È successo all'improvviso a molti di noi (compreso chi scrive). Dal nulla, dopo mesi di paura, è spuntata la speranza per una vita nuova; per i viaggi; per gli amici che avremmo incontrato. Capita che la paura, dopo averci stretto il cuore in una morsa, vada via all'improvviso. E così è stato, a un certo punto di questo febbraio strano, rispetto alla pandemia.
Tirare il fiato rispetto a un'ansia, anche se rimane latente, è una concessione che ci facciamo. Abbassare la guardia costa, è un percorso lungo, faticoso, in salita. Quando si lascia da parte la paura, si tende anche a spogliarsi di uno strato difensivo che ci può essere utile in caso di colpi successivi. Abbassare la guardia costa perché sappiamo che le mazzate che arrivano dopo peseranno ancora di più, senza quello scudo. In queste condizioni erano molti di noi quando abbiamo capito di avere davanti una guerra senza senso.
Ed eccoci qui, in mezzo a una distopia emotiva: da un lato la vita continua, continua il lavoro, l'amore resiste, i progetti tengono botta nonostante tutto. Dall'altro ci sembra assurdo lavorare, amare, progettare con lo spettro di una guerra davanti. La paura che possa coinvolgerci direttamente fa il paio con il senso di colpa per chi sotto le bombe si è ritrovato da un giorno all'altro per davvero. Guardiamo la popolazione Ucraina e ci viene voglia di aiutare, accogliere. Empatizziamo e allo stesso tempo coviamo angoscia e paura per ciò che potrebbe succedere. E questa paura dell'ignoto ci fa sentire sbagliati perché non siamo noi i protagonisti di questa storia di morte.
Per capire cosa ci sta succedendo, per dare un nome a queste emozioni e sì, anche per concederci un attimo di tregua da questi sentimenti discordanti, abbiamo chiesto allo psicologo e psicoterapeuta ad orientamento cognitivo costruttivista Andrea Botti (@Psicoexplorer su Instagram) di tradurli in termini chiari, in emozioni che possiamo riconoscere e accettare.
Paura, empatia, senso di colpa. Perché mi sento così?
«La notizia della guerra tra Russia e Ucraina ci ha presi alla sprovvista, in un periodo già delicato nel quale abbiamo vissuto in un perenne stato di allarme» ci ha detto l'esperto, che ci ha anche aiutati a dare un nome alla sensazione di abbassamento della soglia di ansia per la situazione che in tanti potrebbero aver provato dopo questi due anni pandemici: impotenza appresa. Scoperta nel 1967 in laboratorio dallo psicologo Seligman, è la sensazione che ci avviluppa quando ci rendiamo conto che una data situazione non dipende da noi e ci rassegniamo a subirla perché non possiamo fare niente per cambiarla o per evitarla.
«Dopo aver provato un sacco di paura a un certo punto smettiamo di sentirla e quell'emozione perde la sua carica adattiva, il suo potere salvavita. La paura di parla, ci tiene all'erta e dunque in questo senso ci è utile. Se si spegne perché ne abbiamo provata troppa, non funzionerà più come deve». Il risultato è che lo stato di allarme in cui ci sentiamo o troviamo è talmente diffuso e continuativo nel tempo che, quando le cose cambiano o nuove tempeste si abbattono su di noi, non le percepiamo più come novità, ma come semplici variazioni di una eterna situazione negativa a cui ci siamo ormai abituati.
Anche se siamo in una sorta di botta da analgesici per contrastare la paura, però, non smettiamo di essere empatici. In questo conflitto la differenza, oltre al grado di umanità ed empatia individuale, la fa la vicinanza geografica, la crudeltà delle azioni, la furia cieca di chi attacca, persino il coraggio di chi si difende e manifesta per la pace.
«Uno dei più grossi problemi dell'empatia, così importante sul piano della comprensione e dell'ascolto, è che tende a puntare tutto sulle soluzioni e su azioni concrete per cambiare la situazione». Ma non siamo noi i responsabili di ciò che accade. E non siamo noi quelli che risolveranno la questione. Il lato oscuro dell'empatia è che può farci sentire sbagliati e inutili, come degli aggiustatutto che non hanno né gli strumenti né la forza per sistemare le cose, anche se si sentono in dovere di farlo.
«Per rendere utile l'empatia si può però partecipare alle marce per la pace, contribuire alle raccolte fondi, prestarsi come volontari nei centri di accoglienza che stanno per diventare la casa di migliaia di profughi in fuga dall'Ucraina. L'empatia ci spinge ad addossarci responsabilità che non sono nostre, ma allo stesso tempo ci aiuta a guardare verso l'altro, a sentirci come lui, a fare nei suoi confronti ciò che desideriamo per noi»
Impotenza, paura, voglia di aiutare, angoscia per il futuro sono sentimenti normali, ma percepirli tutti insieme può lasciare sopraffatti. Soprattutto quando interviene il senso di colpa: da un lato egoisticamente ci sentiamo turbati da questa ennesimo capovolgimento dell'equilibrio che sposta ancora una volta progetti e manipola la forma del futuro, dall'altro «ci rendiamo conto di non avere nessun potere per sistemare le cose, di essere inermi davanti alla situazione. E questo genera ulteriore disagio», ci ha detto lo psicoterapeuta.
