Quest'estate tutto riguarda Tyla. Ho iniziato a conoscerla un po' di tempo fa, quando ormai sembrava inevitabile non imbattersi nella sua figura, venirne completamente assuefatti, esteticamente, sonoramente.
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Le nicchie di internet, i magazine che indagano le sottoculture più interessanti, le scene underground della club culture milanese – su tutte le serate di Ritmo Research Department, un progetto creativo multidisciplinare e un collettivo di djs, designer e tanto altro, che crede nell'innovare del panorama italiano attraverso l'intersezione di codici multiculturali e la loro ibridazione, spingendo afrobeats, carribean sounds, global bass e european urban –, tutti ma proprio tutti iniziavano anche in Italia a parlare di lei. I featuring con Zara Larsson, Lisa, Teyana Taylor e Cardi B, il suo feed glitterato, i cornrows, l'hair tattooing e le parrucche, la collezione di piercing all'ombelico con cui si muove, percussiva e sinuosa, sulle vibrazioni, i brividi e i tremori della belly dance da quando ha cinque anni, hanno probabilmente aiutato, ma una che deve sapere sempre cosa succede ovunque e conoscere le tendenze più ricercate del momento, non poteva che ossessionarsi della cantautrice sudafricana che sta sull'orlo di diventare una delle prossime e più influenti popstar mondiali.
Tutti aspettano A*POP di Tyla, il nuovo album in uscita il 24 luglio 2026
Da quando nelle file degli ascoltatori più attenti e degli addetti ai lavori musicali più sperimentali si è sparsa la voce, tra passaparola e link condivisi sulle storie Instagram da Spotify, che Tyla è la prossima grande cosa del pop globale, il suo suono e le sue performance hanno conquistato gradualmente una fetta di pubblico sempre più ampia. Mentre scrivo, su Instagram conta 13,6 milioni di followers e da qualche giorno ha annunciato la data di uscita del suo secondo album in studio, A*POP, anticipato dai singoli "SHE DID IT AGAIN" con Larsson (collaborazione fiorita anche nella versione remixata di "Hot&Sexy" di Midnight Sun - Girls Trip) e il cliccatissimo "CHANEL". Già dai primi brani del progetto, che sarà disponibile nella sua completezza il prossimo 24 luglio e nella prima cover presenta l'artista mentre indossa una maschera da Catwoman, è riconoscibile la linea strumentale caratteristica della produzione di Tyla, una che si scioglie nel blend tra suoni mainstream contemporanei, pop e R&B, e generi che affondano le radici nella cultura e nella musica del Sudafrica, nell'afrobeats, nell'amapiano.
Tyla: chi è la popstar sudafricana e perché è conosciuta come la "regina del popiano"
Nata il 30 gennaio 2002 a Edenvale, nella provincia sudafricana del Gauteng, Tyla Laura Seethal proviene da una famiglia dalle origini mixed. Cresciuta a Johannesburg, dopo essersi diplomata e prima di diventare una star internazionale, ha iniziato a farsi conoscere pubblicando cover su YouTube e inviandole via Instagram ad artisti e addetti ai lavori, fino a essere notata dal manager Garth von Glehn, che ha organizzato le sue prime sessioni in studio. Nel 2019 ha pubblicato il singolo di debutto "Getting Late" con KOOLDRINK, diventato rapidamente virale grazie anche al videoclip uscito nel 2021 e candidato ai South African Music Awards.
Parallelamente agli studi in ingegneria mineraria, Tyla ha deciso di concedersi un anno sabbatico per concentrarsi sulla musica, scelta che l'ha portata a firmare con Epic Records e a pubblicare i primi singoli internazionali. Il vero punto di svolta arriva però nel 2023: dopo l’esibizione all'afterparty di Dolce & Gabbana durante la Milano Fashion Week e l'uscita di brani come "Been Thinking" e Girl "Next Door" con Ayra Starr, ha conquistato il pubblico globale con "Water", hit che è entrata nella top 10 delle classifiche di Stati Uniti, Regno Unito e altri Paesi, rendendola la prima artista sudafricana a raggiungere quel traguardo nella Billboard Hot 100 dopo oltre mezzo secolo.
