«Cose che ho visto a gennaio che mi hanno fatto venire voglia di fare arte: 1 - I pezzi di arenaria di Latika Nehra 2 - Le animazioni disegnate a mano di Gaia Alari 3 - Due foto dalla mostra di Erika Morillo 'Mother Archive' presso Jay Seven Studio, New York 4 - Il lavoro di Theegulla Veneka 5 - Schemi e lavori in ferro alla stazione della metropolitana sulla 15esima strada 6 - L'intero corpo di lavoro di Szilveszter Mako». La lista continua: 14 punti, quelli che ogni mese Rama Duwaji raccoglie sul suo profilo Instagram. Sono frammenti di cose che ha visto passeggiando, opere, sculture, oggetti, dettagli apparentemente insignificanti che la ispirano. I suoi post e il suo profilo rispecchiano il suo modo di fare arte: come un archivio, un mosaico di ricordi, identità, persone, cause.
Rama Duwaji ha 28 anni ed è la nuova - come sta venendo definita in queste ore - «first lady di New York City». A febbraio ha sposato il neo eletto sindaco della città Zohran Mamdani, ma la loro storia d'amore (si sono conosciuti su Hinge e le foto del matrimonio sono quelle che tutti vorremmo) è forse paradossalmente la cosa meno interessante di lei. Duwaji è prima di tutto un'artista, o forse lo è insieme a tutto il resto senza gerarchie scontate: insieme al suo essere una figlia (suo padre è uno sviluppatore di software e sua madre è un medico), una donna, un'amica, una moglie proprio per la sua capacità di tenere insieme i pezzi come forma di cura. Duwaji è un'illustratrice, realizza meravigliose animazioni in bianco e nero che spesso compaiono su pubblicazioni come il New Yorker, The Cut o la BBC. Il digitale è dove la sua arte si esprime, ma spesso si prende una pausa dalla tecnologia e crea ceramiche fatte a mano realizzando piatti illustrati.
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La sua arte è fortemente influenzata dalle sue origini e dall'esperienza dello sradicamento e del ritorno alle origini. «Ho vissuto nel Consiglio di cooperazione del Golfo per 10 anni come l'Amreekiya, l'americana (sono completamente siriana, ma all'epoca avevo i capelli più chiari, avevo idee "occidentali" e non parlavo l'arabo fluentemente), ma quando sono arrivata in America mi sono resa conto che non ero affatto americana nel senso tipico del termine», ha detto nel 2019 in un'intervista a Shado Mag, «semplicemente non riuscivo a identificarmi». Racconta di essersi aggrappata alla sua «identità mediorientale» che «non è intrinsecamente siriana né emiratina». Ha iniziato a esplorare temi legati alla nostalgia, all'accettazione della propria cultura e del proprio corpo anche quando non corrisponde a standard di bellezza eurocentrici. Nel 2018 ha realizzato "Razor Burn", un fumetto sulla dismorfia corporea e i peli corporei, e poi "Small Wins", un'altra graphic novel su come imparare a gestire le giornate quando ci sembra di non funzionare affatto.
Le più belle illustrazioni di Rama Duwaji
Oggi l'arte di Duwaji parla ancora di identità e migrazione, ma anche di memoria, comunità, della cura reciproca a cui aggrapparsi di fronte a guerre, eccidi, odio, ingiustizie. Sul suo profilo si alternano illustrazioni che denunciano lo sterminio e la distruzione di Gaza, animazioni sulla Global Sumud Flotilla, una serie in cui intervista donne siriane sulle loro ricette preferite e poi le disegna, un «ritratto dello zio yemenita che gestisce il negozio al mio angolo e mi chiama habibti». C'è un suo disegno pubblicato in occasione del nuovo libro di Andrea Long Chu e ci sono dei suoi ritratti di «persone dietro l'artigianato della Settimana della Moda» pubblicati su The Cut per dare visibilità al loro lavoro «quando tutto il resto sembra così estrattivo e non umano!!». «"L'artigianato eleva il concetto di cura", una citazione di Rian Phyn e fondamentalmente il mio mantra per fare arte», scrive Duwaji.
Negli anni è riuscita a creare uno spazio dove tenere insieme arte e presenza politica, esperienze personali (le passeggiate nel quartiere, le persone che incontra, gli oggetti su cui posa lo sguardo) e voci a cui dare importanza. Oni tanto compare anche Mamdani, anche se poco, nonostante Duwaji abbia contribuito con il suo gusto e il suo occhio artistico alla campagna elettorale del marito. «Citerò sempre Nina Simone: "Per quanto mi riguarda, il dovere di un artista è quello di riflettere i tempi», ha dichiarato a YUNG, «In questo momento, vivendo in una New York turbolenta, vedo l'arte come uno strumento di archiviazione, un modo per conservare ricordi, sia personali che collettivi, in un modo che le parole da sole non sempre riescono a fare». L'arte continua a essere per lei, proprio come quando scarabocchiava sugli angoli dei fogli, uno strumento per elaborare ciò che accade nel mondo, da vicino e da lontano.
«Mi sembra un modo per creare una casa; consolida i muri intorno a me che altrimenti sembrano sul punto di crollare», spiega, e questo è vero soprattutto per il suo impegno nel parlare di Gaza e del popolo palestinese attraverso le immagini. «L'unico modo per garantire che la mia dedizione a una causa duri», spiega, «è dosarmi i tempi e mantenere le energie. Questo significa riposare, trascorrere del tempo con la famiglia e gli amici. Andare sull'oceano e contare quante conchiglie si trovano. Accarezzare un gatto e sussurrargli parole dolci. Mangiare un pasto caldo con le mani. Sono tutti momenti di tenerezza e sollievo che ci fanno andare avanti e, quindi, mantengono vivo il movimento. Non possiamo avere l'uno senza l'altro, e per me sono questi i momenti che mi spingono a disegnare, tanto quanto la causa stessa».












