«L'hai sentito?», «L'ho sentito», «Ce n'è una che quando l'ho ascoltata ho pensato parlasse di te, poi ti dico il titolo», «Secondo me la tua è "less"», «"maggots for brain" sei tu; "u+me=<3" è quella tua e del tuo ragazzo», «"cigarette smoke" è quella per il tuo ex», «le più belle sono "honeybee" e "stupid song"», «"expectations" è un banger». Chi più chi meno, tutti, il 12 giugno 2026, abbiamo avuto una conversazione simile a questa, con uno dei nostri amici più stretti con cui siamo più in confidenza. Magari uno a cui i piacciono i Cure, il pop-punk, lo storytelling e le emozioni. Tutti, chi più chi meno, abbiamo potuto identificarci nel terzo album in studio di Olivia Rodrigo, you seem pretty sad for a girl so in love, finalmente uscito sulle piattaforme di streaming e disponibile all'ascolto.



Un disco attesissimo, non solo dalle fangirl fedeli ma anche dai critici più prestigiosi, dopo il successo dei precedenti SOUR (2021) e GUTS (2023), capolavori e blueprint di ogni break-up album futuro, dai quali è comunque riuscita a maturare sia in termini di scrittura che di suono – questo è ad oggi il suo lavoro più completo e musicalmente avventuroso –, ma evidentemente anche di consapevolezza e crescita personale. In questo progetto, confezionato insieme al suo producer e co-autore di lunga data, Dan Nigro, sono infatti sintetizzati tutti gli stadi emotivi del dating moderno in una bellissima e struggente relazione catturata dalle sue prime avvisaglie della crush fino a un'inevitabile e anticipatissima fine chiamata. Non è solo il racconto di qualcosa che è tramontato: è proprio una testimonianza unica e completa delle complessità e delle contraddizioni che comporta l'attraversare l'amore a vent'anni, in questo contesto storico e socio-culturale. Non per niente c'è un crescendo e un decrescendo del rapporto e della narrazione, suddivisi in una side-A a una side-B, dove la prima rappresenta la follia incontenibile delle farfalle nello stomaco, la seconda l'accettazione cruda e disillusa della più noiosa delle realtà.

Che fortuna essere giovani quando lo è anche Olivia Rodrigo, che fortuna innamorarsi, perdersi poi ritrovarsi, amarsi, lasciarsi, nel momento stesso in cui lo fa anche lei. Che fortuna tentare di capire cosa ci succede al cuore quando prova a farlo anche lei e che fortuna poter usufruire della sua produzione creativa, per darci delle risposte e crescere insieme. Totalmente libera come solo lei sa essere, vulnerabile e tormentata come lo è sempre stata, in questo album il suo approccio all'amore amore diventa più consapevole, adulto, a tratti politico; un passaggio segnalato anche dal semi abbandono delle sue distintive sonorità Anni '90, bedroom pop, rock e punk aggressivo, verso un avvicinamento alle chitarre e ai sintetizzatori alternativi e romantici degli Eighties. Rodrigo attraversa l'intero arco di una relazione: la fase sognante della luna di miele, i primi accenni di conflitto, l'addio straziante, ma sempre incidendo il suo nome e quello del suo amato nei sedili di pelle di un automobile.

Olivia Rodrigo: recensione del nuovo album you seem pretty sad for a girl so in love

Si comincia uscendo di testa: "drop dead", uno dei due singoli pensati per anticipare la release, è un resoconto in tempo reale e dettagliato delle primissime fasi dell'innamoramento. Lei sa che il bar chiude alle 11, ma spera che lui non finisca mai di bere quella birra; lui conosce a memoria il testo di "Just Like Heaven" ed è proprio in quel momento che lei capisce perché Robert Smith, cantautore founder dei The Cure, l'abbia scritto proprio in quel modo. Nell'evoluzione dei suoni sfumati e distorti delle chitarre che evocano la stravagante, umoristica ed elettronica New Wave, si scioglie la testimonianza più autentica, eternamente adolescenziale ma allo stesso tempo purissima, di quello che si prova sviluppando una crush: «The most alive I've ever been/But kiss me and I might drop dead». Non essersi mai sentiti più vivi di così, morire all'idea di un bacio. In "stupid song" c'è la conferma del vivido interesse, che inizia sottoforma di ballata in una New York City che «non è mai stata così blue», ma si srotola anche qui in accordi saturi tipicamente Anni '80. Come non rispecchiarcisi? «You should feel how I feel when somebody says your name/I feel right, I feel wrong, I feel totally insane/And I want you more than any stupid song could ever say».

Subito dopo, in "honeybee", una ninna nanna cullante che frena immediatamente la troppa energia accumulata troppo in fretta dalle entusiasmanti promesse dell'amore – qualcosa che le lovegirl tutte sanno fare molto bene – Rodrigo continua a decantare il suo attaccamento e a intessere le sue lodi – altra incredibile proprietà delle lovergirl (aumentare smisuratamente l'ego maschile per nessuna ragione apparente). È solo il terzo brano ma lo sappiamo già, c'è una vena di tristezza. Ce lo fa capire parlando di questo legame in termini malinconici, quasi che si stesse già preparando a piangere la sua fine, come se lo avesse infondo sempre saputo: «And I hope I never see what your face looks like going/A face I swear that I could spend my whole life knowing», in questi lyrics leggermente struggenti, che arrivano con calma al punto di commuovere, ci sono tutti quelli che sanno già per che motivo la loro storia finirà, ma sperano fino alla fine che prima o poi qualcosa possa cambiare; quelli che sopprimono la voce interiore dal segnalare le red flag finché si può, perché conoscere quella faccia, il più possibile, vale la sperimentazione di ogni red flag. «Herе's to hoping», anche se ci si sta già mentendo a se stessi, speriamo di non dovere mai vedere il volto dell'altro girarsi e andarsene per sempre.

