L’ho incontrato in un bar a Milano. Mi ha riconosciuta (ci eravamo visti qualche sera prima in una ballroom), e abbiamo iniziato a parlare. Mi ha raccontato che gioca a calcio, e la cosa mi ha incuriosita: ho sempre voluto provare l’emozione di fare il tifo durante una partita. Così, qualche giorno dopo, mi sono ritrovata a bordo campo, circondata da persone transgender, binarie e non binarie che ridevano, litigavano per un fallo, esultavano per un goal. Nessuno si stava giustificando per il proprio modo di essere, nessuno stava cercando di spiegarsi per rassicurare gli altri. Stavano semplicemente giocando a calcio. La squadra si chiama Be Team. È nata all’interno di Open Milano Calcio, un’associazione sportiva dilettantistica, perché come mi ha detto semplicemente Spy, uno dei giocatori: «Il mondo, purtroppo, così com’è, non è fatto per le persone transgender».

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Archivio fotografico dell'autrice

Prima di andare su quel campo, pensavo di scrivere un articolo di moda. Poi ho trovato una storia molto più viva di quella che avevo immaginato. Be Team esiste perché uno spogliatoio è uno spazio politico. Spy ha 23 anni, studia fisica teorica e filosofia – una combinazione che gli si addice perché pensa per sistemi e per domande allo stesso tempo. Per parlare di sé, preferisce i pronomi maschili. Quando gli chiedo cosa significhino per lui «coraggio» e «amore», mi racconta di essere andato in una piscina pubblica e di essersi trovato davanti a due porte: una per lo spogliatoio maschile, l’altra per quello femminile, e di essersi sentito sbagliato per entrambe. Di essere entrato nello spogliatoio maschile e di essersi vestito con un maglione sul petto, aspettando che qualcuno contestasse la sua presenza. «Non sei tu a essere una persona sbagliata. È la società, così com’è strutturata, che ti fa sentire di esserlo».

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Sembra semplice ma non lo è. In Be Team, prima di ogni partita, tutti condividono il proprio nome e i propri pronomi. Ci vogliono due minuti. Con questo gesto lo spazio si trasforma in un luogo in cui non devi lottare per essere visto. «So che il lunedì sera, per un’ora e mezza, posso non pensare a niente. Posso solo essere me», dice. «Il contrario della paura non è il coraggio. È il desiderio. Avevo così tanto desiderio di essere me stesso che ho trovato il coraggio per affrontare quella paura».

Sara allena Be Team da tre anni. È lei che, insieme a Davide, Gianluca, Alessandro, Marco e Berry, tiene unita la struttura – allenamenti, gare e tutta la burocrazia di tornei storicamente divisi per genere. «La parola amore» significa rete, costruire un villaggio. «Coraggio» significa scendere in campo senza paura, portare avanti la propria storia ogni giorno». Durante la partita che ho osservato ci sono stati momenti di misunderstanding. Non intenzionali – sviste, disattenzioni. Sport veloce, linguaggio veloce, vecchie abitudini, ma la partita è andata avanti. Spy me lo ha spiegato in un modo a cui non riesco a smettere di pensare: «Noi funzioniamo per schemi. Vediamo una persona e decidiamo subito. Chiediamo di andare un passo oltre – vedere la persona prima del corpo. Perché quando sbagli i pronomi di qualcuno, non stai facendo un piccolo errore. Stai negando la sua identità».

«Il contrario della paura non è il coraggio, ma il desiderio»

È in quello spazio che tutto cambia. Lì le intenzioni non bastano più. L’amore non vive nell’intenzione. Vive nell’attenzione e nell’azione. Alex ha 19 anni. È arrivato al Be Team grazie all’amore delle persone nella mia vita». È qui perché qualcuno ha tenuto uno spazio per lui finché non ha potuto farlo da solo. «Forse il coraggio è proprio questo, essere qui, essere noi stessi». Per Iris, invece: «coraggio è esporsi, mettersi in gioco. Ma che forte che l’amore verso se stessi e verso gli altri». Sera, arrivata a Milano dal Brasile: «Il coraggio è superare qualcosa che lavora contro di te. L’amore è ciò che costruisci con la comunità».

Li ho ascoltati tutti. Continuavo a sentire la stessa cosa dentro quelle parole: queste non sono idee astratte, ma strategie di sopravvivenza vestite da linguaggio filosofico. Ecco cosa vuol dire vivere fuori dal sistema per cui il mondo è stato costruito. Celebriamo la resilienza. Chiamiamo «coraggiose» le persone perché esistono, costruiscono comunità e si presentano agli altri per quelle che sono. E c’è qualcosa di reale in questo, ma anche qualcosa di disonesto. Quando definiamo qualcuno come «coraggioso» perché sta vivendo la propria vita, stiamo implicitamente riconoscendo che quella vita è pericolosa. Stiamo lodando qualcuno per aver gestito una difficoltà che abbiamo creato noi. Stiamo trasformando un fallimento strutturale in una virtù personale.

Il coraggio è reale. Il bisogno di averlo non dovrebbe esserlo. Ho lasciato l’India a 17 anni. Non l’ho chiamato «coraggio». Non c’era un linguaggio adatto per definire quello che stavo facendo, che era principalmente cercare di non sparire. La mia è stata una madre single, sono la sua unica figlia. Per questo la mia queerness non era solo mia. Era qualcosa che poteva essere usato contro di lei, qualcosa su cui il vicinato poteva puntare il dito e dire: «guarda cosa succede quando una donna cresce una figlia da sola». Mia madre ha venduto la sua proprietà per pagare la mia istruzione all’estero, ha speso quello che aveva perché potessi andare in un posto in cui forse mi sarebbe stato permesso di esistere senza il peso della vergogna degli altri. Le ho chiesto cosa significano per lei coraggio e amore. Il coraggio, mi ha detto, è Manav Shakti, che in hindi significa «forza umana».

Qualcosa che non si vede ma esiste dentro ognuno di noi, che nei momenti difficili ci permette di lottare per la nostra identità, di fare giustizia. L’amore non è una parola. Lo vedi negli animali che proteggono i loro piccoli. Non si compra, non si spiega. Si riceve. E quando succede, puoi affrontare qualsiasi cosa. L’amore è la madre del coraggio.

Non mi sono trasferita in Italia perché sono stata coraggiosa. Me ne sono andata perché in India non c’era spazio per amare me stessa. Spy mi ha detto che da quando un suo amico ha fatto coming out gli chiede: «come va con il tuo superpotere?». Mi piace perché rifiuta il linguaggio della sofferenza senza negarla: «avere il coraggio di essere me stesso mi ha donato più amore».

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Un campo di calcio a Milano. Ho guardato delle persone giocare. Ridere. Litigare. Durante la partita il loro genere veniva continuamente confuso, ma non hanno mai smesso di giocare. Sono le stesse persone che descrivono l’amore come capacità di costruire insieme ciò che il mondo non ha costruito per te. Niente di tutto questo dovrebbe richiedere coraggio. Eppure è così. Quel divario è il divario di cui dobbiamo parlare. Non per celebrare le persone che sopravvivono, ma per colmarlo. Per un mondo in cui non sia più necessario vivere con coraggio.

Kay Kamakhya è una producer di origine indiana, lavora a Milano fra moda e cultura. Con la sua voce fa informazione sociale, ambientale e diffonde consapevolezza sui diritti trans.