Tra la misura delle piccole e delle grandi cose si trova uno spiraglio di luce, come quello che filtra tra le case di periferia, attraverso cui intravedere il proprio destino. Un destino che, nella misura dei sogni più o meno grandi, inevitabilmente ti abbraccia e accoglie sempre. Giulia Maenza è sempre stata una sognatrice. Una giovane donne avvolta dalla realtà provinciale della sua Sicilia. Un voce calma, delicata, ponderata, capelli color miele e già tante cose da raccontare.

Classe 1999, volto già noto per la serie The Bad Guy, oggi arriva al cinema. Lo fa con una pellicola dei Manetti Bros, U.S. Palmese, che attraverso una favola tenera e sportiva racconta di sogni più o meno realizzabili. Di concretezze, di realtà e di sano gioco. C’è Palmi, della Calabria, che diventa affresco del racconto, c’è il calcio che diventa motore di grandi progetti, c’è Concetta, la donna a cui presta voce e volto Giulia Maenza.

Che donna è Concetta?

«Se il film parla di sogni, Concetta è a sua volta una sognatrice. A differenza del padre, Don Vincenzo - interpretato da Rocco Papaleo - lei insegue sogni più concreti, facilmente realizzabili. Vorrebbe costruire un ospedale del paese, ad esempio, al contrario del padre, un agricoltore in pensione che progetta di risollevare le sorti della squadra di calcio della città. Un rapporto, tra padre e figlia, che vedrà un’evoluzione nel tempo della pellicola e che aiuterà Concetta anche a riscoprire la bellezza di darsi il permesso di sognare anche in grande».

Ti senti vicina a lei?

«Sì, è una donna emancipata, ambiziosa, determinata. E poi arriva da una realtà di provincia del sud Italia, come la mia».

Come hai vissuto la tua realtà di provincia?

«Il paese da cui arrivo io è più piccolo di Palmi, di cui si racconta nel film. Oggi vedo quella realtà riflessa nei racconti dei miei amici che ancora vivono lì, con quella voglia di cambiare qualcosa. Spero che Concetta, di U.S. Palmese, possa richiamare tante donne della nostra generazione».

Hai lasciato molto presto quella realtà?

«Sì, l’ho fatto per iniziare a lavorare nel mondo della moda. Poi è arrivato il cinema. Tornare a casa mi piace molto, ritrovo una realtà famigliare che mi accoglie sempre. Ci si conosce tutti, ci si supporta. C’è sicuramente un’aria diversa rispetto a quella che si vive nelle grandi città».

Com’è arrivata la moda nella tua vita?

«Casualmente. Avevo 14 anni, correvo, facevo atletica leggera - mio papà è uno sportivo, un insegnate di educazione fisica - e mi trovavo allo Stadio delle Palme. Mi si è avvicinata una ragazza, mi ha fatto molti complimenti, ero abbastanza imbarazzata, e poi mi ha presentata a un fotografo siciliano. Non ho inizia subito, ero ancora troppo piccola, ho aspettato i 16 anni e poi sono partita per Milano».

Il mondo della spettacolo era nei tuoi sogni?

«Da piccola disegnavo tanto, disegnavo abiti, vestiti. Mi divertiva molto. Crescendo, guardando la televisione, con i film d’epoca, con i miei genitori, è nata in me una sorta di fascinazione per le grandi dive. Ma il cinema lo vedevo come un mondo in cui non sarei mai arrivata soprattutto venendo da una realtà come la mia».

A sedici anni inizia il tuo viaggio nel mondo dello spettacolo, un periodo adolescenziale tra scuola, studi e vita privata molto importante. Che anni sono stati per te?

«Mi sono ritrovata a dover affrontare certe situazione e rapportarmi con gli adulti in modo molto più rapito. Ho raggiunto un tipo di maturità che all’epoca non avevano ancora i miei coetanei e sentivo che il mio bagaglio si riempiva sempre di più. I miei amici ascoltavano i miei racconti, quando rientravo, la scuola invece mi è venuta incontro. Forse, tornando indietro, aspetterei altri due anni prima di iniziare, ma sono grata per tutto. Iniziare più tardi probabilmente non mi avrebbe permesso di fare ciò che sto facendo ora. Sono una persona che crede nel destino, probabilmente questo è ciò che dovevo fare».

C’è stato un momento in cui hai capito che il mondo dello spettacolo sarebbe stato il tuo mondo?

«Durante i mesi del Covid mi sono posta molte domande: ero a Palermo, a casa, senza la possibilità di partire. La recitazione era nel cassetto dei miei sogni da molto tempo, ma lo avevo messo un po’ in stand-by. Forse non avevo il coraggio per entrarci. Forse per paura. Forse perché la moda mi regalavo molto. Ma in quel momento ho pensato fosse arrivato il momento giusto. E ho pensato che il mio "giocare allo specchio" potesse diventare qualcosa di molto più grande. Lì ho deciso di lanciarmi. È una storia d’amore che spero non finisca mai».

Hai vissuto il pregiudizio nel mondo del cinema perché arrivavi dalla moda?

«Sul set del mio primo lavoro mi chiamavano la “modellina”. Ma non mi dava fastidio: arrivavo da quel mondo ed erano i miei primi lavori. La moda comunque mi ha insegnato come sentirmi comoda e a mio agio davanti alla macchina da presa».

C’è un ruolo, nel cinema, che ti piacerebbe interpretare?

«Sono una grande fan dei film di genere. Nel cinema italiano, gli horror e la fantascienza si sono un po’ persi. Ma un personaggio che amo alla follia è Ripley di Alien. Mi piace, è un personaggio bellissimo, il più bello forse del cinema. Un personaggio forte, anche fisicamente, è ciò che mi piacerebbe interpretare».

Nel cinema pensi di aver trovato il tuo modo di esprimerti, o desideri metterti ancora alla prova in qualche altro settore?

«Non mi piace fermarmi. Con la moda ho scoperto tanti posti, luoghi, conosciuto persone. Il cinema è un mondo più lento: ci sono mesi di set e mesi di attese. Ecco questa attesa non riesco a sopportarla così, dopo l’uscita del film, parto per New York. Vado a studiare e a conoscere nuovi insegnanti, persone, per avere nuovi stimoli».

Sei fiera di quello che stai facendo?

«In realtà sono molto rigida con me stessa. Sono fiera di me, delle scelte che sto facendo. Sono molto attenta. Ho fame, ma comunque non ho quella voracità che può portarmi verso strade sbagliate e questo mi rende molto fiera delle donne che sto interpretando».