Nonostante ci sia chi, come il generale Roberto Vannacci, continua a sostenere che «i femminicidi non esistono», in Italia le donne continuano a morire. Sono già otto le vittime che soltanto nell'ultimo mese abbiamo dovuto piangere nel nostro Paese per colpa di uomini che, ancora una volta, non sono riusciti ad accettare un «no», o la fine di una relazione. Sono numeri che ci spaventano, e che ci dovrebbero portare a una serie di riflessioni, dal punto di vista legislativo ma anche linguistico.



Oggi più che mai, è fondamentale ricordarci che utilizzare le parole corrette per descrivere un fenomeno è uno dei pochi strumenti che abbiamo per combatterlo. Perché conoscere l'orrore vuol dire prima di tutto ammettere che c'è un problema, e a non negarne l'esistenza provando a spazzare via la polvere nascondendola sotto al tappeto, come ancora fanno molti.

Le storie delle ultime vittime di femminicidio in Italia

AGGIUNGI COSMOPOLITAN ALLE TUE RICERCHE SU GOOGLE

Elencare i loro nomi tutti insieme fa spavento: si chiamavano Luigia Fortunato, Tania Sperindio, Dafne Rebaudo, Daniela Florea, Tania Terrin, Ornella Forastefano, Joanna Rouissi e Carmela Bifano e sono state uccise tutte da uomini, partner o ex partner.

La dinamica precisa e il movente di alcuni di questi crimini è ancora da chiarire, ma in certi casi la cronaca racconta una realtà agghiacciante: a volte, come nel caso di Tania Terrin (39 anni), denunciare l'ex compagno - già segnalato da altre tre donne alle forze dell'ordine - non è servito a nulla. Non c'è dunque da stupirsi se in centinaia siano già scesi in strada per richiedere alle istituzioni di garantire alle donne una sicurezza che sembra mancare, in un sistema dove emergono enormi falle.

Già chiamare l'evento con il suo nome, quello di femminicidio, è un primo ma importante passo, per quanto non possa risolvere il problema alla radice: capire che alcuni crimini sono commessi solo perché la vittima è una donna - uccisa in ambito relazionale o familiare perché ha cercato di smarcarsi da una relazione tossica - è il punto di partenza. Senza una consapevolezza collettiva e istituzionale della gravità e della pervasività del fenomeno rischiamo di non andare da nessuna parte.

E anche la definizione del reato di femminicidio come crimine autonomo, punito con specifiche aggravanti, potrebbe non bastare a salvare le vite.

La lotta alla violenza di genere parte dalle scuole

Il Governo Meloni si sarà pure attivato sul profilo penale, ma mancano ancora interventi concreti rispetto alla prevenzione, e in particolare sull'educazione sessuo-affettiva nelle scuole, fin dai primi anni di studio.

Non possiamo più prescindere dalla formazione continua sul rispetto reciproco, sui ruoli e sugli stereotipi di genere e su temi come il consenso: le famiglie, certo, svolgono un ruolo fondamentale nella crescita delle nuove generazioni, ma è solo costruendo questo tessuto collettivo che possiamo davvero aspirare a una svolta culturale. Un cambiamento in grado di abbattere alla radice quella cultura del possesso che continua a stroncare le vite umane, in Italia e non solo.