Da "maggots for brain" a "u+me" e "my way", ritorna una componente sonora più vivace ma iniziano a proporsi problemi seri: la distanza fa sperare a Rodrigo il verificarsi persino di qualche tragedia, al fine di potersi finalmente ricongiungere con l'amato; l'impulsività dei sentimenti; la delusion; le risposte razionali di chi ci circonda, che osserva la situazione da un punto di vista disinteressato («And all of my girlfriends roll their eyes/And tell me to take it slow this time/And all my ex-boyfriends have heard these lines (Let's get married when we're twenty-five»); lo scontro con una figura terza che si intromette nella dinamica di coppia. In "my way" è infatti così territoriale da ritornare quasi alla sfrontatezza Avril Lavignesca, che ha sempre contraddistinto la sua musica più sincera. Sembra di sentire "He wasn't", ma anche "Girlfriend": è confortante, nella disperazione amorosa e nel crogiolo delle insicurezze individuali, concedersi l'immaturità, la scorrettezza. È molto umano ed è paradossalmente maturo, quando si sa cosa si sta facendo. Il punto vero di svolta lo segnala "purple", in cui l'autrice si rende conto che l'amore che ha trovato non piuò non coincidere con il perdere se stessa.

"the cure", il secondo singolo estratto e forse un altro cenno, non l'ultimo, alle influenze della band di "Friday I'm In Love" e "Close To Me", è il punto dove l'innamorarsi a vent'anni diventa davvero self-aware, arguto e praticamente politico. È su questa traccia che si avvolge la chiave di lettura del disco nella sua interezza: l'esplorazione di un nuovo grande amore romantico non può avvenire senza il tentativo di smantellare le narrazioni patriarcali che lo riguardano, in cui tutti siamo cresciuti e viviamo ancora oggi. Nonostante alle ragazze venga insegnato che realizzarsi è davvero possibile solamente attraverso il matrimonio, che la loro vita assuma un senso solo nella relazione etero-normata, Rodrigo non può più tacere ciò che ha imparato in questi anni di esperimenti, e noi con lei: l'amore non curerà la solitudine, non ci salverà dai traumi del passato. C'è molto di più, nella vita, di dare e ricevere amore secondo i termini legittimati da società e tradizione. Un discorso in ballata che procede invariato anche in "begged", dove l'artista non ha vergogna di rivelarsi, di ammettere che quello che ha ottenuto dal partner non ha poi tutto questo valore, se per ottenerlo lo ha dovuto letteralmente pregare. Brutale, intima e onesta.

Se si pensa, a questo punto, di non potersi più stupire, ecco che in "what's wrong with me", di cui le parole e la strumentale si inseriscono alla perfezione in entrambe le loro discografie, arriva proprio Robert Smith dei Cure, in carne, voce ed ossa a duettare insieme a lei. Ed è una simbiosi ed una sovrapposizione di timbri sognante, amalgamata ed eterea, che fino a ieri non pensavamo nemmeno possibile, ma che oggi giuriamo di non abbandonare mai. Se il pianoforte di "less" è un altro tristissimo colpo al cuore, o meglio, l'affondo di un pugnale spinato nel petto – «If loving me means letting go and wishing me the best, then I guess I wish, I wish, I wish you loved me less»– con "expectations" e il suo twist electro-funhouse l'ascoltatrice torna in allerta, e vive tutto quello che i meme contemporanei la intimano a capire (che gli uomini non sono poi così speciali), premendo in ripetizione, con una nail art sassy e chilometrica, i polpastrelli di pollice e indice insieme, sfoggiando un revenge dress, pubblicando una thirst trap su Instagram: «I met him at a party, I think he was on drugs/He wasn't smart or funny, I convinced myself he was/He had a great apartment and a car his parents bought/I thought that he was perfect, and now his number's blocked», ma anche «I won't settle for a guy with a fake job/He seems so desperate for loving, but, baby, I'm not/Gave my heart with zero stipulations/Now I take careful considеration/I'm not kissing any boy that is passive/Their indecision is painfully unattractivе/Past mistakes are just new information/These days, I've got expectations». La tredicesima e closing track "cigarette smoke" suggerisce una sorta di pace ritrovata, anche se non del tutto. La relazione è giusto che sia finita: lo chiama un'ultima volta "honeybee" e cerca di andare avanti, mentre continua a cantare in ripetizione «The memories go dark», fino a spegnersi del tutto.

«L'hai sentito?», «L'ho sentito». Non c'è niente di più adatto di questo disco per accompagnare i ventenni ad attraversare l'amore. Un amore che non può proprio essere la cura: soprattutto per quelle ragazze che sembrano abbastanza tristi per essere così innamorate, la cura è la musica di Olivia Rodrigo. In lei ci sentiamo viste, rappresentate e capite, fino alle radici delle pieghe, profonde e sensibilissime dell'inconscio, in cui nessun uomo avrebbe mai il coraggio di spingersi. Piangiamo per quanto è vero, sorridiamo per come è simile. Crescere insieme a lei e alle sue interpretazioni dei sentimenti moderni è più sopportabile e più bello, a tratti non meno salvifico.