Sul fatto che continueremo a parlare di Michela Murgia non ho grossi dubbi. Mi chiedo, però, se continueranno a esserci persone che, a sentirla nominare, diranno «Mi era antipatica. Era troppo estrema». Altamente probabile, ma mi auguro che, più che per il rispetto obbligato che si riserva a chi se n’è andato, sempre più persone con gli anni troveranno “normali” le sue parole, non più così disturbanti o esagerate. Vorrebbe dire che qualche battaglia l’avremo vinta. Michela Murgia infastidiva, così come infastidisce una donna che dice la sua, che si prende degli spazi, che fa notare tutto quello che non va. Come infastidisce il femminismo.

«Il femminismo non nasce per essere comodo per tutti, nasce dall'espressione del disagio di una parte della popolazione che sta scomoda dove sta. Se non vivi la discriminazione non capisci la necessità di fare attivismo per superare quella discriminazione». L’ha spiegato proprio Murgia a Fedez e Luis Sal ospite a Muschio Selvaggio. Tra le tante cose per cui dobbiamo ringraziarla, infatti, c’è il suo atteggiamento diametralmente opposto al gatekeeping che relega il femminismo ad argomento da discutere tra persone illuminate e irreprensibili. Come scriveva bell hooks, il femminismo è per tutti e Michela Murgia ne ha sempre tenuto conto, calandolo nelle tematiche attuali e rendendo accessibili senza sminuirli concetti alla base della filosofia femminista intersezionale, dei Gender e Queer Studies. Dalle donne raccontate in Morgana alle stories su Instagram per denunciare il sessismo quotidiano con ironia Gif e canzoni K-pop, ha sempre mostrato come il femminismo fosse a portata di mano per chiunque volesse analizzare il reale con occhio critico e affidarsi a chi da decenni descostruisce gli stessi schemi.

Murgia - senza articolo «la Murgia è un altopiano della Puglia» come ha fatto notare spesso ricordandoci di notare cosa sta dietro le parole - ci ha lasciato articoli, discorsi, interviste e, naturalmente, libri da leggere e rileggere. Ha spaziato dalle molteplici forme della violenza contro le donne (nel 2013 ha scritto L'ho uccisa perché l'amavo (falso!) con Loredana Lipperini), al valore del lavoro di cura, al linguaggio di genere, a come le donne vengono descritte e trattate nei media italiani che lei, a ogni scivolone, lei tentava di riportare costantemente e faticosamente al punto. Nei suoi Ave Mary e God Save the Queer, poi, ha fatto una scelta coraggiosa e necessaria: quella di affrontare il delicato rapporto tra femminismo e religione cattolica. È facile demolire in toto il cattolicesimo sulla scia delle posizioni della Chiesa, ma questo significa anche negare una parte fondamentale della vita di moltissime donne che ogni domenica vanno in chiesa o che, semplicemente, credono e hanno una forte dimensione spirituale. È parlando, dicendo la sua, scrivendo che Murgia è sempre riuscita a smuovere qualcosa, fosse anche indignazione o sconcerto. «È come se nella testa di tutti (e tutte) ci fosse qualcosa di insopprimibilmente fastidioso nell’idea che una donna possa non solo avere un’opinione, ma addirittura contrapporla a quella di un uomo», ha scritto nel suo saggio del Stai Zitta, «La donna socialmente gradita è una donna silenziosa, che diletta con qualunque arte, tranne quella oratoria».

Se è vero, però, che il femminismo è una pratica, è impossibile limitare l’influenza di Michela Murgia ai suoi scritti. Il suo essere femminista si è visto nella vita pubblica, nella sua voce lucida a in grado di smascherare discriminazioni e violenza, nel suo antifascismo costante e puntuale (da ricordare il saggio Istruzioni per diventare fascisti) e nella capacità di ricondurre tutto alla stessa matrice di potere sui corpi, sulle parole, sulle idee. L’abbiamo visto, però, anche nella sua vita privata che negli ultimi mesi ci ha lasciato, per nostra grande fortuna, intravedere. I suoi post sulla Queer family valgono quanto un saggio accademico e se ne riparlerà nei prossimi anni perché la decostruzione degli sterrotipi dell’amore romantico e della superiorità dei legami biologici sarà sempre più al centro del dibattito. Infine, Michela Murgia, nei suoi ultimi mesi ci ha lasciato un chiaro monito: quello dell’unione. Unione contro chi ci priva della libertà, unione come base per una vita comunitaria orizzontale e unione come parte integrante del femminismo intersezionale. Non perché lo scontro costruttivo vada negato, anzi, ma perché dovremmo valutare il femminismo con parametri nuovi, non gerarchici o escludenti e accettare di vivere a pieno contraddizioni e sfumature. «Non perdiamo tempo a squalificare chi lotta, non costruiamo una portineria del femminismo», ha avvertito in un video su Instagram, «perché i nemici sono altri, e fanno le leggi». Ora, nel farlo - perché sì, lo faremo, lo facciamo - lei ci mancherà parecchio. Con la sua voce, il suo corpo, la sua esperienza di vita, è stata per molti aspetti un punto fermo che ci aiutava a distinguere ciò che siamo, ciò che rischiamo di essere e quello che potremmo diventare.