Nel mondo digitale di oggi, non sono solo le mode o i trend ad avere un impatto sulle identità dei giovani, ma anche le community ideologiche. Una delle più influenti (e, giustamente, criticate) è la manosfera, una rete di spazi online dedicati agli uomini, che spesso spazia dalla crescita personale al sessismo più radicale. Influencer muscolosi, con vite patinate e atteggiamenti dominanti, pontificano su cosa significhi davvero essere uomini. E i giovani del team Gen Z ascoltano. Non è un caso, infatti, se molti adolescenti cresciuti in un mondo che spesso critica la mascolinità come «tossica», possano sentirsi disorientati. Chi dà loro alternative? Quali modelli positivi vengono offerti come riferimento? Il risultato è che trovano nelle voci della manosfera non solo risposte facili, ma, soprattutto, una sensazione di appartenenza.



La promessa della manosfera

La manosfera si presenta come un antidoto (no, non è un repellente per salvare i Pokemon in qualche palestra di Borgo Foglianova) alla modernità, un luogo dove i «veri uomini» vengono celebrati e dove si può imparare a essere forti, dominanti, in controllo. Per i giovani che vivono in un mondo confuso e competitivo, questo può sembrare il porto sicuro che mancava. Il messaggio è potente: «Non sei sbagliato, sei incompreso. E noi possiamo insegnarti a essere ciò che meriti». Questa promessa è spesso confezionata sotto forma di «corsi» su successo economico, tecniche di seduzione, fitness estremo e atteggiamenti da «macho alfa». Molti contenuti della manosfera incoraggiano una visione delle relazioni basata su controllo, possesso e svalutazione delle donne. Chi diventa parte di questo movimento spesso non se ne rende conto fino a quando non è immerso completamente. Il motivo? Un linguaggio diretto, a volte aggressivo, ma magnetico per chi ha bisogno di certezze. E noi, qui, di certezza ne abbiamo una: in questo periodo stiamo assistendo ad una crescita impressionante di femminicidi per mano di giovani fidanzati possessivi e violenti. Esattamente 6 giorni fa, giusto per citare un caso simbolo, sono passati due anni dal brutale omicidio di Giulia Cecchettin a soli 22 anni.

Ma davvero serve «curare» la mascolinità?

Una domanda chiave emerge: di cosa hanno realmente bisogno i giovani uomini? Forse, più che essere istruiti su come «dominare» il mondo, hanno bisogno di uno spazio per capire chi sono, cosa provano, in cosa credono davvero. Le fragilità maschili, per lungo tempo non ascoltate, esistono eccome. Solo che invece di ricevere una risposta sana, vengono manipolate in rabbia e chiusura. Crescere in un mondo dove la mascolinità è associata alla violenza o al dominio crea una frattura profonda. E quando l’unico luogo dove ti senti visto è un video su TikTok che ti dice di «alzarti alle 5 e non piangere mai» (come una di quelle puntate de «La Caserma», format mal riuscito come spin off de «Il Collegio» su Rai Play), la rabbia prende il posto del dialogo. La soluzione, probabilmente, non è censurare la manosfera, né demonizzare chi ne fa parte. È piuttosto creare spazi di dialogo, dove giovani e adulti possano parlare delle sfide legate alla mascolinità senza paura né giudizio. Potenziare centri giovanili, investire in programmi educativi che parlino anche ai maschi, valorizzare nuove figure positive di riferimento. Una rewatch della serie Netflix, «Adolescence», potrebbe essere d'aiuto.

Una testimonianza a portata di click

Un adolescente di nome Josh Sargent, attraverso il The Guardian, descrive con precisione come la manosfera lo abbia catturato tra i 12 e i 14 anni, in un periodo di profonda insicurezza personale. Scorrendo i feed di TikTok e YouTube, si è imbattuto in influencer maschili che promuovevano un modello di vita basato su corpi scolpiti, ricchezza ostentata e relazioni con donne attraenti. Per lui, ragazzo timido e poco considerato nella sua scuola, quegli account sembravano offrire una guida chiara: seguendo i loro consigli, si sarebbe potuto far notare. Dietro le immagini patinate c’era un mix di misoginia e ideologie estremiste. Josh sottolinea che il fascino della manosfera non era solo ideologico, bensì funzionale, strutturato come un sistema di ricompense psicologiche e sociali. E l’assenza di spazi sicuri nella vita reale ha reso quei messaggi ancora più attraenti, trasformando l’esperienza online in un rifugio e in una guida emotiva che la realtà non forniva.

La manosfera di oggi rappresenta purtroppo, tanto per cambiare, lo specchio di un disagio non ascoltato. Perché dietro alle provocazioni, c’è sempre un bisogno reale. E i giovani uomini, ricordiamocelo, non sono un problema da risolvere ma, anzi, persone con storie da ascoltare.