Sono trascorsi 30 anni da quando Michael Lucid, all'epoca studente della Crossroads School di Santa Monica, in California, decise di riprendere in VHS un gruppo di compagne di 13 anni, soprannominate le "Dirty Girls". Le immagini sgranate del gruppo di amiche, note per i loro modi provocatori e per una presunta scarsa igiene, restituiscono oggi un frammento della cultura riot grrrl degli Anni '90: il movimento femminista underground nato tra punk rock, fanzine DIY e attivismo.
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Il cortometraggio, un documentario di 18 minuti, veniva girato nel 1996 e pubblicato nel 2000, ma diventava virale solo nel 2013, una volta caricato su YouTube: da quel momento ha raggiunto 5,7 milioni di visualizzazioni e oltre 19.000 commenti, diventando un vero e proprio cult della cultura dal basso.
All'epoca delle riprese, i compagni di scuola – un istituto privato noto anche per ex studenti celebri come Gwyneth Paltrow, Kate Hudson e Liv Tyler – deridevano le Dirty Girls: le giudicavano senza conoscerle e le guardavano con disprezzo. «È semplicemente inaccettabile. Sembrano spazzatura, indossano spazzatura», afferma uno di loro nelle immagini. «Proprio non capisco perché sia qualcosa a cui aspirano. Sei sporca, sei sporca!». La testimonianza delle dirette interessate, però, comunica tutt'altro: Le Dirty Girls si proponevano come un gruppo ribelle che rifiutava la chirurgia estetica, il body shaming, le violenze del patriarcato e la monetizzazione delle insicurezze legate all'aspetto fisico tipica del capitalismo. Le ragazze si scagliavano contro il modello di bellezza dominante, costituito da estrema magrezza e minimalismo, incarnato da figure come Kate Moss e Carolyn Bessette Kennedy. «Una vera dirty girl – spiegano – è una persona a cui non importa quale sia lo stile di tendenza del momento e cose del genere. Fa semplicemente quello che sente davvero».
Emarginate socialmente dai compagni di scuola immaturi, tutti avevano un'opinione ben precisa su di loro, il cui obiettivo principale era comunque quello di diffondere il proprio messaggio politico attraverso le fanzine che distribuivano nel cortile dell'istituto.
Guardare Dirty Girls nel 2026: che cosa è cambiato e che cosa è rimasto uguale?
Realizzato a metà di un decennio che avrebbe segnato una trasformazione profonda sul piano tecnologico, culturale ed estetico – dalla nascita di Photoshop e poi FaceApp, all'affermazione di nuovi modelli di comunicazione, di consumo dell'immagine e di tendenze estetiche, dalla Instagram alla TikTok face – il progetto, riguardato nel 2026, restituisce una sensazione quasi paradossale: in tutto questo tempo è cambiato tutto ma le dinamiche che mette in discussione sembrano essere rimaste sorprendentemente simili.
Sono tantissimi gli utenti che guardano il video online e risuonano ancora nel rifiuto della perfezione messo in scena dalle protagoniste. La pressione che intercetta non è mai scomparsa, ha cambiato leggermente forma. Se negli Anni '90 passava attraverso copertine, pubblicità e immagini patinate, oggi si moltiplica sui social, dove la costruzione dell'aspetto fisico è diventata quotidiana, accessibile e apparentemente spontanea. L'estetica clean girl, con la sua idea di bellezza naturale ma accuratamente costruita, la skincare in più passaggi e attenzione costante alla propria immagine, rappresenta spesso un'altra versione dello stesso imperativo: essere belle, curate e presentabili. In questo contesto, la scelta delle Dirty Girls di apparire volutamente trasandate, di sottrarsi alle aspettative e di non preoccuparsi di risultare desiderabili conserva una forza profondamente contemporanea. Non tanto perché suggerisca un nuovo ideale estetico, quanto perché mette in discussione la necessità stessa di averne uno.
«Se le Dirty Girls avessero oggi 13 anni – si legge su Dazed – molte delle loro compagne avrebbero probabilmente già alle spalle anni di skincare in più passaggi. Le cosiddette "Sephora kids" spendono in media 124 sterline per i prodotti che compongono queste routine, nonostante alcune ricerche sostengano che offrano benefici minimi o addirittura nulli». La "sporcizia", o quantomeno l'estetica trasandata ha iniziato, in reazione a tutto ciò, a comparire anche negli ambienti dell'alta moda, sulle passerelle e nelle tendenze beauty. (Balenciaga SS23, Elena Velez SS24, Miu Miu SS24, Dilara Findikoglu e Di Petsa SS26, Lueder SS26). Mentre alcune uscite beauty ricordano spore di muffa e piastre da laboratorio, alcune manicure grottesche e altre fragranza evocano la fine del mondo, il sangue e la benzina, portando i concetti di dirty e del disgusto nel mondo della nail art e della profumeria.
La differenza tra oggi e il 1996, infatti, è che anche il look con cui si protesta è diventato un prodotto da vendere. «L'idea che un'immagine sporca disordinata o trasandata possa essere la prova di una vita vissuta più intensamente – commenta Baneet Sarai – è diventata a sua volta una tendenza, soprattutto con la fusione operata da Charli xcx tra la club culture Y2K e l'indie sleaze, culminata nell'estetica Brat del "I slept in my make-up" look». Molte musiciste, tra cui Kim Petras e Sophia Isella, hanno adottato un immaginario ancora più trasandato, vicino al grunge. Ma a 30 anni di distanza dalle riot grrrl degli Anni '90, è ormai evidente che anche questa estetica apparentemente trasgressiva è diventata un modo per vendere un'immagine: forse curata tanto quanto quella delle clean girl che promuovono perfezione e benessere.
Quasi niente è autentico. Oggi, chi tra le popstar o le influencer sceglie un look trasandato, potenzialmente vuole ottenere qualcosa. Le Dirty Girls non stavano ottenendo nulla da tutto questo. Cadere nella stessa trappola di estetizzare se stessi in qualche modo è molto semplice, mentre una persona che non cera nulla, probabilmente, si sentirebbe ancora a disagio all'idea di essere percepita come sporca.
Attraverso la sua radicale opposizione alle mode del momento, la messa in discussione delle aspettative sociali e il rifiuto dei codici tradizionali della femminilità, Dirty Girls continua a parlare a generazioni di outsider e ribelli, proponendo un modello alternativo agli standard di bellezza in un panorama social sempre più dominato da immagini costruite e invitando, allo stesso tempo, a guardare con spirito critico alla cultura mainstream. Se essere dirty non è più radicale e politicamente significativo, della loro esperienza adottiamo l'attitude e lo scopo, non l'aspetto, perché l'importante è continuare a tramandare il messaggio e non così tanto il look.









