Sul tavolo del Governo c'è una proposta promossa dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara che riguarda l'integrazione dell'educazione all'affettività nelle scuole superiori italiane. La proposta arriva a supporto delle campagne di sensibilizzazione nate in modo spontaneo e necessario dopo l'omicidio di Giulia Cecchettin, barbaramente uccisa dal suo fidanzato Filippo Turetta, e dopo la scomparsa delle 104 donne morte per femminicidio quest'anno. L'urgenza è quella di educare le nuove generazioni a parlare di emozioni, a diffondere e abbracciare la cultura del consenso e rinnegare quella dello stupro.

Sulla carta, la proposta - che si chiama "Educare alle relazioni" e sarà presentata ufficialmente il 22 novembre - riporta la necessità di integrare il dibattito sulla violenza di genere e patriarcale nelle scuole a partire dalle superiori con un'ora attiva in classe insieme a uno psicologo. In Europa già 10 Paesi su 25 hanno elaborato un piano sistemico su questo modello, con Svezia, Germania e Francia che hanno già inserito da diversi anni l'educazione sessuale come materia curriculare. Per l'Italia, se la proposta del Ministro Valditara dovesse andare a regime, si tratterebbe della prima mossa effettiva verso un cambiamento a questo punto vitale.

«Ma alle superiori è tardi», ci ha detto Agnese Lombardi, psicologa e psicoterapeuta specializzata in infanzia e adolescenza, co-fondatrice dello studio torinese Trama e Ordito, «proviamo a pensare a tutti i casi di bullismo e cyber bullismo di cui si sente parlare già dalle medie. Nascono proprio dalla mancanza di un'educazione affettiva». Se si vuole pensare a dei progetti realmente utili, anche se la proposta sul banco è un inizio da accogliere e apprezzare, «bisognerebbe partire dalla scuola dell'infanzia in cui già si inizia a costruire un primo nucleo dell'identità, in particolare quella di genere». Per l'esperto è fondamentale non parlare solo con gli studenti, anzi: «Ci vorrebbe una formazione per i genitori, ma anche per insegnanti ed educatori che possono, senza accorgersene, mettere in atto comportamenti che strutturano stereotipi di genere. Pensare di cominciare a parlare di affettività e sessualità solo a partire dalle superiori significa che i ragazzi cresciuti in famiglie in cui questi temi non vengono trattati affrontino senza strumenti la pubertà e si formino anche attraverso la visione di contenuti espliciti, che in alcuni casi iniziano a circolare già alle medie».

Ma di cosa parliamo quando discutiamo di educazione all'affettività?

Non di un ABC di sentimenti, o almeno non solo. La dottoressa Lombardi ci ha detto che l'obiettivo principale di un percorso orientato all'affettività porta «alla conoscenza, alla consapevolezza e alla regolazione emotiva, cioè a capire come riconoscere le proprie emozioni e a gestirle attraverso un processo di razionalizzazione. Un aiuto per rispondere a domande tipo: 'Perché mi sento così nel mio corpo? Forse sono arrabbiato? Che cosa, o il comportamento di chi, mi ha fatto arrabbiare? Ora che ho capito di essere arrabbiato, cosa posso fare?'». Il secondo obiettivo è «comprendere cosa sia una relazione, ovvero le dinamiche che intercorrono tra me e l'altro, proprie di ogni specifica relazione e dipendenti dalle rispettive identità». Infine, fondamenta portante di tutto il cammino, «rispetto e consenso, ovvero: ci sono io e ci sei tu».

Parlare di emozioni, consenso e sesso a partire dalla prima infanzia: i benefici

Il percorso, come abbiamo visto, dovrebbe iniziare sin da piccolissimi, senza tabù e stereotipi. Per quanto utile, un'ora di psicologo in classe potrebbe non essere sufficiente a rispondere alla mole di dubbi e quesiti con i quali cerchiamo di decifrare le mille sfaccettature dell'affettività. Il viaggio, però, deve iniziare in famiglia e in tutti quegli ambienti sociali in cui bambini e ragazzi crescono, imparano e fioriscono. Solo così quel cambiamento culturale invocato da Elena Cecchettin, sorella di Giulia che in queste ore, dopo la sua morte, sta spendendo parole bellissime e importanti affinché la sua scomparsa non sia stata vana, potrà entrare nel vivo. O almeno cominciare a farlo. Secondo la dottoressa Lombardi «non si può pensare che tutti i genitori abbiano gli strumenti culturali e personali per affrontare queste tematiche in maniera adeguata. Per questo è importante puntare al cambiamento nelle generazioni a venire, così che possano, proprio come è consono per gli adolescenti, mettere in crisi i sistemi culturali oggi imperanti».

I benefici, infine, del cominciare a parlare di emozioni e vulnerabilità sin dalla pre-adolescenza. Il primo, legato anche alla proliferazione del dibattito sul benessere mentale, è «la maggiore possibilità di condivisione del malessere emotivo, che così non va a ricadere sui sintomi fisici e corporei». Parlare di affettività significa anche «imparare a dire dei no in situazioni di disagio e accettare dei no senza che questo intacchi la propria autostima e generi una frustrazione che sfocia in aggressività e violenza».

Non è facile, suggerisce l'esperta ma anche la cronaca di questi giorni - con le critiche social e politiche proprio alla sorella di Giulia Cecchettin e ai messaggi di cui si sta facendo portavoce in queste ore di dolore - abbracciare questi pilastri, ma neanche impossibile: «L'educazione affettiva ci porta a non vederci come nemici. Grazie a un percorso di educazione all'affettività impariamo ad accettare l'altro anche se diverso da noi, perché comprendiamo che la sua presenza non toglie niente alla mia possibilità di strutturare una mia identità».