Su Instagram si posta in analogico. Si fanno le fotografie con i rullini o con le istantanee, e poi si postano le immagini digitalizzate. Sembra un modo per dire: esisto anche al di fuori di qua, queste immagini le ho scattate con l'Instax Mini a una festa, lo smartphone dimenticato chissà dove, ho aspettato che i visi comparissero sui film e, solo dopo, ho scelto di digitalizzarle e postarle. È un modo per prendere le distanze dal mondo digitale a favore di un tempo più lento, che piace alla Gen Z. Non è un caso, infatti, che le polaroid siano così di moda.

Le macchine fotografiche istantanee non richiedono la pazienza, la spesa e la competenza tecnica della fotografia analogica, ma non sono nemmeno immediate e volatili come gli scatti con la fotocamera dello smartphone. Si collocano a metà, in uno spazio di confine che permette a una generazione, che si guarda indietro perché l'avanti spaventa, di coltivare la nostalgia.



Il ritorno delle polaroid

È curioso osservare come le polaroid non siano mai davvero state sostituite dalle nuove tecnologie, specie se si pensa che Instagram, l'app delle immagini, è nata proprio ricreando i famosi quadratini delle vecchie macchine istantanee tramite i filtri Valencia e Juno e il caratteristico riquadro bianco degli inizi. Eppure nel 2001 la Polaroid Corporation sembrava destinata a scomparire dopo aver dichiarato bancarotta. Dopo la fondazione nel 1939, il lancio della prima macchina istantanea nel 1948 e decenni di successo raggiungendo il massimo fatturato nel 1991, era in atto un rapido declino tanto che, nel 2008, l'azienda annunciò l'interruzione definitiva della produzione di pellicole istantanee.

Quello che è successo dopo è un'operazione nostalgia che ha segnato un cambio di passo in controtendenza all'avanzare del digitale. Il marchio è stato rilanciato da un'azienda chiamata The Impossible Project. Il progetto impossibile era salvare le fotografie istantanee per tutti gli appassionati che non accettavano di rassegnarsi a un unico nuovo modo di catturare i riflessi della realtà. Ha funzionato anche grazie all'amore della Gen Z per i rassicuranti feticci del passato. Ma non è solo che «I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduti» come scrive Proust, non è solo la romanticizzazione dei tempi andati, ma il punto sembra piuttosto la ricerca, nel presente, di un modo di vivere che assuma estetiche ma anche ritmi diversi e più umani.

Perché ci piacciono tanto?

Oggi, quando fotografiamo in digitale, proviamo a riprodurre l'imperfezione dell'analogico, le macchie di colore, le ombre, le forme fuori fuoco e gli eccessi di luce. Per farlo esistono filtri seppia e app che promettono di far sembrare ogni immagine più tangibile e vissuta. Sono app che cercano di reintrodurre le storture date dall'imprevedibilità della luce all'interno di un device, come lo smartphone, che promette invece di escludere ogni margine di casualità a favore del controllo e della riproduzione esatta (o, al massimo, migliorata) del reale. Il risultato, quindi, non può essere lo stesso delle vecchie macchine, con il rischio onnipresente di rullini inceppati, foto sottoesposte e i momenti più belli cancellati da eccessi di luce. L'imperfezione studiata e controllata risulta inautentica. È come se l'estetica d'altri tempi che vogliamo per i nostri feed non potesse davvero piegarsi ai metodi digitali e alla fretta degli scatti in tempo reale, ma si ottenesse solo attraverso una fase di latenza (anche se di pochi minuti, come nelle polaroid), nascesse dalla lentezza priva di controllo dell'attesa.

Ma se fosse proprio l'attesa, allora, che stiamo ricercando? Se avessimo capito che è dall'imprevisto e dalle pause obbligate che nascono sorpresa e meraviglia? Tenere costantemente con noi la possibilità di registrare (e quindi monitorare, rivedere, analizzare) la realtà e conservarla impacchettata nei nostri smartphone assomiglia a un'apnea. Forse la lentezza dei processi chimici e dei supporti fisici non è un passaggio da saltare o accorciare, ma un'esperienza che ci stiamo perdendo, funzionale a creare immagini, meno veritiere, ma più simili ai ricordi e alla vita e, soprattutto, necessaria a ritrovare la libertà di non pensarci in ogni momento per come siamo davvero, ma per come il mondo ci trasforma: distorti, sfuocati, imperfetti, in via di sviluppo.