Pixie cut (taglio corto con ciuffo sul davanti), shingle (un caschetto corto), Eton crop (capelli corti dietro e ai lati), wolf cut (il taglio di Bille Eilish, per intenderci), mullet (amato e odiato, reso popolare da David Bowie). C’è una lunga lista di tagli di capelli e acconciature che hanno tra loro un punto in comune: raccontano qualcosa del mondo LGBTQ+ e del tentativo di sovvertire le norme di genere. La storia stessa della comunità queer, tra sottoculture e movimenti che si sono susseguiti nei secoli, comprende molte correnti estetiche dove i capelli hanno spesso assunto un ruolo centrale. Questo perché il modo in cui li portiamo e li acconciamo, tra onde, trecce, rasature, forcine e tinte, dice da sempre qualcosa di chi siamo, di come vogliamo mostrarci, ma anche di come ci collochiamo rispetto alle norme di genere e alle pressioni sociali (ma anche politiche) ancora attuali.
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«I capelli sono una parte facilmente visibile e mutevole dell'aspetto fisico individuale e di gruppo», spiega a Cosmopolitan Shaun Cole, professore associato presso la University of Southampton, «Per questo adottare una particolare acconciatura può servire a dimostrare una certa identità sessuale oppure può essere una strategia per gestire il proprio modo di essere all'interno della società in cui viviamo. Dunque può essere un’aperta dichiarazione oppure un modo per “passare”». Anche i capelli, così come molte altre componenti dell’aspetto esteriore di una persona, dall’abbigliamento al modo di muoversi, hanno infatti a che vedere con l’espressione di genere che è sua volta influenzata dai ruoli imposti e codificati socialmente a livello estetico. «Le acconciature», spiega Cole, «sono state spesso "assegnate" e considerate appropriate per un genere o per l'altro», per questo ancora oggi «la scelta di un particolare stile nei capelli può avere un impatto su come le persone trans, le persone non binarie dall'aspetto femminile, le donne lesbiche dall'aspetto maschile e gli uomini trans vengono percepiti e giudicati».
Il legame tra capelli e comunità LGBTQIA+
Se è vero che in determinate epoche storiche diverse acconciature venivano fatte corrispondere a un genere o all’altro, è altrettanto vero che sono sempre esistite persone che non si riconoscevano nelle rigide norme binarie proposte e che, per questo, sceglievano di sovvertirle adottando estetiche non conformi. «Le acconciature ritenute appropriate o tipiche di un sesso/genere venivano adottate come indicatori di identità dal sesso/genere opposto», spiega Cole, «quindi gli uomini con i capelli lunghi, le donne con i capelli corti».
Nel corso della storia si ritrovano moltissimi esempi in proposito. «Per secoli, i capelli lunghi negli uomini sono stati associati all'effeminatezza, e questo si è manifestato nelle scelte di abbigliamento degli uomini coinvolti in attività omosessuali», spiega infatti l’esperto. Nella Londra del XVIII secolo gli uomini della sottocultura Molly portavano acconciature femminili, nel XIX secolo lo stile bohémien con capelli lunghi e abiti colorati era spesso associato all'omosessualità e nella prima metà del XX secolo i capelli decolorati o ossigenati erano un tipico indicatore di omosessualità. «Nel 1933», spiega Cole, «fu pubblicato un romanzo intitolato Goldie, che mostrava in copertina un uomo "gay" con i capelli ossigenati».
Lo stesso vale specularmente per le donne, che spesso esprimevano la loro omosessualità adottando un’estetica maschile, con i capelli corti. Uno dei tagli più noti nella storia della comunità lesbica è, ad esempio, l'Eton Crop diffuso negli anni ‘20, con i capelli corti dietro e ai lati e più lunghi e pettinati all'indietro sul davanti. Prende il nome dall'acconciatura degli studenti dell'Eton College ed è stato sfoggiato, tra le altre, dalla nota scrittrice Radclyffe Hall.
Col tempo le mode hanno finito per attenuare l’idea che i capelli corti fossero necessariamente associati al mondo maschile e quelli lunghi al mondo femminile. Negli anni ‘20, ad esempio, spopolava, anche tra le donne eterosessuali, il taglio a caschetto e lo stile "à la garçonne" di Coco Chanel. Così anche l’estetica omosessuale e queer ha assunto progressivamente caratteristiche più sfaccettate. «Negli anni '50», scrivono gli autori del libro Becoming Visible: An Illustrated History of Lesbian and Gay Life in Twentieth-Century America, «le comunità lesbiche erano rese visibili da “butch” in frac e mocassini e da “femme” con capelli cotonati e tacchi alti».
D’altra parte, negli anni '70 e ‘80 molti uomini gay hanno iniziato a scegliere consapevolmente abiti e comportamenti più tradizionalmente mascolini abbandonando lo stereotipo dell'esteta elegante e curato, tagliandosi i capelli e facendosi crescere la barba. È il caso dello stile “Castro clone” adottato anche da Freddie Mercury, che si ispirava alla mascolinità della classe operaia, o di quello dei cosiddetti “gay skinhead”, negli anni '80.
Sovvertire le norme
La sperimentazione tramite le acconciature per la comunità LGBTQIA+ ha avuto e ha tuttora un valore politico di affermazione della propria identità ma anche di sovversione all'interno di una società dove essere etero e cisgender è ancora considerato la norma. Per le persone trans, ad esempio, i capelli hanno spesso rappresentato un modo per esprimere la propria identità di genere, ma anche una possibilità di mettere in discussione l'impostazione binaria. «Per alcune persone trans è importante adottare acconciature che si adattino alle idee della società su cosa è appropriato per un certo genere», spiega ancora Shaun Cole, «quindi per le donne trans capelli più lunghi e per gli uomini trans più corti». Questo, però, non vale sempre: «Per altre persone trans la rottura delle norme di sesso e genere è importante. Non vogliono "passare" per un genere o per l'altro, ma creare un'identità nuova e più fluida che si collochi "tra" i binari di sesso e genere».
Oggi i confini tra moda femminile e maschile sono sempre più sfumati e molte persone eterosessuali adottano, anche attraverso i capelli, uno stile camp, queer o gender bender tanto che il mullet, forse il taglio più famoso nella comunità lesbica degli anni ‘80, è recentemente tornato alla ribalta, e non solo nella comunità LGBT+. Questa alternanza di stili e acconciature che si ritrova nel corso dei secoli sottende una continua negoziazione tra visibilità e necessità di integrarsi e proteggersi, specie in epoche in cui le persone omosessuali e trans erano punite e ostracizzate. Ma è anche una storia, che continua ancora oggi, di simboli e di codici legati alla ricerca di una comunità e alla costruzione di spazi sicuri di espressione e creatività.

