Grazie al suo mix di amapiano – sottogenere della musica house e del kwaito, originario del Sudafrica, che si ispira alla deep house, al gqom, al jazz e alla lounge – pop e R&B, Tyla è stata presto soprannominata "Queen of Popiano", termine con cui la stessa definisce il suo sound. Nel 2024 ha consolidato il suo successo vincendo il Grammy Award per la migliore interpretazione di musica africana con "Water", diventando la più giovane artista africana a ottenere il riconoscimento, e pubblicando il suo album di debutto Tyla, trainato dai singoli "Truth or Dare", "Art", "Jump" e "Push 2 Start". Tra BET Awards, MTV Europe Music Awards e l'esibizione al Victoria's Secret Fashion Show, Tyla si è ormai affermata come una delle nuove icone globali della musica pop africana e mondiale.
L'importanza della rappresentazione del Sudafrica e dell'identità "coloured" di Tyla nella musica e nella cultura internazionale
«Da bambina, speravo sempre che pop star come Rihanna, Britney Spears o Michael Jackson venissero dal Sudafrica. Volevo che una star provenisse dalla mia città natale. Ora, per la gente della mia città, voglio diventare una pop star che rappresenti il Sudafrica», diceva Tyla a Rolling Stone nel gennaio 2024. In generale, la cantautrice cita anche Drake, Whitney Houston e Aaliyah come influenze centrali per lo sviluppo di un suo suono caratteristico, che in un parallelo metaforico alcuni potrebbero definire sfaccettato e molteplice tanto quanto la sua identità etnica.
Mentre nei thread delle piattaforme social musicali iniziavano a venire scoperti globalmente e diventare popolari i primi suoni afrobeats – l'etichetta contemporanea usata per identificare la musica pop africana globale, da Burna Boy a Wizkid, da non confondere con l'afrobeat al singolare, termine che indica il genere creato negli Anni '70 da Fela Kuti, caratterizzato da jazz, funk e sonorità politiche – e prima di raggiungere la fama, l'artista, oggi ventiquattrenne, aveva pubblicato su TikTok una clip in cui parlava con orgoglio delle sue radici multietniche. Nel video in cui appariva con i Bantu knots come acconciatura, mentre indossava una tradizionale collana di perline, Tyla sosteneva: «I am a coloured South African», scatenando un'ondata di polemiche proveniente soprattutto dagli utenti statunitensi.
Su X scrivevano: «Non la chiameremo "coloured" qui e se lo richiederà, la sua carriera finirà prima ancora di iniziare», o ancora, con accenni sarcastici: «Sta cercando di sfondare nel mercato americano, ma qui non potrà usare quella parola, potrà però usarla altrove». Il termine "colored", ma anche "coloured" negli USA è al giorno d'oggi considerato uno slur: durante l'era di Jim Crow, quando negli stati del sud furono istituite leggi segregazioniste per opprimere gli afroamericani dopo l'abolizione della schiavitù. Fontane, servizi igienici e sedili degli autobus erano contrassegnati con le scritte "whites only" o "colored only" in un approccio indubbiamente razzista. Proprio per questo, la comunità preferisce identificarsi nel termine "black" o, in alternativa, in quello più cappello "People of color" (abbreviato in POC), che si usa oltreoceano per descrivere chiunque non sia bianco, non appartenga all'etnia caucasica (alcuni infatti non lo apprezzano, perché cancella l'unicità di ogni comunità e incentra la conversazione sulla bianchezza; o lo sei o non lo sei). Anche in Italia, uno Stato con una storia di discriminazione razziale ben definita, secondo le parole della divulgatrice e content creator afroitaliana Marianna the influenza (@mariannatheinfluenza), «Si dice "nero" perché il termine descrive le persone afrodiscedenti i cui incarnati vanno dal marrone caldo, medium brown, al marrone scuro, dark skin. "Di colore", per come lo intendiamo in italiano, non fa riferimento alle persone non bianche come l'espressione inglese, "of color", ma fa riferimento soltanto alle persone nere in quanto è la traduzione di, "colored", termine inglese con cui si designavano gli spazi e i servizi dedicati alle persone black e brown durante la segregazione razziale».
«Il fatto che l'Italia abbia ereditato il significato del termine non è casuale, dato che aveva istituito un sistema di apartheid nelle sue colonie africane, come in Etiopia – articolava in un post su Instagram – e ricordiamo inoltre che le prime leggi razziali italiane del 1938 che colpirono la popolazione ebraica e sinta sono un proseguo delle legge razziali promulgate nel 1937 nelle colonie secondo cui un uomo italiano e una donna colonizzata non potevano sposarsi, e qualsiasi figlio nato da una coppia detta "mista" non riceveva la cittadinanza italiana automaticamente. Nonostante in Italia e nei suoi insediamenti doveva valere la legislazione nazionale che prevedeva il principio giuridico della cittadinanza per "sangue" dei genitori».
