Un virus, un vaccino introvabile e tante varianti. Potrebbe essere l’inizio di un qualsiasi pezzo di cronaca, e invece si tratta di una serie tv coreana, Non siamo più vivi, disponibile su Netflix, in bilico tra il dramma e l’horror scolastico. Dodici ore di racconto spalmate su altrettanti episodi che variano tra i 40 e i 70 minuti e che raccontano la rapida caduta della cittadina di Hyosan, Corea del Sud, durante un attacco zombie. Il tutto è ambientato in un liceo: un virus viene iniettato nel corpo di un ragazzo oggetto di bullismo, con l’obiettivo di renderlo più forte e pronto a reagire. Qualcosa, però, va storto. Il virus si appropria di lui bloccandogli il cuore e consumandogli il cervello e nel giro di un giorno, e di un episodio, almeno metà della città è contagiata. Si tratta di una serie corale, dove i singoli problemi di un gruppo di liceali si mescolano con quello più grande del rischio di una pandemia letale. Ma ci sono diversi motivi per cui con la nuova serie sudcoreana, questa volta, Netflix non è riuscito nel suo intento: dare al proprio pubblico un prodotto compiuto e interessante, offrendo piuttosto solo i rimasugli che la scia del successo dei K-drama dell'ultimo anno ha avanzato.
La recente serie sudcoreana targata dal colosso approfitta di due aspetti contingenti. La recente esperienza con il Covid e il successo di Squid Game e Kingdom, disponibili entrambi su Netflix. La pandemia permette alla serie di citare alcuni fenomeni come la difficoltà nel trovare un vaccino, la rapidità della sua mutazione (di varianti ne sappiamo qualcosa anche noi), e la presenza di asintomatici, e tutto senza spiegare nulla. Serie come Sweet Home (dove i mostri prendevano la forma dei desideri nascosti degli abitanti invadendo le case popolari nel cuore di Seul) e altri successi con la K hanno molto probabilmente aiutato Non siamo più vivi a scalare la top ten della piattaforma. Mantenendo anche il primo posto per parecchio tempo. Ma non basta.
Il regno dello splatter, ma questo va bene. Il trucco estremamente realistico, zombie impersonati alla perfezione, e incredibili effetti sonori fanno aumentare l’interesse. Il rumore delle ossa che si rompono e si ricompongono, i denti che entrano nella carne e il sangue che sgorga sembra sporcarci anche se siamo sul divano a distanza di sicurezza. La serie, tratta dal webcomic Now at our school, è una critica nei confronti di una società improntata sulla rigidità. Descrive una scuola preoccupata più della propria immagine anziché della salute dei suoi studenti. E poi l’argomento cardine: il bullismo, completamente ignorato dagli adulti. Proprio per questo Non siamo più vivi aveva tutte le carte in tavola per denunciare questo problema, considerando che è anche il motivo per cui tutto questo casino è scoppiato. Le vittime sono numerose e per un istante anche nello spettatore si insedia la necessità di trovare giustizia. Poi però, tutto resta lì solo abbozzato.
Trucco ed effetti non bastano più per giustificare la trama debole. I ragazzi bullizzati fino al giorno prima muoiono zombie cercando di mettere in atto una vendetta, proprio il bullo diventa il primo asintomatico, una sorta di cattivo Super Saiyan. La volontà di introdurre questi temi c’è, ma l'impressione è quella che si tratti di un'occasione sprecata, non arriva, non dice niente. E l’alternanza con musichette e battute comiche spazza via ogni tentativo di serietà. Anche gli stessi protagonisti cercano di evolvere. Si fa spazio tra di loro prima l’istinto di sopravvivenza, poi il lavoro di gruppo, e infine il senso di colpa per gli amici scomparsi.
Ma ci stanchiamo prima di arrivarci. Facciamo giusto in tempo ad assistere alla prima evoluzione dal surreale al tragico. Una giovane liceale, dopo essersene andata dall’istituto senza forze, ricompare chiusa in bagno con un neonato tra le mani. Non abbiamo mai visto alcuna pancia o nulla che facesse presupporre una gravidanza, né assistiamo al parto, ma immaginiamo che il bambino sia il suo. Accanto a lei ci sono forbici, fazzoletti, e soprattutto il cordone ombelicale è ancora intatto. Dopo questa prima fase surreale la sua figura lotta per avere un senso quando, infettata dal virus (ma quando?, ma dove?) si lega alla porta per tenere in salvo il neonato impersonificando la lotta dei genitori per difendere i propri figli. Forse l'unico tema che valeva la pena approfondire.














