«Il vero Capodanno è in estate». Si sente dire spesso, ed è cosa nota che di ultimi dell'anno, in realtà, ce ne siano due: uno a dicembre e uno ad agosto. Settembre è il gemello di gennaio e, anzi, per molte persone è l'unico inizio che conti davvero. Così, l'estate diventa il momento in cui fare il punto su tutto quello che è stato: senza lo stress dei regali di Natale e gli impegni delle cene con i parenti, ci si ferma davvero a pensare all'anno passato e a quello che vorremmo cambiare. Davanti al mare o mentre si cammina in montagna c'è tempo per fare bilanci, propositi, e, soprattutto, per programmare nuovi inizi.

«Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull' età», dice una canzone di Francesco Guccini, «Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità, come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità». È così: c'è una pausa e poi, anche se non dobbiamo più rientrare a scuola, si torna alla solita vita con sguardo (forse) nuovo. «Tendenzialmente, se si è fortunati, i mesi estivi portano a un rallentamento delle attività lavorative: è tempo di partenze, vacanze e ritmi più distesi», conferma la psicologa Elena Lanzani, «Davanti a un tramonto o con i piedi nell’acqua salata, il pensiero torna a tutto quello che si è vissuto. È un po’ come dopo una maratona: quando il respiro torna regolare, ci si ferma a osservare il traguardo e a pensare a come si è riusciti ad arrivare fin lì».



perché l'estate ci sembra la fine dell'anno?pinterest
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Come mai tante persone vedono l’estate come la fine dell'anno e settembre come il nuovo inizio?

«Questa percezione probabilmente deriva dal calendario scolastico italiano. Se ci pensiamo, iniziamo a fare esperienza di questo “inizio” fin da piccolissimi, con l’ingresso al nido o alla scuola dell’infanzia. Da quel momento veniamo inseriti in un circuito che, per molti anni ancora, ci abituerà a scandire l’anno in questo modo. Giugno, luglio e agosto diventano i mesi della chiusura; poi arriva settembre, con il diario nuovo, i quaderni ancora da riempire e la sensazione che tutto possa ricominciare. È un’immagine che, evidentemente, anche da adulti continua a vivere dentro di noi. Per questo motivo l’estate può essere percepita come un momento più naturale per fare bilanci e trarre conclusioni: tutto è già avvenuto, mentre settembre è ancora da scrivere. Dicembre diventa così un mese “secondogenito”, che arriva comunque dopo che qualcos’altro ha imboccato una strada, ha già messo in moto un qualcosa. E sappiamo quanto sia più difficile introdurre cambiamenti quando abbiamo già ripreso le nostre abitudini, rispetto a quando sentiamo davvero di essere all’inizio di un nuovo capitolo».

Questo che cosa significa a livello di rituali, bilanci e propositi?

«La fine dell’estate e settembre diventano i mesi del “Quel che è stato è stato, ora è di nuovo tutto possibile”: a settembre c’è chi si iscrive a un nuovo corso, chi pensa a quali hobby vorrà dedicarsi, chi rinnova l’abbonamento in palestra e chi inizia a risparmiare per le vacanze dell’estate successiva. L’estate crea una sospensione: abbiamo più tempo ed il pensiero richiede tempo. L’emozione richiede tempo. E proprio questa pausa genera dentro di noi un piccolo spazio per concederci di fantasticare, progettare… e desiderare. È lì che arrivano i bilanci, le valutazioni, le proiezioni sul futuro e, inevitabilmente, anche le nostre ansie o paure».

In che modo tutto questo influisce emotivamente sul modo in cui viviamo i mesi estivi?

«Mi verrebbe da fare una distinzione tra i mesi estivi: giugno, luglio e inizio agosto sono ancora mesi associati al relax, mentre fine agosto e settembre iniziano a caricarsi di responsabilità e di un senso di “fine”. Lo abbiamo sperimentato tutti quel nodo allo stomaco del rientro post-ferie, no? Spesso capita di percepirlo anche alla fine di un semplice fine settimana. Per questo, nei primi mesi estivi possiamo concederci di rallentare, di mettere da parte alcune responsabilità e di vivere la giornata in funzione dell’aperitivo con i colleghi. I primi giorni di settembre, invece, sembrano riportarci alla realtà e alla sensazione che fermi non possiamo davvero restare. Tornano così i bilanci, i propositi e il bisogno di rendere più prevedibile ciò che verrà, iniziando a progettare. Siamo immersi in un tempo che ci spinge continuamente verso il domani, rischiando di farci perdere il contatto con il fatto che siamo ancora nel presente. Abbiamo spesso il bisogno di guardare verso ciò che non c’è ancora, ma che potrebbe essere. La domanda, però, rimane: oggi, come stiamo? Dove siamo? Cosa vogliamo davvero? Di cosa abbiamo bisogno?».