L'America, però, è troppo spesso sopravvalutata, si auto-interpreta come una lente esaustiva per leggere e analizzare qualsiasi cosa accada nel resto del mondo. Il "coloured" di Tyla, considerato in USA un insulto, è parte integrante della cultura sudafricana come identità distinta e ufficialmente riconosciuta. Anche in Sudafrica, prima della fine del regime di minoranza bianca nel 1994, c'era l'apartheid, che si estendeva in un sistema politico con una gerarchia etnica ben precisa, che privilegiava i bianchi e la cui legge sulla registrazione della popolazione del 1950 imponeva che le persone fossero registrate in una di quattro categorie: whites, black, Indians o coloured. Un'altra legge designava le aree residenziali in base all'etnia. I "coloured", in questo senso, sono persone multietniche del Sudafrica, della Namibia e, in misura minore, dello Zimbabwe e dello Zambia, che discendono dalla mescolanza avvenuta tra europei, africani e asiatici, a partire dal XVII secolo in contesti di schiavitù e colonialismo. Da questa storia complessa, persone come Tyla, che si identificano con questo termine, presentano un intessuto e ricco arazzo culturale: l'artista ha origini origini indiane, indo-mauriziane, zulu e irlandesi. Secondo l'ultimo censimento del Sudafrica, le persone coloured rappresentano l'8,2% della popolazione.
Tyla sta cambiando il modo in cui immaginiamo le popstar globali
«Capisco che sia uno slur, ma questa non è l'unica storia che riguarda il termine», dichiarava alla BBC News nel 2023 Lynsey Ebony Chutel, autrice insieme a Tessa Dooms di Coloured: How Classification Became Culture. Nell'articolo di Danai Nesta Kupemba, le studiose di Johannesburg descrivevano le proprie persone come «un mix eclettico di aspetto, lingua, accenti e tradizioni». Chutel affermava inoltre che è pericoloso per gli americani cercare di ergersi ad arbitri quando si parla di "essere neri", perché non esiste un unico modo di essere neri, né un unico modo di essere coloured, mentre la conduttrice radiofonica sudafricana Carissa Cupido, cresciuta a Città del Capo e sentita sempre dall'emittente britannica, affermava che, nonostante la classificazione le sia stata imposta, ha "abbracciato, accettato e celebrato" la sua identità di persona di coloured. «Sono entusiasta all'idea che la prossima generazione di ragazze coloured possa conoscere Tyla e trarre ispirazione e speranza dalla sua rappresentazione», diceva dal punto di vista di una donna cresciuta alla ricerca, mai davvero soddisfatta almeno finora, di qualcuno che fosse come lei nei magazine e nei media (c'erano già stati musicisti sudafricani di fama internazionali, ma nessuno ha raggiunto i livelli di Tyla). Quando interrogata sulla spinosa questione identitaria che aveva coinvolto l'artista, Cupido commentava: «Lo trovo profondamente irrispettoso. Non si può sminuire lo stile di vita di qualcuno solo perché non lo si comprende. Chi ignora il patrimonio culturale di cancella e sminuisce anche la mia esistenza e quella della mia famiglia, e il modo in cui comprendiamo, percepiamo e viviamo il mondo». Dooms invece sottolineava: «Stiamo lottando per la legittimità di ciò che abbiamo costruito. Di ciò che abbiamo creato, della cultura che abbiamo plasmato. Avere l'audacia di mettere in discussione l'identità di qualcuno e sostituirla con la propria è ridicolo. Non siete progressisti», mentre Michael Morris, head of media al South African Institute of Race Relations, ricordava: «Spetta semplicemente a Tyla decidere chi è e come desidera essere chiamata». Se da un lato il successo e la diffusione ampissima della sua musica è una buona notizia per l'arte e le sue contaminazioni, perché siano consapevoli e correttamente accreditate, dall'altra il discorso identitario che la riguarda nello specifico è essenziale per una rappresentazione più eterogenea e decentralizzata di tutte le etnie e le culture, anche quelle meno conformi a uno sguardo eurocentrico, occidentale, suprematista americano.












