«Faccio fatica a fissare i pensieri dopo la sentenza della Corte Suprema, quindi farò ciò che so fare meglio nei momenti di rabbia e incanalerò la mia energia nell'arte». Scriveva così l'artista trans Nahal Hashir all'indomani della sentenza britannica che lo scorso aprile ha stabilito che la definizione giuridica di “donna” debba valere solo per le persone biologicamente di sesso femminile e non per le donne trans. La sentenza si inserisce nel solco di una generale tendenza a limitare i diritti delle persone trans a cui stiamo assistendo negli Stati Uniti, ma anche in Europa negli ultimi anni.

Ora le opere di Hashir sono state tra quelle esposte alla mostra Trans Rage al Chats Palace di Londra, una risposta artistica all'erosione dei diritti, nei giorni in cui nella capitale britannica si è svolto il Trans + Pride. «Si parla tanto di gioia trans, ed è importante, ma sentivamo che ci fosse bisogno di spazio per la rabbia delle persone transgender e non binarie», hanno spiegato a Dazed gli organizzatori Lee Leaff Pond e Sunny Hayward, «soprattutto perché siamo sottoposti a una pressione enorme per risultare gradevoli al mondo esterno e non troppo spaventosi». Per questo Londra riparte dalla rabbia come punto fermo per non retrocedere.

Rabbia trans

La rabbia può essere un motore per far sentire la propria voce, può anche essere un antidoto alla paura. La sentenza della Corte Suprema fa paura perché mette in dubbio l'identità di molte persone e ha effetti concreti sulle loro vite portando, ad esempio, il governo del Regno Unito a vietare alle donne trans l'uso dei bagni femminili e agli uomini trans l'uso di quelli maschili. La comunità LGBT+, però, sta costruendo percorsi di resistenza e il 26 luglio 100.000 persone sono scese in piazza a Londra per il London Trans+ Pride. È stata la più grande edizione dell'evento, con 40.000 persone in più rispetto al 2024. «Siamo più determinati che mai a farci vedere e a far sapere alla gente che meritiamo un posto su questa terra», hanno dichiarato gli organizzatori alla BBC.

«Amore, rabbia e solidarietà», si legge sotto ai post della manifestazione e forse è davvero l'era della Trans rage, della riappropriazione di un'emozione . La rabbia delle persone trans è spesso demonizzata, nel suo saggio Performing Transgender Rage del 2015 l'accademica Susan Stryker paragona la propria rabbia a quella del mostro di Frankenstein di Mary Shelley. «Come il mostro, anch’io sono molto spesso percepita come non pienamente umana a causa delle modalità della mia incarnazione; e come accade al mostro, anche la mia esclusione dalla comunità umana alimenta in me una rabbia profonda e duratura che, come il mostro, rivolgo contro le condizioni nelle quali devo lottare per poter esistere». La rabbia di chi è discriminato viene spesso posta sotto ricatto, usata per alimentare stereotipi e svalutare istanze. Vale per la rabbia femminile, storicamente declassata a "isteria" e vale per la rabbia delle persone nere, della comunità LGBT+, delle persone trans.

«Quando le persone trans si arrabbiano, le persone cisgender usano questa rabbia per "dimostrare" che le nostre identità di genere non sono valide, o come un modo per screditarci», raccontava nel 2021 l'autrice Charlie Jane Anders a Teen Vogue, «Se una persona trans femminile si arrabbia, si sta comportando troppo come un ragazzo. Se una persona trans mascolina si arrabbia, questo viene usato per dimostrare che la sua identità maschile è causa di cattivi comportamenti. Tutte le persone trans, comprese le persone non binarie e gender-fluid, sono costantemente costrette a dimostrare di non essere la minaccia instabile che i transfobici spesso cercano di dipingere».

Proprio per questo, i curatori della mostra Trans Rage hanno deciso di intercettare questa emozione e trasformarla in motore creativo, ripartire dalla rabbia per fa fronte a tempi destabilizzanti. L'esposizione è durata tre giorni, ha accolto 400 persone e mostrato 19 opere di artisti: sculture, dipinti, video, fotografie e una performance. Ma gli organizzatori non vogliono fermarsi qui. «Siamo solo all'inizio del nostro viaggio», spiega Lee Leaff Pond, «Questa è stata solo la prima di una lunga serie di iniziative artistiche che apriranno la strada a dibattiti che è necessario affrontare». «La cosa importante per entrambi», spiega il curatore, «è non considerare la rabbia come un'entità distruttiva: non si tratta solo di distruggere le cose. È un'opportunità per affrontare l'oppressione e incanalarla in arte trasformativa. È importante che le persone prendano la propria rabbia e la trasformino in qualcosa di bello e in grado di cambiare la vita: non solo per sé stesse, ma anche per rendere il mondo un posto migliore».