Ci sono storie che nascono per la carta e sulla carta devono rimanere, perché sarebbe impossibile trasfigurarne il senso con altri mezzi se non quello della penna. Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez è tra queste. O, almeno, lo era. Oggi, 11 dicembre arriva su Netflix la prima trasposizione mai stata realizzata del romanzo dell'autore colombiano, un adattamento approvato dai suoi eredi e realizzato integralmente in America Latina: la lavorazione del titolo, che è stato annunciato nel 2019, ha coinvolto centinaia di addetti ai lavori e un cast brillantissimo, grazie al quale tutti i membri della famiglia Buendía, protagonisti della storia per sette generazioni, rivivono come se fossero usciti dalle stesse pagine, così come il lettore se li era immaginati. Sembrava un'impresa impossibile e invece no, non lo era: il progetto è finito nelle mani giuste e il risultato è una serie bellissima, visivamente e narrativamente, anche per chi non è avvezzo allo stile di Márquez e non ha mai letto il libro.
Persino per l'autore, di quel suo romanzo pubblicato nel 1967 e diventato un pilastro per milioni di lettori in tutto il mondo, era convinto non si potesse fare alcun adattamento. E infatti sono passati quasi 60 anni prima che i diritti fossero finalmente ceduti e l'opera, che è mastodontica e intrisa di un realismo magico molto complesso da rendere visivamente senza scadere nell'eccesso, prendesse forma sotto altre spoglie.
Il regista Alex García López ha invece trasformato l'opera di Márquez in un lavoro grandioso composto da 16, densisissimi episodi da un'ora ciascuno (i primi otto usciranno appunto l'11 dicembre, la seconda parte nel 2025). Sedici ore per rendere la complessa e commovente complessità dei protagonisti della storia, che inizia ai primi dell'Ottocento in un villaggio sperduto ai piedi della Sierra colombiana e culmina un secolo dopo a Macondo, città immaginaria a Nord del paese che sembra ricalcare il profilo di quello nativo dell'autore, Arataca. Proprio la casa che José Arcadio Buendía e Úrsula Iguarán (interpretati da giovani da Marco Antonio González e Susana Morales e da adulti da Marleyda Soto e Diego Vásquez), i due capostipiti della famiglia, costruiranno nel villaggio da loro fondato dopo un cammino tra paludi e deserti durato due anni a caccia di un futuro diverso da quello già scritto, diventerà il perno, il cuore, l'anima di tutta la storia. Un certosino lavoro di ricostruzione di costumi e arredi dell'epoca ha fotografato in modo a dir poco commovente la fioritura di Macondo e della magione coloniale dei Buendìa nell'arco dei 30 anni successivi alla fondazione. Sembrava un lavoro impossibile, dicevamo, invece ogni cosa è al suo posto, ogni snodo della trama è stato rispettato, ogni personaggio, persino quelli secondari, sono stati caratterizzati al massimo delle possibilità.
Ma di cosa parla, dunque, Cent'anni di solitudine?
Riassumere la trama di Cent'anni di Solitudine non è facile, soprattutto per via di quel sottofondo magico che permea tutta la storia e l'ha fatta grande agli occhi di svariate generazioni. Certe immagini, certi personaggi, vanno accettati per come sono più che compresi. Lo stesso autore, nel 1981, ha raccontato a Paris Match di aver provato a scrivere Cent'anni di solitudine senza credere a nulla di quello che scriveva, e di esserci riuscito solo dopo aver sospeso l'incredulità. In questo scenario, il lettore (e, dall'11 dicembre, anche lo spettatore della serie Netflix) non deve fare altro che affidarsi al racconto senza credere ad altro che a ciò che legge (o vede). In questo fidarsi si riassume la meraviglia di Cent'anni di solitudine.
La storia, dicevamo, inizia ai primi dell'Ottocento in un villaggio colombiano senza nome, nel pieno della festa di matrimonio tra i cugini José Arcadio Buendía e Úrsula Iguarán, attorno alla cui unione fioriscono leggende e superstizioni orripilanti: insieme a un gruppo di amici, dopo che un fantasma comincia a perseguitare la coppia e per allontanarsi dall'aura di morte e solitudine profetizzata dai parenti di Úrsula, i due iniziano un lungo viaggio che li porterà a fondare Macondo, dapprima avamposto povero e polveroso, poi fiorente cittadina auto-gestita che, per 30 anni, rimane come sospesa in una nuvola di apparente quiete politica e civile senza morti e senza sciagure. In questi tre decenni José Arcadio e Úrsula danno vita alla loro stirpe accudendo, oltre ai figli naturali José Arcadio, Aureliano e Amaranta, anche i bambini che i primi due concepiscono con la concittadina Pilar Ternera e poi Rebeca (da adulta Laura Grueso), bambina arrivata dal nulla che diventa parte della dinastia. Quando la guerra civile irromperà a Macondo Aureliano, vedovo della giovanissima e indimenticabile Remedios, diventerà un colonnello pronto a combattere il crudele regime conservatore, padre di centinaia di figli sparsi nel Paese, predestinato a una morte violenta che sembra non voler arrivare.
«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio» è l'indimenticabile incipit del romanzo che funge da avvio anche per la narrazione televisiva e da perno di tutto l'incredibile racconto.
Tutti i passaggi salienti dell'opera di Marquéz vengono ricostruiti nella serie con assoluta fedeltà: ogni cosa ha il suo spazio, comprese le frasi più indimenticabili tratte dal libro, che fungono, tramite voice over, da guida nel complesso snodarsi di eventi. L'ansia di Rebeca che mangia la terra quando si sente sopraffatta; l'ossessione della ragazza e della sorella Amaranta per Pietro Crespi (l'italiano Ruggero Pasquarelli, già visto nei teen show Violeta e Soy Luna, che negli episodi in cui compare dà una ottima prova attoriale) che diventa un oggetto del contendere dal finale tragico; la solida razionalità di Úrsula contrapposta alla fantasiosa mente del marito, vittima della magia dei gitani (e del incantatore semi-immortale Melquiades, che arriva ogni anno a Macondo portando invenzioni incredibili come la fotografia o libri sull'alchimia) e di una sete per l'ignoto che lo porterà a legarsi, ormai pazzo e senza punti di riferimenti terreni, a un castagno nel suo giardino. E poi ancora la dolcezza di Remedios, che muore, sposa bambina, nello sgomento dell'intera Macondo; la carnalità di José Arcadio, che fugge da ragazzo con la compagnia di gitani e torna, meraviglioso, a rubare il cuore di Rebeca; la pazzia del figlio Arcadio, che diventa generale della città e perde di vista ogni ideale dei suoi fondatori.
Avventurarsi in questo complesso disegno di magie e soprannaturalità, di morte e vita, di sesso e sangue è senz'altro un'impresa impegnativa, ma lo sforzo viene ripagato dalla visione esattamente come avviene dopo la lettura del romanzo. Cent'anni di solitudine, oggi anche grazie al suo adattamento televisivo, si inserisce di diritto in quel flusso di riscoperta dei classici che, soprattutto la GenZ, sta mettendo in atto in questi anni. Ed è così che il mito dei Buendìa rivive, integro e splendido, in una serie che ha tutti i connotati per essere considerata un capolavoro.















