Era atteso, attesissimo, forse più di un Super Bowl: il momento che contribuisce a delineare le sorti delle elezioni presidenziali americane di novembre è accaduto sotto gli occhi di milioni di persone e con i riflettori del mondo intero puntati. Il candidato repubblicano Donald Trump e la sua avversaria democratica Kamala Harris, nella notte dell'11 settembre (data cruciale per tutti i loro compatrioti, intrisa di ricordi terribili anche a distanza di 23 anni) si sono incontrati su un ring sì metaforico, ma non per questo meno cruento: il National Constitution Center di Philadelphia, in Pennsylvania, dove è andato in scena il loro primo e unico dibattito televisivo dal cambio di passo tra le fila democratiche, che ha imposto un passaggio di consegne tra il precedente candidato e attuale Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e la sua vice Harris. L'incontro è andato in onda sulla ABC e la diretta, secondo le previsioni (e stando ai 50 milioni di americani che si sono incollati alla tv per il dibattito tra Trump vs Joe Biden di giugno) potrebbe aver totalizzato oltre 60 milioni di spettatori.

Se per la cultura americana il dibattito televisivo, inteso come scontro verbale sui principali punti dei rispettivi programmi, è un elemento imprescindibile nella costituzione di una coscienza politica dei cittadini o nell'alimentare un'idea già in essere, non è lo stesso per il pubblico europeo che guarda a questi duelli come a un incredibile spettacolo oratorio e politico fondato sulla prestanza intellettuale dei candidati e sulla capacità di tenere testa all'avversario. Quello andato in scena nella notte dell'11 settembre, però, è un momento che potrà cambiare le sorti del mondo per come lo conosciamo oggi. E, partendo dalla fine, Kamala Harris se l'è cavata benissimo.

Com'è andato il dibattito Trump vs Harris: i punti salienti

Kamala Harris e Donald Trump non si erano mai incontrati così da vicino, i temi in ballo erano cruciali (si è parlato di politica estera e dei conflitti in essere, di aborto e di immigrazione) e la candidata democratica aveva una missione ben precisa: farsi conoscere e ascoltare dai milioni di americani convincendoli a votare lei e il suo vice Tim Waltz e di fatto chiedendo loro di scegliere la democrazia. Ed è dunque arrivata presentandosi: «Non sono né Biden né Trump, sono la leader di una nuova generazione», ha specificato. Poi, dopo aver stretto la mano al suo avversario - non succedeva dal 2016 - e chiusi i convenevoli iniziali, lo scontro è iniziato.

Com'è andata dunque: gli analisti americani, così come la stampa internazionale, ha decretato un 1 a 0 per Harris. Che ha giocato d'attacco, battendo Trump senza mai alzare i toni (così hanno titolato i principali quotidiani americani, dal The New York Times al Washington Post), incalzandolo con battute, smentendo le fake news promulgate dall'ex presidente americano per gettare fango sull'avversaria (come quella secondo la quale i democratici vorrebbero consentire l'aborto fino al nono mese) e deridendolo apertamente ascoltando le sue affermazioni più cringe (Trump ha detto che gli immigrati haitiani mangiano i gatti degli americani). Secondo un instant poll della CNN, per il 63% degli americani Harris ha giocato meglio del suo avversario risultando più competente, informata e assertiva: Trump è sembrato in difficoltà in più di un'occasione e, subito dopo il dibattito, è tornato dai suoi consulenti con piglio infastidito. Tornando alla stampa internazionale, secondo Vox «Kamala ha vinto perché ha smascherato la più grande debolezza di Trump: il suo ego». L'Economist ha scritto che «Harris ha fatto sembrare l'avversario incompetente». Il Time ha detto che «Kamala ha dominato». Harris non solo si è fatta conoscere dagli americani ma, tralasciando le opinioni politiche per analizzare la sua performance oratoria solo su quello oggettivo, pare aver stravinto su tutti i fronti.

Il power-dressing di Harris, l'endorsement delle celebrità

Al dibattito Kamala si è presentata con il suo completo da campagna elettorale: tailleur scuro, camicia candida, le sue inseparabili perle ormai diventate un must fashion dei suoi ensemble. Il suo motto non è dress-to-impress, ma evidentemente dress to talk: è stata criticata, soprattutto dai suoi avversari, per i suoi look rigorosi e "noiosi", ma puntando sull'eleganza chic old-money style Harris ha trovato la chiave per farsi ascoltare senza sovrastrutture e distrazioni. E anche per assicurarsi l'endorsement di decine di celebrità pronti a dichiarare pubblicamente il proprio appoggio alla candidata democratica, a cederle i diritti delle loro canzoni (come Beyoncé, la cui "Freedom" è diventata la colonna sonora della campagna elettorale di Kamala o Charli XCX che l'ha definita "brat").

Finalmente, proprio alla fine del dibattito e dopo settimane di speculazioni, è arrivato anche l'endorsement di Taylor Swift. In una chiamata alle armi metaforica affidata al suo profilo Instagram, la popstar ha detto che voterà per Kamala Harris alle Presidenziali perché la considera «una leader dotata capace di guidare questo paese con la calma e non con il caos». Si è poi auto-etichettata come «gattara senza figli», espressione che il vice di Trump, JD Vance, ha lanciato a mò di insulto contro Harris, invitando i suoi fan a informarsi per costruire una coscienza politica capace di supportare un voto sensato.

Alla luce di quanto accaduto a Philadelphia nella notte dell'11 settembre, a questo punto Kamala Harris può davvero vincere le elezioni del 5 novembre? Stando ai sondaggi e alle previsioni e dato il delicatissimo sistema americano di conteggio dei voti, al momento persino gli analisti più esperti evitano di sbilanciarsi. La speranza che possa davvero vincere la democrazia, e che una donna finalmente possa arrivare alla Casa Bianca, è però fiorita nottetempo: un sogno che Donald Trump pare non essere più in grado di strappare a nessuno.