Mi ricordo, era solo qualche anno fa. I social sono da sempre un grande lagnatoio, solo che prima ci si lamentava dei cazzi propri, ora (non so quanto sinceramente) di irrisolvibili cazzi collettivi. La vita online non imita più quella offline: credete davvero che due amiche ventenni a cena di sera tengano accorate lunghe discussioni su temi come: la nuotatrice transgender nata uomo può gareggiare alla pari con le donne? O è la tutela di categoria debole che spezza le gambe a un’altra categoria debole?

Insomma sui social sono sparite le storie d’amore, le storie di tormenti, di sentimenti non ricambiati. Le poesie. Sostituite dall’attivismo eccetera.

Ma non era meglio quel vivere sanissimo costantemente proteso ai fatti di casa mia, che è la caratteristica dell’umano sentire? Appunto: dov’è finito il culto dei cazzi nostri? Quello che ci fa andare avanti, che move il sole e l’altre stelle, quello che fa progredire la società?

Mai ci saremmo sognati di passare giorni a mettere alla gogna JK Rowling. Ma che ce ne frega dei milionari, a noi.

E pure a fregiarsi del titolo di "attivisti online": davvero c’è da pensarsi superiori nell’etica, di più alto sentire, con queste tre storie Instagram e con questi thread oziosi? Attivismo significa qualcuno che fa qualcosa. Proviamo a smuovere una virgola parlandone online? Siamo seri, per piacere.

Gli abitanti di questa generazione.

La questione è più lunga, più seria di così.

Prendiamo i consumi culturali. Il Teen drama. La successione è stata Beverly Hills (sofferenze ordinarie), poi Dawson's Creek (sofferenze ordinarie con aforismi brillanti) poi OC (sofferenze ordinarie, indizi di nevrosi). Tutti programmi a puntate coerenti coi dolori dei diciannove anni: «Perché non mi vuole? Perché gli piace la mia amica? Il mondo è terribile! Che strazio questo esame all’università! Toh guarda un nuovo fidanzato».

Per questa generazione c’è Euphoria: malattia, dramma, altra malattia, acutezza di pensiero senza senso e implausibile, gran mischiata di sentimenti disperati.

Tutti a dire "capolavoro" e nessuno che s’accorge che manca un pezzo: c’è della normalità pure nel dolore. A diciassette anni non puoi essere odiatore dell’esistenza come Philip Roth a settanta. La vecchiaia, quella è l’unica tragedia che non si recupera. La gioventù è quella manciata di anni di carni forti, istinti accontentati, e di «ci pensiamo domani, qualcosa può succedere».

Profondità anzi tempo, disperazione anzi tempo. Abbiamo prodotto - noi, perché siamo noi i responsabili - una gioventù bruciata che è diversa da tutte le altre? L’abbiamo bruciata noi?

Le nuove proposte dei dolori giovanili

Orbiting. Ghosting. Crumbling. La lista sarebbe lunga.

Cosa sono?
Le disgraziatissime paroline che – dicono gli esperti - ci stanno rovinando la vita. E crescono nel dizionario (quello americano) come i funghi.

Cosa vogliono dire?
In realtà niente. Fanno riferimento tutte alla stessa pratica - lasciare, sparire, poi tornare, tirare un’esca all’ex, sempre senza intenzioni precise.

Quelli del millennio scorso (io) possono confermare alla nuova generazione che fin qui non c’è nulla di cui preoccuparsi, è tutto già visto.

Certo, è inutile negarlo: sono anni infernali, per l’interpretazione del lessico amoroso. Abbiamo imparato a nostre spese - noi vecchi - che cercare di capire cosa vogliono le persone da come si comportano con i loro account è impossibile.

L’offerta culturale dell’ultimo decennio. Tratti unificanti

E così, vista la situazione sentimentale disperata, è successo l’impensabile. «Le commedie romantiche non le vogliono più», l’ha detto Lynda Obst - e ha lavorato con Nora Ephron. Meno possibilista la produttrice Joy Gorman: «Il meet-cute è morto». Julia Roberts dice che non ha più accettato parti in commedie romantiche perché non ce n’è una scritta decentemente.

Insomma ci avvisano che l’amore è finito, di nuovo. Sui social, nelle serie tv, al cinema. In cambio c’è una controprogrammazione miserella. Il dramma rarefatto, questo passa il convento.

Si comincia col primo piano sui giorni infelicissimi della vita di qualcuno. Seguono: un lavoro di comprensione di sé lungo e autocentrato, relazioni disastrose usate solo come pretesto per l’operazione «cerco di capire chi sono». Lieto fine se capita, ma pure “lieto” è diventato un concetto con molte variazioni di tono.

Insomma è (tornato) di moda il disturbo di personalità. Di secondo asse, direbbe un dottore.

La prima fondata impressione è che sia tutto più adeguato al cambiamento culturale in corso, e il grande cambiamento culturale ha a che fare principalmente con la moltiplicazione delle nevrosi – la scala di gravità parte da «dormo poco», nessuno si senta escluso.

Questo inutile articolo poteva finire qui e lasciare a prenderci lo sconforto. Invece no. Arrivo con numeri nuovi in soccorso. Con un venticello di speranza.

Bridgerton, la serie di costume glassata vecchia Inghilterra, la guardano (un po’ vergognosamente) tutti. È candidata a diventare la Beautiful di questi anni. Emily in Paris (prima stagione) è stata incoronata la serie non drammatica Netflix più popolare del 2020, 58 milioni di spettatori nei primi 28 giorni di uscita.

La commediola un po’ carina un po’ cretina, vestiti improbabili e i melo-mini-drammi sentimentali di quelli che sciolgono solo il mascara. Sono sintomi, sintomi di guarigione. È il trionfo della parte più intelligente dell’intelligenza umana: la voglia di non pensarci più che prevale sulla voglia di stare male.

Ventenni, tornate a questi vent’anni. Emily in Paris, Bridgerton. Dico per voi. Siate superficiali, siate fessi. Per vedersela coi mali del mondo c’è tutta la vita.