Kaley G.M oggi ha 20 anni, ma ha iniziato a usare i social media quando ne aveva solo 6. Usava un vecchio telefono di nascosto dai genitori, stava ore e ore su Instagram e su YouTube, caricava video e aspettava che mettessero like. Non ci è voluto molto perché staccarsi dal rettangolo luminoso e smettere di scrollare diventasse difficilissimo. Apriva le app in piena notte, chiedeva di andare in bagno a scuola per poter controllare le notifiche. La sua salute mentale è peggiorata, è cominciata la depressione, la dismorfofobia e sono arrivati i primi episodi di autolesionismo.
Oggi Kaley ha deciso di fare causa a chi le ha cambiato la vita: assieme alla madre ha portato in tribunale Meta e YouTube. Che i social creino dipendenza (e siano disegnati e pensati apposta per crearla) con gravi conseguenze per la salute mentale dei più giovani, è evidente o da anni e supportato da studi e testimonianze. Eppure le grandi compagnie che li possiedono hanno sempre negato, sostenendo di starsi impegnando al massimo per tutelare gli utenti. Ora la causa intentata da Kaley ha portato a una sentenza storica che potrebbe cambiare le cose. «Quanto vale un’infanzia perduta?» ha chiesto l'avvocato Mark Lanier durante l'arringa di fronte ai giurati, più di quanto le big tech avrebbero sperato.
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La storia di Kaley
Kaley era una bambina quando ha scaricato per la prima volta YouTube sul suo iPod Touch per guardare dei video di lucidalabbra e giocare ad Animal Jam. Ha pubblicato il suo primo video a 8 anni e un anno dopo ha iniziato a postare anche su Instagram. La ragazza ha raccontato tutto questo in tribunale: ha detto di aver usato Instagram dai 9 ai 13 anni all'insaputa di sua madre tramite un vecchio telefono, ha spiegato di esserne diventata dipendente senza nemmeno accorgersene.
All'età di 10 anni, aveva già caricato 200 video su YouTube, aveva anche creato diversi account per far sembrare che i suoi video avessero più "mi piace" e usava i social tutte le mattine e tutte le sere prima di andare a dormire. «Sentivo semplicemente il bisogno di esserci sempre e che, se non ci fossi stata, mi sarei persa qualcosa», ha detto parlando di Instagram. «Dicevo "ok, dopo smetto", ma poi partiva in automatico un nuovo video e rimanevo al telefono per ore».
La cosa ha iniziato ad avere un forte impatto sulla sua salute mentale. Quando i suoi video non ottenevano tanti like, la cosa la faceva sentire «come se non avessi dovuto pubblicarli, o come se fossero stupidi, o come se avessi fatto una brutta figura», ha detto. Perdere follower la faceva sentire «indegna». Anche la percezione del suo aspetto è peggiorata: ha iniziato a usare i filtri e poi a soffrire di dismorfofobia, un problema che, come ha raccontato, la porta ancora oggi a dedicare dalle 3 alle 4 ore al giorno al suo aspetto. Ha iniziato ad essere depressa, a infliggersi dei tagli e a pensare al suicidio. Soffriva «di insicurezza, isolamento sociale e si sentiva profondamente depressa e ansiosa», ha raccontato.
La sentenza
YouTube ha provato a sostenere che la testimonianza di Kaley fosse falsa, a minimizzare la quantità di tempo passata sull'app dalla ragazza e a sostenere che i suoi problemi di salute mentale fossero dovuti alle difficoltà in famiglia. L'avvocato dell'azienda, Luis Li, ha dichiarato in tribunale che Kaley «non è dipendente da YouTube e non lo è mai stata, i dati dimostrano che ha trascorso poco più di un minuto al giorno utilizzando proprio le funzionalità che, secondo i suoi avvocati, creano dipendenza». Eppure, dopo un mese di udienze, testimonianze, consulenze tecniche e psicologiche, la conclusione del tribunale è stata netta: i social network creano intenzionalmente dipendenza, soprattutto nei più giovani, per generare profitto.
Finora le big tech dei social avevano sempre cercato di trovare un accordo di fronte alle accuse, anche per evitare di creare dei precedenti. Questa volta, però, Meta e Google hanno scelto di andare fino in fondo, e hanno perso.
Fuori dal tribunale, ad esultare per la vittoria non c'era solo Kaley, ma diversi genitori con in mano foto dei loro figli, anch'essi vittime della dipendenza dai social che, in certi casi, è costata loro la vita. Kaley, otterrà 3 milioni di dollari di risarcimenti da Meta e Google (ma potrebbero aumentare). La causa, però, ha un significato molto più ampio. Potrebbe aprire una strada per altri processi in tutto il mondo, portare a normative più stringenti e, chissà, forse segnare una linea spartiacque tra un prima e un dopo.
















