«A dirla tutta un codice Ateco per chi fa sex work esisteva già», spiega a Cosmopolitan Elettra, sex worker e fondatrice dell'associazione Swipe, «c'è era il 96.09.03 per "attività connesse alla vita sociale", ad esempio "attività di accompagnatrici, di agenzie di incontro e di agenzie matrimoniali". Chi lavora online può usare anche il codice 90.01.01 per attività di artisti individuali ed esisteva anche il codice 96.09.09 per "altre attività di servizi alla persona" che include "attività di astrologi e spiritisti, servizi di ricerca genealogica, servizi di lustrascarpe (..) e servizi domestici svolti da lavoratori autonomi"».

Eppure la notizia di un nuovo codice Ateco utilizzabile da chi fa sex work è rimbalzata su tutti media qualche settimana fa creando non poca confusione. I codici Ateco (acronimo di ATtività ECOnomiche) sono codici alfanumerici associati alle partite Iva, classificano le diverse attività e permettono ai liberi professionisti di fatturare e pagare le tasse. Il nuovo codice sembra stato introdotto più a fini statistici che fiscali ma all'interno di un sistema che criminalizza e stigmatizza il lavoro sessuale scegliere di registrarsi all'Agenzia delle entrate come sex worker non espone a molti rischi.

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Quali sono (e se ci sono) i diritti di chi fa sex work

Per il nuovo numero di Cosmopolitan in edicola, nelle settimane scorse abbiamo parlato con diverse associazioni per fare il punto sui diritti di chi fa lavoro sessuale in Italia. Abbiamo analizzato il problema grazie alle voci di chi si occupa di attivismo in questo ambito, alla luce di un sistema normativo come quello italiano che ancora criminalizza il sex work. Il lavoro sessuale in Italia è lecito, ma la legge Merlin del 1958 rende illecite alcune condotte collaterali come lo sfruttamento, il favoreggiamento o l’adescamento. Quello che chiedono le associazioni è la decriminalizzazione, un modello che permetta di trattare il lavoro sessuale come qualsiasi altro lavoro con diritti e doveri.

Attualmente, invece, non ci sono norme chiare e questo lascia spazio allo sfruttamento. Per le persone sex worker, ad esempio, pagare le tasse risulta molto complicato e questo compromette la loro possibilità di aprire un conto corrente, di affittare un appartamento, di accendere un muto.

Il nuovo codice Ateco: cosa dice?

Si tratta del codice 96.99.92, ossia «Servizi di incontro ed eventi simili». Tra i servizi previsti ci sono: «Attività connesse alla vita sociale, ad esempio attività di accompagnatori e di accompagnatrici (escort), di agenzie di incontro e agenzie matrimoniali; fornitura o organizzazione di servizi sessuali, organizzazione di eventi di prostituzione o gestione di locali di prostituzione, organizzazione di incontri e altre attività di speed networking». Eppure la notizia ha sollevato non poche perplessità: «Senza una proposta di legge sulla decriminalizzazione è solo un modo per esporci senza tutelarci», spiega Elettra. L’Inps, infatti, attualmente non riconosce alcuna categoria professionale di questo tipo e quindi nemmeno l’indennità di malattia o di maternità: si parla di doveri fiscali senza parlare di diritti.

«La situazione non è per niente chiara e non ci sono commercialisti formati sul tema», spiega Elettra, «Con una partita Iva può essere necessario chiedere dei dati per la fattura ai clienti che non è detto siano disposti a darli. Anche fornire nome legale a nostra volta ci espone tantissimo: chi fa sex work è a rischio di stalking e violenza quindi far sapere ai clienti il nostro nome e cognome è problematico». A questo si aggiunge lo stigma verso il lavoro sessuale ancora fortemente radicato nella nostra società: «Legare al proprio nome legale un la dicitura di accompagnatrice è un problema: è un problema se si ha un altro lavoro, ad esempio, se si sceglie di fare sex work solo per un periodo limitato della propria vita, è un problema se si sta attraversando un divorzio difficile, se si vogliono adottare figli». Restano poi tagliate fuori le sex worker più marginalizzate, perché magari non hanno i documenti.

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JOHN MACDOUGALL

Questa notizia, dunque, aumenta le incertezze in un quadro normativo e giurisprudenziale già complicato. La dicitura del codice Ateco, infatti, parla anche di «organizzazione di servizi sessuali, organizzazione di eventi e gestione di locali di prostituzione», attività che in Italia attualmente rientrano nel reato di favoreggiamento della prostituzione. L'Istat ha reso noto che la classificazione delle attività economiche si basa sulla normativa europea, ma l’implementazione della classificazione Ateco a livello nazionale riguarderà «solo gli operatori economici residenti che svolgono attività legali».

«Non abbiamo chiaro se per effetto di questa decisione in futuro il favoreggiamento e l'organizzazione del sex work saranno automaticamente legali», ha commentato Pia Covre, cofondatrice Comitato per i diritti civili delle Prostitute, «O se sarà necessario rivolgersi ai tribunali per avere una sentenza favorevole che faccia giurisprudenza dopo che saremo denunciati, anzi autodenunciati. Oppure se sarà un decreto del governo a depenalizzare i reati per i quali oggi hanno esteso un codice Ateco». Come ha spiegato Covre a Cosmopolitan, «Di fatto questa notizia solleverà il solito polverone mediatico in un momento molto critico in cui non si dovrebbero oscurare importanti notizie su guerre, riarmo, diritti dei migranti e sistemi carcerari eccetera». «Noi», ha aggiunto, «valuteremo se sarà possibile usare questo codice per agire qualche azione giudiziaria che possa mutare il quadro giurisprudenziale».

Secondo Elettra il sistema italiano, per com'è strutturato attualmente, genera incertezza. «È inaccettabile tassare il lavoro sessuale senza riconoscere tutele e diritti, senza lavorare parallelamente a una proposta di legge sulla decriminalizzazione riconoscendo il sex work come una qualsiasi altra attività lavorativa», spiega, «È necessario fare le leggi sulle persone sex workers con le persone sex workers, noi siamo i soggetti del discorso e dobbiamo essere trattati da attori».