Mio padre, come molti padri, non si getta spesso in conversazioni profonde. Ce n’è una, però, che abbiamo fatto circa un decennio fa quasi per caso, e che da allora mi torna in mente in maniera spontanea, di tanto in tanto. Stavamo raccogliendo ciliegie da un vecchio albero piantato nel giardino della casa in campagna dove sono cresciuta. Qualche metro sotto di noi, il cane di famiglia – un bastardino un po’ scemo ma dolcissimo – correva qua e là. Mia sorella studiava in soggiorno. Era un’ottima giornata di sole primaverile, di quelle con il cielo azzurro e le nuvole con forme tutte diverse.
A un certo punto gli ho chiesto cosa voleva fare da grande, quando era piccolo. Nel dialetto veneto che parla quasi sempre, da sempre, mi ha dato una risposta talmente limpida, talmente spontanea da sembrare tirata fuori da uno di quei post su Facebook in cui la gente si inventa le conversazioni strappalacrime avute con un nonno o un figlio piccolo per acchiappare like: «Volevo una casa in campagna, due figlie, un cane e un albero di ciliegie».
Mio padre è nato nel 1955, e di recente mi ha detto che pensa spesso a quanta fortuna abbia avuto nella vita. Da piccolo i suoi genitori lo mandavano in giro con le scarpe bucate, e non perché fossero cattivi: non potevano semplicemente permettersi un calzolaio o un nuovo paio. È stato mandato in seminario per poter continuare a studiare; ha lavorato per anni mentre faceva Medicina. Quando si è laureato nella sua frazione hanno dato una festa, perché era la prima persona nata lì a essersi mai laureata. Poi ha aperto il primo studio dentistico del suo paesino: ci lavora da allora. Dieci, a volte anche dodici ore al giorno, da quasi quarant’anni.
Ho pensato a lui quando ho letto una ragazza che, in risposta alla domanda, «c’è una persona di successo a cui ti ispiri?», nell’inchiesta di Cosmopolitan sul successo, a cui avete partecipato in più di 600, ha citato a sua volta il padre, capace di «raggiungere tutti gli obiettivi che voleva raggiungere», e che l’ha cresciuta «senza mai farmi mancare nulla, ma insegnandomi tanto». Ho anche pensato che raggiungere lo stesso tipo di successo – una carriera esigente ma ben pagata, senza agganci pregressi, una casa di proprietà, la capacità di mantenere una famiglia da soli più che dignitosamente –, sia molto più difficile per chi, come me, è nato dagli anni Novanta in poi. Da una parte c’è, ovviamente, il problema dei salari che non crescono e dei prezzi degli affitti (o delle case da acquistare) che invece aumentano vertiginosamente. Dall’altra la preoccupazione per un futuro incerto, tra gli effetti incombenti del cambiamento climatico e gli sviluppi tecnologici che promettono di stravolgere il mondo del lavoro.
Certo, qualcuno ce la fa ancora: da un punto di vista statistico, però, il percorso lineare che portava molti al successo nelle generazioni precedenti – studiare, trovare un lavoro a tempo indeterminato, comprare casa, farsi una famiglia – è molto meno accessibile di un tempo. Alcuni decidono allora di puntare altissimo e sperare in un successo immediato: spaccare su TikTok da un giorno all’altro e diventare un’influencer strapagata, investire nella criptovaluta giusta, darsi alle scommesse. Altri ridimensionano le aspettative, o meglio, le spostano in direzioni nuove: la Gen Z è senza dubbio una delle prime generazioni a riconoscere collettivamente che esistono molti modi diversi di vivere una vita dignitosa e felice, anche se potrebbe voler dire prendere delle scelte diverse, inaspettate.
Vari studi mostrano che per un gran numero di persone della mia generazione il successo è legato molto meno a delle tappe obbligate e molto di più alla realizzazione di sogni e speranze individuali. Dei ragionamenti simili si trovano, ancora e ancora, nelle vostre risposte. Una lettrice scrive che a lei, per considerarsi una persona di successo, basterebbe poter «smettere di stare in “modalità sopravvivenza”, guadagnare abbastanza per vivere bene, viaggiare, essere indipendente e permettermi qualche vizio». Un’altra sottolinea che per lei «successo è poter vivere la vita come si vuole», «costruirsi da soli il proprio futuro». Non dipendere, insomma, dai sogni altrui, ma individuare i propri, inseguirli, e farcela.
Per tantissimo tempo, i miei sogni sono stati molto più ambiziosi (e folli) di quelli di mio padre. Io quando ero piccola non volevo un albero di ciliegie: volevo vincere il Nobel per la letteratura. Più tardi, in un periodo in cui ero particolarmente intollerabile, ero convinta che avrei potuto con un po’ di impegno ambire a diventare la prima segretaria generale donna delle Nazioni Unite. Almeno una volta, da adolescente, mi sono seduta e ho redatto nero su bianco un piano quinquennale che mi avrebbe permesso di vivere in un paese diverso ogni sei mesi, in modo da poter vedere quanto più possibile del mondo prima di morire. Successo, per me, ha sempre voluto dire correre come una forsennata, anche se questo significava correre il rischio di sbattere fortissimo contro a un muro. A 23 anni mi sono beccata il primo burnout. Pochi mesi fa mi ha colpita in testa il secondo.
Adesso nella lista di condizioni necessarie per considerarmi una donna di successo c’è un Nobel in meno e un «non autodistruggermi costantemente» in più. Lo scrivete in maniera un po’ meno drastica anche voi: «Non penso il successo sia dettato da soldi o fama, ma dalla gratificazione di aver creato una vita di cui essere fiero e soprattutto che ti renda felice». «Non lo associo solo a risultati visibili come soldi o riconoscimenti, ma piuttosto a una sensazione di equilibrio, soddisfazione personale e libertà». O, come scrive in modo esplicativo una lettrice: «Riuscire a raggiungere i miei obiettivi senza tradire i miei valori, sentirmi in equilibrio tra lavoro, passioni e affetti. Il successo è quella sensazione di serenità e orgoglio che provo quando so di aver dato il meglio di me stessa, restando autentica».
















