Già nel 2022, al passaggio distruttivo dell'uragano Ian sulla Florida, il New York Times raccontava ai suoi lettori quanto Tik Tok fosse diventato vitale (e virale) nella comunicazione dei disastri naturali con un articolo dal titolo "L'uragano Ian sta portando vento, pioggia e followers". Parole scelte non casualmente dalla giornalista Madison Malone Kircher, che nel suo pezzo riportava i virgolettati di un creator pressocché sconosciuto prima dell'uragano e diventato poi famosissimo durante il suo picco grazie a una serie di video su come prepararsi e resistere al passaggio di Ian seguiti da milioni di utenti. Quel format - lo storytelling sugli uragani, se così possiamo chiamarlo - è diventato in questi ultimi due anni sempre più gettonato, considerato che l'impatto di questi fenomeni naturali disastrosi si sta facendo sempre più ricorrente: in queste ore, ad esempio, dopo essere stata colpita da Helene, la Florida si prepara a resistere a Milton, uragano forza 5 dalla carica potenzialmente distruttiva.

Così (mentre scriviamo l'uragano non ha ancora colpito gli epicentri interessati) centinaia di creators e di utenti hanno ricominciato a pubblicare decine di updates su come prepararsi al passaggio dell'ennesima tempesta: c'è chi va al supermercato per fare scorta (le indicazioni delle autorità consigliano di equipaggiarsi di cibo e altri generi di prima necessità per almeno una settimana) e chi prova come può a sigillare le imposte, memore delle terribili inondazioni causate dal passaggio di Helene appena una settimana fa. C'è poi chi rende conto ai suoi followers di come ha organizzato la stanza più sicura della casa - senza finestre, lontana da vetrate e porte che danno sull'esterno - chi fa il reportage del viaggio verso altri Stati (a chi vive nell'area rossa, quella più colpita dall'uragano, viene consigliato fortemente di evacuare), chi si dispera in camera perché la forza degli uragani è troppo da sopportare, soprattutto se si ripresenta a distanza così ravvicinata. Per chi vive queste esperienze è un incubo e allo stesso tempo un modo per condividere e informare, per chi assiste o segue da spettatore è un disaster movie che diventa realtà.

Raccontare la paura, Tik Tok edition

Il ricordo della furia dell'uragano Helene, che ha lasciato una scia di distruzione lunga 800 chilometri e ucciso oltre 230 persone solo in Florida alla fine di settembre, è ancora troppo fresco e la paura di perdere tutto (come minimo la casa, ma c'è chi teme anche per la vita sua e dei propri cari) è palpabile nei video dei creators che stanno provando a raccontare cosa si prova nell'attesa di un uragano. Questa paura - e la voglia di esorcizzarla in qualche modo - si traduce in puntuali aggiornamenti sull'avvicinamento di Milton, sui cambiamenti della forza del vento e nell'intensità della pioggia, sulle evoluzioni strutturali per rendere il più possibile impermeabile la casa. Una volta entrati nell'#hurricaneTok è impossibile uscirne, almeno non fino all'aftermath, ovvero al resoconto del day after il disastro, quando si contano i danni e si cerca di capire come andare avanti.

Se le ragioni di chi condivide questo tipo di contenuti sono abbastanza chiare e comprensibili, meno lineari sono quelle che spingono noi spettatori a seguire, video dopo video, l'escalation del disastro

Una delle motivazioni, che è legata soprattutto agli scopi informativi di questi contenuti e agli utenti che si trovano in prossimità dei luoghi del disastro, è che Tik Tok, in particolare dalla GenZ, viene usato come un motore di ricerca alla stregua di Google: si sfrutta, insomma, il potentissimo algoritmo della piattaforma per rimanere aggiornati, come se fosse un tg sempre acceso e a portata di swipe che racconta la situazione in diverse aree geografiche e con centinaia di punti di vista differenti. Questo, ovviamente, ha dei pro e dei contro: da un lato si ha una visione più che autentica e immediata di quello che accade, dall'altra improvvisarsi meteorologi può non essere così innocuo, soprattutto se si pensa all'assenza o alla scarsità di fact checking e alla possibile diffusione di informazioni o protocolli non ufficiali.

Per gli utenti che vivono lontani dall'epicentro del disastro, ad esempio quelli europei che non hanno mai vissuto la paura di un uragano in prima persona, l'esperienza è simile a quella che si fa guardando una serie tv: nei video, infatti, ritorna quell'iconografia cinematografica che ha fatto grande il genere dei disaster movie (Twister con Glenn Powell è il successo più recente), alimentata dalle immagini di lunghe code in autostrada per sfuggire dalle zone rosse, dalle ambientazioni apocalittiche che sembrano frutto del lavoro di uno scenografo e da un lessico che rimanda alla catastrofe. Perché siamo attirati da questo genere di contenuti? Il fatto che siano lontanissimi dalla nostra quotidianità rende questi fenomeni più affascinanti, nonostante la loro carica distruttiva? O si tratta, più semplicemente, di empatia e vicinanza? Mentre le views dei video che raccontano l'escalation di Milton continuano a salire, appare evidente che chi questi contenuti li pubblica e chi invece li guarda sono legati a doppia mandata. Resta da capire dove si trova l'equilibrio tra protagonismo e voyeurismo, divisi da un confine spesso labile e controverso.