ha appesa di nuovo quella bandiera, in nome del Transgender Day of Remembrance (TDoR), che ogni 20 novembre commemora le persone transgender vittime di violenza e discriminazione, e che ha spinto la città a congregarsi e a scendere in strada con bandiere e striscioni per la Trans Lives Matter March, organizzata da ACET – Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere, insieme allo Sportello Trans di ALA Milano Onlus.

Ma non sono stati solo i numeri esorbitanti delle vittime di quest'anno a muovere la marcia, ma anche l'indignazione verso quella matrice violenta e discriminatoria da cui derivano quegli stessi numeri, ma che dilaga anche in popoli oppressi.

La marcia è stata infatti dedicata anche alla Palestina, di cui la comunità trans
riconosce la sua stessa dignità, e ne esige la stessa libertà e giustizia
. Una battaglia comune, insomma, intersezionale e sentita, da parte di tutti i partecipanti, che di fronte alla propria persecuzione identifica una violenza comune, pretendendone l'eradicazione.

La marcia è diventata così una portavoce rumorosa di storie diverse, ma che si intrecciano nel silenzio alimentato dall'odio, il filo conduttore di ogni singolo caso. Come la storia di Sara Millerey González Borja, una donna trans uccisa in Colombia questo aprile mentre veniva ripresa dai passanti. O quella di Kesaria Abramidze, donna transgender georgiana uccisa dal proprio compagno lo scorso anno. O di Sam Nordquist, un giovane uomo trans torturato e ucciso nello Stato di New York questo febbraio. E come dimenticare le “100 sconosciute di Evin”, termine che identifica tutte le persone trans scomparse dopo il bombardamento al carcere di Evin a Teheran nel giugno 2025.

Il carcere in questione, noto per le numerose torture, i maltrattamenti e le violazioni ai diritti umani, simboleggia per molti la repressione del regime iraniano, secondo cui essere transgender è un reato, pena le condizioni inumane poste nel carcere, in cui i loro stessi corpi sono costretti a vivere.

La marcia ha intimato invece corpi liberi, slegati da scenari brutali, emancipati dalle autocrazie che abitano le notizie di tutti i giorni, in diverse parti del mondo. Una richiesta semplice, in fondo, perché come ci ricorda Monica Romano, consigliera comunale e vicepresidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili e della Commissione Speciale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio del Comune di Milano, «difendere la nostra esistenza e i nostri diritti dovrebbe essere una scelta ovvia per chiunque creda nella democrazia».