Ad un certo punto arriva il momento in cui il proprio terapeuta o alla propria terapeuta affronta il tema delle ferie: per quanto tempo si salterà l'appuntamento settimanale e quando ci si rivedrà dopo la pausa. È ovvio che le vacanze prima o poi arrivano e arrivano tanto per noi quanto per il professionista o la professionista che ci segue. Eppure, anche se lo sappiamo, anche se ci sono 38 gradi all'ombra, anche se in Italia ad agosto le città si svuotano si sogna il mare, percepiamo comunque un attimo di smarrimento. Quando la pausa estiva si delinea chiara davanti a noi e realizziamo che andare in ferie significa interrompere anche la terapia, questo può smuovere qualcosa dentro di noi.
C'è chi lo vede come un passaggio naturale, un periodo di riposo che è anche staccare dalle solite abitudini, c'è chi, invece, può percepire ansia e paura di trovarsi ad affrontare un periodo difficile senza il supporto psicologico di cui sente il bisogno. I problemi personali o le difficoltà che si stanno affrontando, infatti, non ci concedono pause né possono essere messi in stand-by quando arriva agosto. Si tratta, in ogni caso, di emozioni e preoccupazioni valide e ne abbiamo parlato con la psicologa Benedetta Gasperini per capire come affrontarle al meglio.
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È comune che in estate ci sia un periodo di pausa anche nel percorso terapeutico? C'è un motivo?
«Sì, è una situazione piuttosto frequente, legata innanzitutto alle ferie del terapeuta e/o del paziente. Tuttavia la pausa non ha solo un significato organizzativo. Nel tempo, la terapia diventa un appuntamento stabile, un luogo in cui la persona sa di poter tornare con regolarità. Quando questa continuità si interrompe, anche solo per qualche settimana, possono emergere emozioni e vissuti che dicono qualcosa del proprio modo di attraversare l'attesa, l'assenza e la separazione. Per questo la sospensione estiva non è semplicemente un'interruzione del percorso, ma può diventare essa stessa parte del lavoro terapeutico».
Al di là degli aspetti logistici legati alle ferie, può risultare utile questo periodo di pausa? In che modo?
«Sì, può essere un'esperienza utile, soprattutto se viene preparata insieme al terapeuta. La pausa offre la possibilità di osservare che cosa accade quando viene meno il consueto appuntamento e di cogliere quanto dell'esperienza fatta in terapia sia diventato internamente disponibile nel modo di stare a contatto con ciò che si vive. Spesso le persone scoprono di riuscire a tollerare meglio alcuni stati interni, o di poter riflettere su ciò che provano anche senza il confronto immediato con il terapeuta. È un modo diverso di continuare il lavoro, non una sua interruzione».
Che emozioni possono scaturire dalla prospettiva di sospendere la terapia?
«Non esiste una risposta uguale per tutti. C'è chi vive la pausa con serenità, chi prova ansia, chi sperimenta tristezza o rabbia e chi, invece, sente anche un certo sollievo. Le emozioni che emergono possono raccontare qualcosa del proprio modo di vivere i legami e le separazioni. In alcune persone la pausa riattiva il timore di essere lasciate sole; in altre può emergere il bisogno di verificare se la distanza sia sostenibile senza essere vissuta come una rottura del legame».
Può capitare che una persona in terapia abbia bisogno di un colloquio durante la pausa? Di solito come si gestisce?
«Sì, può succedere, soprattutto se il paziente sta attraversando un momento particolarmente delicato. Per questo è utile affrontare l'argomento prima della pausa, concordando insieme come comportarsi se dovesse emergere un bisogno specifico. Non esiste una regola valida per tutti: dipende dal tipo di percorso, dal momento clinico e dalle modalità di lavoro del terapeuta. Avere però una cornice chiara e condivisa aiuta spesso a vivere la sospensione con maggiore sicurezza, senza la sensazione di essere improvvisamente privi di un punto di riferimento».
Cosa si può fare se la prospettiva di interrompere le sedute per un certo periodo genera molta ansia?
«La cosa più importante è parlarne nelle ultime sedute, invece di affrontare quell'ansia da soli. Dare spazio a ciò che si prova permette di riconoscerne meglio l'origine e il significato. Durante la pausa può essere utile mantenere alcune abitudini che aiutano a restare in contatto con la propria esperienza: scrivere un diario, annotare pensieri o sogni, ritagliarsi momenti di raccoglimento, sostare con maggiore attenzione in ciò che accade interiormente. L'obiettivo non è riempire ogni momento o fare finta che la pausa non esista, ma attraversarla senza che l'assenza coincida automaticamente con un vuoto o con la sensazione di una perdita del legame».
Cambia in qualche modo il rapporto con la persona che conduce la terapia in questa fase?
«Spesso sì. Con il tempo, infatti, il lavoro terapeutico non resta confinato alle sedute. Molte persone raccontano che durante la pausa si ritrovano spontaneamente a riflettere su quello che avrebbero voluto portare al terapeuta o a ritrovare dentro di sé domande e osservazioni emerse nei colloqui. È un segnale importante, perché mostra che alcuni aspetti della relazione terapeutica stanno diventando una presenza interna, capace di continuare a orientare l'ascolto di sé anche in assenza degli incontri. In questo senso la pausa permette anche di cogliere se e come il percorso continui a mantenere una sua continuità interna, pur nella sospensione delle sedute».














