*Disclaimer: il 23 ottobre il Tribunale di Taranto ha sospeso la messa in onda della serie su Disney+ in seguito a un ricorso del sindaco di Avetrana, preoccupato che la resa finale del progetto televisivo potesse nuocere all'immagine della città e fermo nella sua posizione di chiedere il cambio del titolo dello show per evitare che questo risulti diffamatorio per il comune. L'APA - associazione produttori televisivi - ha fatto sapere tramite il Presidente Chiara Sbarigia che «il blocco preventivo della serie, ancora inedita, appare come una grave lesione di quel principio di libertà di espressione chiaramente tutelato anche a livello costituzionale e che deve essere garantito al racconto audiovisivo italiano. Guardate le nostre serie, giudicatele, ma non chiedetegli di non esistere solo perché raccontano la realtà». Le parti si incontreranno in tribunale il 5 novembre: contrariamente a quanto scritto nell'articolo, pubblicato prima della decisione del Tribunale, la serie non andrà dunque in streaming il 25 ottobre come annunciato.
Lo ammettiamo, quel primo poster promozionale diffuso da Disney + al lancio della nuova serie originale Avetrana - Qui non è Hollywood, ci aveva fatto paura. Non solo per ciò che ci ha ricordato - il brutale omicidio di Sarah Scazzi, ragazzina di 15 anni assassinata, stando alle accuse che hanno portato al "fine pena mai" le sue assassine, dalla zia Cosima e dalla cugina Sabrina, per una banale gelosia - quanto per il timore della resa patinata e apparentemente parodica di una vicenda atroce che il 26 agosto scorso ha compiuto 14 anni e che pure non riusciamo a toglierci dalla testa. In realtà la serie, in streaming dal 25 ottobre* sulla piattaforma e diretta e scritta da Pippo Mezzapesa (Ti mangio il cuore) insieme a Antonella W. Gaeta, Davide Serino, Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni (autori, questi ultimi, del libro da cui la serie è tratta, ovvero Sarah la ragazza di Avetrana di Fandango), sin dai primi minuti di visione aggira benissimo questo pregiudizio: iniziamo subito col dire che Avetrana è una serie fatta bene, suggestiva e ben recitata, al netto di qualche sbavatura e incertezza che è più legata ai fatti che racconta che non alla sua resa. Presentata alla Festa del Cinema di Roma 2024, Avetrana ha ricevuto ottime critiche da parte del pubblico e degli addetti ai lavori.
I quattro episodi densissimi, lunghi circa un'ora ciascuno, sono dedicati ai personaggi principali della vicenda: Sarah Scazzi, appunto, interpretata dall'esordiente Federica Pala; Sabrina Misseri, una inquietante, torbida e convincente Giulia Perulli; Cosima Misseri (Valeria Scalera); Michele Misseri, lo zio che ancora oggi va predicando la sua colpevolezza pur avendo già scontato la sua pena per l'occultamento del cadavere della nipotina (Paolo de Vita).
Perché continuiamo ad ascoltare queste storie (anche se ci fanno paura, o male, o ci fanno sentire in colpa)
Più che aprire interrogativi o riavviare i processi dell'opinione pubblica (com'è successo con il recente documentario di Netflix dedicato all'omicidio di Yara Gambirasio) questo true crime tocca le stesse corde della serie di Ryan Murphy sui fratelli Menéndez, recente successo di pubblico e critica sempre di Netflix, seppur per motivi diversi. Sia Avetrana che la serie di Murphy, infatti, smuovono le radici più profonde delle paure umane, angosce ancestrali che si mescolano all'altrettanto naturale fascinazione "colpevole" che casi come questo accendono nello spettatore. Da un lato, insomma, l'empatia per la povera vittima (o per i colpevoli, come nel caso dei Menéndez) si riattiva insieme alla curiosità, stimolando un processo di revisione del caso anche a distanza di anni da parte di un pubblico trasversale: il true crime, d'altronde, è amatissimo dalla GenZ. Dall'altro l'attenzione morbosa per i dettagli della vicenda, l'attrazione verso i particolari più inquietanti e drammatici e i risvolti psicologici dei protagonisti ci fa sentire colpevoli, voyeur insensibili alla sofferenza altrui. Sappiamo, in fondo, che la tv traduce in gesti, inquadrature e sequenze fatti che hanno coinvolto esseri umani in carne e ossa, uomini e donne che hanno sofferto, che sono stati uccisi o che sono diventati assassini. Se nel sottotitolo della serie Disney su Avetrana c'è l'intento principale della serie - Qui non è Hollywood rimanda al circo mediatico che animò la cittadina pugliese nei mesi successivi alla scomparsa della ragazzina e poi del ritrovamento del suo cadavere - e la riuscita finale della produzione è abbastanza convincente, rimane in sottofondo una domanda: era davvero necessario tornare a scavare in un simile dramma?
Vale, ovviamente, per la morte di Sarah Scazzi così come per tutti i casi di cronaca nera della nostra storia recente, dal delitto di Meredith Kercher a Perugia a quello del piccolo Samuele Lorenzi a Cogne, passando per Garlasco dove fu uccisa Chiara Poggi e poi per Novi Ligure dove una ragazzina, Erika, insieme al suo fidanzato, Omar, uccise la madre e il fratellino di lei. Questo macabro giro dell'Italia che fissa sulla mappa nomi ormai entrati nell'immaginario collettivo come Avetrana (destino che il sindaco del comune pugliese vorrebbe spezzare: ha chiesto la sospensione della messa in onda della serie Disney temendo una cattiva pubblicità per la cittadina) è un loop spazio-temporale in cui non importa più tanto il chi - chi è morto, chi era la vittima - ma soprattutto il come e il perché - com'è sta assassinata, perché l'omicida ha fatto quello che ha fatto? Il true crime ha successo perché muove le leve dell'empatia ma anche perché cerca, in un modo o nell'altro, le risposte a queste domande e non si ferma finché non le ha trovate. Nel caso di produzioni più documentaristiche gli interrogativi dell'opinione pubblica vengono rivolte ai testimoni, le risposte sono i fatti nella loro sequenza, così come sono avvenuti. E anche in questa modalità si rischia di dare comunque una versione tendenziosa, di cadere nella trama della narrazione innocentista o colpevolista mentre si prova ad ampliare la visione dello spettatore. Nel caso di serie come quella su Avetrana o sui fratelli Menéndez, giusto per citare le due più recenti, si tende invece ad analizzare la psicologia dei protagonisti, un po' per dargli una dimensione narrativa più umana (soprattutto alla vittima dirette o indirette della storia), un po' per fornire una chiave di lettura alle azioni dei colpevoli o dei presunti tali. Allo spettatore non resta che quello strano miscuglio di paura e fascinazione che arriva dopo la visione, dopo aver scrollato decine e decine di video su Tik Tok che parlano del caso, aver guardato foto della vittima rubate ai suoi profili social o recuperato le immagini del processo ai suoi carnefici. Questo vortice di contraddizioni ci fa stare bene o male? Conosciamo la risposta a questa domanda, eppure non possiamo fare a meno di cadere nell'incantesimo.