Riconoscere, validare, rassicurare chi ci sta intorno e noi stessi è fondamentale per rispondere a questa valanga di emozioni e provare a rispondere al terrore in modo funzionale, senza soccombervi.
Dentro una distopia, tra vita che va avanti e voglia di fermarsi
Tanti hanno definito distopica la realtà in cui si sono ritrovati da un giorno all'altro, altri hanno citato Black Mirror, celebre serie tv Netflix, per riferirsi al senso di straniamento che le informazioni in arrivo dal fronte ci danno. «Non aiuta leggere solo i titoli dei giornali per informarsi, senza approfondire o scegliere le fonti giuste» ci ha detto il terapista per spiegare quella la sensazione di gap tra ciò che chi non è al centro del conflitto continua a fare (lavorare, produrre, vedere amici e parenti, vivere) e ciò che vede scritto sui quotidiani.
In pratica, la situazione è sì drammatica ma spesso siamo noi a dare un contorno "altro" a ciò che vediamo al TG o leggiamo sul web, infarcendolo di paure, istinti, bias cognitivi ovvero scorciatoie erronee di pensiero che non ci aiutano a dare la giusta forma a ciò che sentiamo. «Non ha aiutato ovviamente anche il fatto di essere completamente focalizzati su un'altra emergenza, quella del covid: ci siamo ritrovati catapultati da un giorno all'altro dalla pandemia alla guerra. Questo passaggio repentino ha acuito questa sensazione di dissonanza».
Dalla voglia di futuro alla paura del futuro
Il sospiro di sollievo che tutti avevamo tirato dopo l'allentamento delle restrizioni ci aveva già messi in modalità progetti per il futuro. Un mondo pieno di possibilità si stagliava all'orizzonte. Poi, la nuova emergenza ci ha catapultati ancora una volta nel malessere. «Fare progetti ci tiene in vita, abbassa i livelli di stress, è un processo evolutivo. Non possiamo e non dobbiamo farne a meno».
Nel burnout informativo (ancora)
Ci era già capitato nella prima fase della pandemia, durante il primo lockdown quando una nuova malattia si configurava come portatrice di morte e l'informazione mondiale trasferiva informazioni e news di qualsiasi genere. Ai tempi dell'isolamento, fare digital detox, per molti, è stato necessario. «Se l'infodemia ci provoca un senso di sopraffazione, non dobbiamo comunque sentirci in colpa», ci ha detto lo psicoterapeuta. Elaborare, condividere, verbalizzare questo tipo di emozioni è fondamentale ieri come oggi, così come necessario è scegliere solo una o due fonti informative verificate per non lasciarsi avviluppare dalle spire di quella ridondante o catastrofista, che non aggiunge nulla a ciò che sappiamo ma alimenta ansia e paure.
«Mi sento in colpa perché sto bene, eppure mi lamento»
Le immagini in arrivo da Kyiv, i palazzi che esplodono a Kharkiv, le scene del disastro in tutta l'Ucraina ci generano immediata empatia, ma è probabile che non siano riusciti a spegnere la voglia di rinascita. Una sensazione che, come abbiamo visto, può acuire il senso di straniamento e di colpa nei confronti di chi sta soffrendo. Ci sentiamo egoisti anche solo a lamentarci di essere in ansia, a preoccuparci per il nostro benessere mentale, mentre, qualche chilometro più in là, un intero paese esplode. «Farsi domande, in questa fase, è fondamentale. 'Che responsabilità ho davvero in questa situazione? Può essere davvero colpa mia? Che cosa posso fare per cambiare la situazione?': scopriremo che le risposte ci conducono verso l'aiuto di chi è in difficoltà, l'accoglienza, ma non escludono momenti di pace e i progetti che stavano fiorendo quando sembrava che tutto fosse tornato al suo posto».
Andrea Botti conclude con una metafora bellissima, che ci spiega meglio cosa vuol dire equipaggiarsi per rispondere a un'emergenza emotiva come questa per poter davvero fare la differenza. «Basti pensare alle procedure di sicurezza in aereo, quando si comunica ai passeggeri che, in caso di emergenza, i primi a indossare la mascherina dell'ossigeno dobbiamo essere noi. Non si tratta di un gesto egoistico, ma di un passaggio propedeutico che permette di mettersi al riparo per poter aiutare gli altri, se ce ne fosse bisogno». Pensare a noi, a come stiamo e come rimetterci in sesto è un po' come indossare quella mascherina. E così che il punto di vista si capovolge: l'egoismo diventa altruismo, da aggiustatori senza chiodi e martello diventiamo costruttori di pace.











