C'è un momento preciso, di solito a tarda notte, in cui lo smartphone smette di essere una finestra sul mondo e diventa uno specchio della nostra quotidianità. Non so voi, ma io ho perennemente sullo schermo dello smartphone la notifica relativa alla memoria piena. Eppure, nonostante la vita frenetica che viviamo (anche social, certo) in noi millenial e Gen Z spesso si muove qualcosa dentro di simile al vuoto. È il paradosso della nostra generazione: siamo la società più interconnessa della storia, ma anche una delle più sole. Oggi la solitudine non è quasi mai una questione di isolamento fisico. Non ci mancano i contatti, però ci manca la sensazione di essere compresi. È proprio in questo limbo che si inserisce l'intelligenza artificiale. Sempre più ragazzi e giovani adulti ammettono di usare chatbot e assistenti virtuali per confidarsi o semplicemente per avere qualcuno che sia sempre connesso in tempo reale. Insomma, non vogliamo "pesare" sulle persone che amiamo, disturbandole scaricando anche i nostri problemi. L'AI, al contrario, è sempre lì. Non dorme, non visualizza senza rispondere, non fa polemiche e non giudica. Tutto bello, sulla carta: ma a quale prezzo?



Fateci caso, l'IA la pensa sempre come noi

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Il motivo per cui l'intelligenza artificiale risulta così rassicurante è immediato: è programmata per essere uno spazio sicuro (o quasi). Quando stiamo male e sfoghiamo le nostre ansie in una chat, l'algoritmo non ci criticherà mai, non si annoierà, farà tante domande (quello sì) e (fateci caso), tenderà quasi sempre a darci ragione. Io e l'IA non abbiamo un bel rapporto. Il motivo, è semplice, è questa presunta bipolarità. Prima chiedo un'informazione, da ariete quale sono manifesto qualche dubbio e poco dopo cambia idea dicendomi di avere ragione. Ecco perché questo tipo di interazione offre un sollievo istantaneo, una sorta di anestetico per l'ansia. Attenzione però, qui arriva il dettaglio più importante: quello che state vivendo è un ascolto a senso unico. Sentirsi umani significa anche accettare il rischio di un confronto o semplicemente dello sguardo di un amico che ci dice la verità anche quando fa male. L'AI simula l'empatia, ma non la prova. Non può, come un nostro amico, provare la gioia di vederci stare meglio e neanche cercarci perché preoccupata per noi. Gli amici dunque, sono rari e preziosi. Teneteveli stretti, sempre.

Oltre lo schermo c'è chi ascolta davvero

Ora c'è un punto fermo che dobbiamo analizzare. Superare il blocco del "sto disturbando" è il primo, faticoso passo per rompere il muro della solitudine. Spesso, le persone che ci circondano sono molto più disposte ad ascoltarci di quanto la nostra ansia voglia farci credere. Per questo, se l'intelligenza artificiale può fungere da temporaneo "pronto soccorso" emotivo in un momento di crisi notturna (e il kit non è nient'altro che uno smartphone con una connessione Wi-fi), non può e non deve diventare il nostro confidente principale. È proprio quando il peso emotivo diventa troppo difficile da gestire da soli, che la tecnologia non basta più. Parlare con un genitore, confidarsi con un insegnante di cui ci si fida, i nostri amici o, ancora meglio, rivolgersi allo sportello di ascolto psicologico della scuola, dell'università o della propria città è un atto di coraggio, non di debolezza. Esistono professionisti pronti ad ascoltare senza giudicare, esattamente come l'AI, ma con una differenza fondamentale che non si potrà mai risolvere (fortunatamente). Loro sono umani, vivendo le nostre emozioni sanno cosa significa soffrire (e possono aiutarci davvero a stare meglio!). Non lasciamo che una notifica sostituisca un abbraccio.