Settembre diventa quindi il primo mese del nuovo anno, che valore assume a livello simbolico ed emotivo?

«Settembre si maschera da gennaio. Cosa siamo soliti fare a Capodanno? Aspettiamo che le lancette tocchino le 00:00 per darci la spinta verso qualcosa che è ancora tutto in divenire e, quindi, possibile. Pensiamo a ciò che ci manca, a ciò che non abbiamo ancora raggiunto, a ciò che possiamo migliorare. E se non fossimo riusciti ad arrivare dove desideravamo? E se non avessimo le energie per cimentarci in qualcosa di nuovo? E se decidessimo che ciò che abbiamo va bene esattamente così? Che valutazione daremmo di noi stessi? Attenzione: non metto in dubbio né in discussione questo atteggiamento da esploratori, sempre alla ricerca di qualcosa, è un atteggiamento ambizioso! Mi domando, però, perché ciò che abbiamo, ciò che facciamo o ciò che siamo riusciti a costruire nei mesi precedenti non basti mai. Soprattutto, mi chiedo perché dobbiamo aspettare un'autorizzazione esterna — che il calendario segni il 1° settembre — per mettere in moto qualcosa di nuovo, se è davvero ciò che desideriamo. Non possiamo autorizzarci a farlo in qualsiasi altro momento dell’anno?».

Ma allora perché abbiamo bisogno di fissare una fine e un inizio, di tirare le fila e sentire che possiamo ricominciare?

«Perché tutti noi abbiamo bisogno di un limite, di un confine. Settembre diventa un "mese-contenitore" di delusioni, paure, sogni, ambizioni, ricordi. Abbiamo bisogno di sentire di poter ricominciare perché necessitiamo di sapere che dopo una fine ci sarà sempre un inizio. Le fini fanno paura, no? Sono tristi. Per questo cerchiamo di non pensarci. Eppure, il confronto con il limite arriva. Il calendario segna l’inizio di un nuovo mese e la catapulta emotiva ci lancia nel presente. L'estate è terminata, le giornate tornano ad accorciarsi pian piano, le gite fuori porta si diradano. Ecco, queste sono una serie di fini. In un suo romanzo, Viola Ardone scrive: "Non sappiamo mai quand'è l'ultima volta che facciamo qualcosa, altrimenti la vita sarebbe una serie di funerali". Questa frase ci ricorda che abbiamo bisogno di credere di avere davanti a noi un tempo infinito. Ma anche troppa libertà può essere destabilizzante e, forse, è proprio per questo che, sotto sotto, confidiamo nell'arrivo di settembre-contenitore. Se lo apriamo c’è dentro un po' di tristezza, un po' di stupore, un po' di paura, un po' di rabbia, un po' di entusiasmo... un po' di noi».

È un’abitudine che ci fa bene o che finisce più che altro per incatenarci e generare frustrazione?

«Personalmente chiederei: “Cosa dice di te questo bisogno di far propositi? In che modo ti definisce il fatto di essere o non essere riuscito a fare qualcosa durante questo anno?”. Le abitudini, sappiamo, possono essere scardinate ma tutto ciò che facciamo ha un senso e questo senso è da rispettare. Siamo essere semplici, necessitiamo di certezze, ed il progettare ci da’ una parvenza di sicurezza. Progettare non nuoce. È lo scontro con la realtà, poi, che può far male. Se ad ogni settembre, ripensando a tutto ciò che non si è concretizzato, ciò che proviamo è vergogna, rabbia o ansia, significa che forse quel momento di settembre – più che un’occasione per riflettere su cosa si desidera per i mesi a venire – diventa un’aula di tribunale interna, pronta a giudicarci come “falliti”. E chi attende con eccitazione una sentenza del genere? Nessuno! Quindi l’arrivo del settembre successivo porterà lo stesso bagaglio emotivo. Se, invece, questo mese diventa spazio di pensiero (“Chi sono stato quest’anno? Chi sto diventando?”) ecco che possiamo ringraziarci per aver dato alle nostre emozioni, ai nostri sogni, alle nostre ambizioni un tempo…e un luogo».