Immaginate che cosa vuol dire diventare - da un giorno all'altro - una delle persone più visibili e discusse del mondo. La vostra faccia su tutti i giornali, articoli su articoli che parlano di voi e soprattutto della vostra identità di genere. È bastata quella famosa lettera di coming out per catapultare Elliot Page al centro della scena rendendolo una delle persone trans più conosciute al mondo con tutta la responsabilità che questo comporta. Page, però, non si è tirato indietro e ha accettato di fare la sua parte nel combattere stereotipi e odio transfobico. Per ora - serviva dirlo? - ci sta riuscendo alla grande. In una recente intervista per Vanity Fair, ad esempio, Page ha scelto di affrontare un tema tanto delicato quanto attuale: cosa vuol dire essere un bambino trans e crescere in una società che troppo spesso nega i tuoi diritti e la tua stessa esistenza. "Gran parte del mio lavoro in questo momento consiste nel cercare di riconnettermi con quel me stesso che ero da bambino, che sapeva chi ero e poi ha dovuto nasconderlo e seppellirlo".

Page infatti racconta di aver sempre saputo chi era: se possibile ne era molto più convinto da bambino che dopo, quando le pressioni sociali si sono fatte più forti e difficili da arginare. "Quando ero un bambino ero già un maschio al 100%", spiega l'attore specificando, però che la sua esperienza è "solo sua" e che tutte le persone trans sono diverse. "Sapevo di essere un maschio quando ero un bambino", continua, "Scrivevo lettere d'amore finte e mi firmavo 'Jason'. In ogni piccolo aspetto della mia vita sapevo chi ero, chi sono, e chi avrei voluto essere". Questa consapevolezza estremamente naturale, però, ha molto presto iniziato a scontrarsi con il mondo esterno "Non riuscivo a capire quando mi dicevano: 'No, non sei un maschio, e non potrai esserlo quando sarai più grande'". Col tempo, come sappiamo, Page ha dovuto sopprimere la sua identità, farsi crescere i capelli, vestirsi da donna e interpretare molti ruoli femminili.

Questo, come ha raccontato in diverse interviste, l'ha portato ad avere un rapporto molto difficile con il proprio corpo e a soffrire di depressione, ansia e attacchi di panico. "Per molto tempo non sono nemmeno riuscito a guardare una mia foto", ha raccontato a TIME, "Anche dopo il coming out come gay il disagio verso il mio corpo non è mai andato via". Solo dopo aver abbracciato pienamente la sua identità affermando pubblicamente di essere trans e non binary e chiedendo di essere trattato come tale, Page ha potuto riappropriarsi di se stesso. "Finalmente esisto per quello che sono", ha spiegato l'attore in una recente intervista con Oprah Winfrey, "Per la prima volta nella mia vita sono in grado di essere me stesso e di essere produttivo, creativo. Sto semplificando troppo, ma sto davvero bene. Sento una grande differenza nel poter finalmente esistere giorno per giorno, minuto per minuto".

Eppure, come ha spiegato Elliot a Vanity Fair non si è trattato per lui di qualcosa di nuovo, quanto più di un ritorno alle origini e a ciò che aveva sempre intimamente sentito. Per quanto le esperienze varino caso per caso, il racconto di Page si collega a diversi studi sui bambini transgender. "Lavorando con persone trans uno dei temi più ricorrenti è che ad un certo punto, a volte già dai 3 ai 5 anni, c'è la sensazione di far parte di un altro gruppo di genere" spiega all'Atlantic Charlotte Tate , psicologa della San Francisco State University. "Quando gli viene detto che devono adeguarsi al sesso assegnatogli, diranno, 'No, non è giusto. Non mi va bene'. Hanno una conoscenza di sé che è intima e che stanno cercando di comunicare". Tate spiega che spesso gli adulti pensano che i bambini possano essere solo confusi e che si tratti di un'idea passeggera ma, in realtà, gli studi suggeriscono che, quando il sentimento è radicato, difficilmente scomparirà con il tempo. "Ora sto finalmente tornando a sentirmi me stesso ed è davvero bello e straordinario, ma in un certo senso c'è anche del dolore", spiega Page, "Vorrei dire al bambino che ero che quello che sentivo era reale al 100%. Vorrei dirgli che ero esattamente come mi vedevo, come mi sentivo e come mi conoscevo". E quel bambino (così come tutti i bambini) si meriterebbe di sentirlo.