Niente è più stupido del confronto tra generazioni. Garanzia di scemità è iniziare una frase con: «Ai miei tempi…».

Facciamolo lo stesso. Dicono che il divario sia enorme, senza precedenti. Che tra noi e i noi di venticinque anni fa ci siano due mondi che non si guardano neanche in faccia, che s’incontrano e non si salutano. È arrivato l’internet di massa ed è stato come scoprire un altro fuoco, il mondo di prima è preistoria nebbiosa. Però intendiamoci: le rivoluzioni quanto a diritti sono state pochine. Lo statuto dei lavoratori per esempio è sempre una legge del 1970 con qualche aggiustata e le partite IVA piangono come sempre, infelici e fiscalmente pressate nei secoli.

Il resto è cambiato, sì, ma nessuno sa dire bene in che senso, se è meglio, peggio, o se alla fine è tutto uguale.


Amore.

Anni '90.

Andava come andava. Ti innamoravi nei dintorni. Se capivi alla svelta come andavano le cose, ti pigliavi il meno indigeribile tra i corteggiatori. Qualcuno – erano le più iellate di noi – si innamorava a distanza. Perdevi mesi, a volte anni, con le relazioni immaginarie. Telefonavi. Telefonate che costavano. Quindi era meglio che dell’altro lato ci fossero intenzioni serie. Con le interurbane si faceva un po’ per uno: le bollette non erano gratis, l’amore neanche.

Anni '20.

Ti innamori a volte delle foto, altre della scrittura. È tutto un flusso gratuito di messaggi, commenti, like, whatsapp. Una superconvivenza, ti stufi prima di cominciare.

Amicizia.

Anni '90.

Il criterio era quello della prossimità. Specialmente in provincia. Le anime affini le dovevi trovare tra una ventina di persone. Per forza ti facevi andare bene anche caratteri che non ti piacevano. Mica vuoi stare sola. Poi t'affezioni, certo, come nei matrimoni lunghi. Ma l'amica anima gemella è un'altra cosa.

Anni '20.

«Oddio ma tu la pensi proprio come me!». Succede spesso, di imbattersi in qualcuno che ci assomiglia. E così ti commento un giorno, tu mi commenti l’altro giorno, e insieme cresciamo questo bambino, l’idem sentire, un bimbo bellissimo. Siano sempre benedetti i social per gli spiriti simili che incontriamo. È il contrario che con l’amore: scriversi, per le amicizie, costruisce mondi. Gli amici che ci piacciono di più adesso vengono dai social network.

Tradimento.

Anni '90.

La faccenda era fisica, dolorosissima. Congresso delle carni. Lo scoprivi e da lì in poi erano fatti (brutti) tuoi. Te lo dicevano, con cautela, sussurrato, e solo a volte, gli amici. Ti dovevi immaginare tutto, negavi a te stesso, era uno strazio.

Di lì in poi: andarsene o restare. O dirsi: «Che sarà mai», o essere integralisti: «Tutto capita ma a me no».

Anni '20.

Non sono corna, è una strage. Se ti capitano tra le mani le chat con l’amante, ti guardi tutto il film a colori. Se capisci che quei due si vogliono pure bene soffri come un cane.

Non ti devi immaginare niente perchè è tutto là. Riesci comunque a negare a te stesso.

Di lì in poi: andarsene o restare. O dirsi: «Che sarà mai», o essere integralisti: «Tutto capita ma a me no».

Incontrare qualcuno.

Anni '90.

Difficilissimo, e non vi dico dopo la fine degli amori. Restavi impantanato nel paese, ci voleva lo sforzo delle amiche per farti uscire di casa, uscivi e incontravi i soliti 4 gatti, tornavi a casa più afflitta di prima.

Anni '20.

Facilissimo. Se ti resta un briciolo di forza dopo le delusioni, ti metti come un HR e stai in chat con tutti i candidati come ai colloqui di lavoro. Puoi usare foto vecchie e splendide mentre sei un cencio sul divano. Su centocinquanta uno buono esce. Solo che tu sei di Campolattaro (Bn) e lui è di Ospedaletti (Im). Però è meglio di niente.

Dare la mia opinione.

Anni '90.

Della tua opinione fregava poco perfino a te. Mica facevamo le tavole rotonde. Primum vivere, poi pensarne qualcosa.

Anni '20.

La mia opinione? Guai a chi me la tocca. La mia è più bella della tua.

Body Positivity.

Anni '90.

Kate, Naomi, Christy, Linda, Carla.

Anni '20.

Le plastiche, i siliconi e siringhe accessibili a tutti. La maggior parte delle influencer sono più secche della campagna Calvin Klein di Kate Moss. Le labbra carnose si buttano. Ce le hanno tutte. Bordi di canotto a centoventi euro per iniezione, gonfiori che fino a un poco di tempo fa vedevi solo su ricche cinquantenni e commentavi: «Poveracrista, è sfregiata, guarda che le ha fatto il chirurgo».

Le foto, la percezione di sé.

Anni '90.

La regola era venire male tutte, nelle foto, tranne le due o tre bellissime della classe. Quando in seconda liceo portavano il paccotto Kodak delle pellicole sviluppate e ne usciva fuori una in cui eri venuta benino, dicevi: ah guarda, ma che fortuna. Chiedevi il negativo, la sviluppavi e la mettevi fieramente nel diario. Come dimostrazione che eri carina anche tu bastava per tutto l’anno.

Anni '20.

Oddio che schifo. La luce. L’angolo. Rifacciamola. Chi è ‘sta vecchia. Ma sono davvero così? È l’angolo sbagliato?

Le sopracciglia.

Anni '90.

Less is more. E tiravano e tiravano, estetiste criminali, e ogni millimetro in meno erano dieci anni in più sulla faccia.

Anni '20.

È arrivata la laminazione. L’operazione chimica che rizza i peli. Come avere piante carnivore in fronte.

Il mondo fuori.

Anni '90.

Usciamo?

Anni '20.

E dove andiamo? Stiamo così bene a casa.