La spiaggia è sempre uguale, forse un po' più corta, sono uguali le case sbiancate dal sole e i pini marittimi, i locali e le facce che si incontrano. Le cabine sul lungomare sono le stesse, solo i colori si sono un po' sbiaditi. Hanno assunto delle tinte colore pastello che assomigliano alla patina che ricopre i ricordi, a una polaroid o a una foto di Luigi Ghirri. Estate vuol dire, molto spesso, tornare.

Dev'esserci un nome per quella sensazione che si prova nel rivedere un posto, sempre lo stesso, una volta l'anno, ritrovandolo diverso eppure uguale, e rendendolo il metro su cui misuriamo noi stessi, come le tacche segnate sul muro da bambini a ogni centimetro in più. Forse il nome è nostalgia: di ciò che eravamo e non siamo più e di quello che negli anni si è perso. È come se, attraverso lo spazio immutato, potessimo annullare l’altra variabile, cancellare il tempo, e sovrapporci ai noi quattordicenni su quelle stesse strade e panchine. «Dal punto di vista emotivo trovarsi di fronte alla versione di sé dell'anno precedente significa fare un resoconto emotivo di noi stessi», conferma la psicologa e psicoterapeuta Cristina Coviello, «Da questa comparazione possono emergere emozioni diverse: nostalgia e tristezza verso qualcosa che è cambiato o che non c'è più, rabbia verso ciò che ci ha fatto stare male, oppure emozioni di sollievo verso cambiamenti che ci hanno portati a maggior benessere o equilibrio».



estate: le emozioni di tornare sempre nello stesso postopinterest
Foto di jack berry su Unsplash


Quali sono le emozioni che solitamente scaturiscono da un luogo che conosciamo bene ma dove torniamo solo d’estate, ogni anno?

«Il nostro cervello tende a privilegiare ciò che conosce. Questa "scorciatoia evolutiva", definita bias della familiarità, ci porta a fidarci maggiormente di realtà, persone o situazioni che riconosciamo come familiari, rispetto a ciò che è nuovo o sconosciuto. Questa innata predisposizione nasce dal naturale bisogno di sentirci al sicuro.

Tornare in luoghi che conosciamo, tende, quindi, a far emergere emozioni di comfort come calma, tranquillità, sicurezza e a percepire minori sensazioni di rischio; conosciamo perfettamente questi luoghi, sappiamo come muoverci, cosa trovare, e questo ci permette di risparmiare energia mentale. Il nostro cervello, infatti, organizza le esperienze in mappe e, quando i luoghi confermano queste mappe, il cervello è come se rilasciasse una piccola dose di prevedibilità e calma che consente di allocare le nostre risorse attentive e le nostre energie altrove».

Perché vedere che i luoghi non cambiano ci fa pensare a quanto siamo cambiati noi?

«Avendo più energia mentale a disposizione, in tali luoghi conosciuti e prevedibili, tendiamo spesso a dirigere le nostre risorse nel valutare quanto, da un anno all'altro, noi stessi siamo cambiati, una sorta di "resoconto emotivo" attraverso il quale riflettiamo su noi stessi e sui nostri cambiamenti. I luoghi sono, quasi sempre, le più agevoli porte di accesso al passato e, per questo, ci portano naturalmente a confrontarci con ciò che eravamo e con ciò che non siamo più, grazie anche all'input che dettagli, atmosfere e memorie inevitabilmente generano».

È utile comparare le diverse versioni di noi di anno in anno? Cosa può darci?

«Il confronto è un meccanismo naturale che scaturisce dal bisogno di definire se stessi e il proprio valore. Può essere utile confrontarsi con le diverse versioni di noi stessi per guardare con consapevolezza al nostro percorso di vita. Questo "tirare le somme" è ciò che ci permette di apprendere, migliorare, trovare ispirazione e, di conseguenza, orientarci nel presente e nel futuro».

estate: le emozioni di tornare sempre nello stesso postopinterest
Foto di Grigorii Shcheglov su Unsplash

Può risultare un processo negativo o fine a se stesso?

«Il confronto può però far emergere anche emozioni faticose da tollerare, soprattutto se non è condotto allo scopo di aumentare la consapevolezza di noi stessi, ma viene effettuato con giudizio. Possono quindi emergere emozioni che nascono da un'ipercritica verso versioni passate di noi stessi. Questo confronto critico può portare, ad esempio, a sentirsi sbagliati, inadeguati, indietro e a generare sensazioni che rischiano di bloccarci, paralizzarci nel presente e nel futuro, piuttosto che spingerci verso cambiamenti o miglioramenti».

Come trasformare questo processo in qualcosa di utile per migliorarsi?

«Per far sì che il confronto con noi stessi sia una motivazione al cambiamento e non una gabbia da cui risulta difficile muoversi, è importante innanzitutto accorgersi quando è in atto una forma di confronto con le nostre precedenti versioni. È fondamentale ricordarsi che le nostre versioni di anno in anno sono esito di un processo e non una fotografia istantanea di un momento: il confronto, infatti, si basa spesso sull'esito, l'istantanea, ma non tiene conto delle differenze di contesto, delle risorse, delle esperienze, del cosiddetto film della vita. È importante, quindi, chiederci quali sono i nostri bisogni attuali rispetto al passato e orientarci verso il raggiungimento di questi alla luce delle nostre attuali risorse, guardando alle nostre precedenti e attuali versioni in modo gentile e rispettoso».