Qualche tempo fa mi è capitato di incontrare una persona - una conoscente che seguo e stimo a livello professionale - e di dirle mentre chiacchieravamo che, nell'apprezzare il suo lavoro avevo spesso pensato di volerle essere amica. Sapevo già, esattamente mentre lo dicevo, che me ne sarei pentita. E infatti, una volta a casa ripensandoci, nella mia mente è comparso il meme col gattino, sempre più grande e impossibile da ignorare. «Oh no, cringe».
Se non vuoi essere cringe, non devi: mostrarti eccessivamente appassionata o eccessivamente dispiaciuta, lasciarti andare all'entusiasmo, fare troppi complimenti, raccontare a caso i fatti tuoi (l'oversharing è cringe), scadere in sentimentalismi, proporre troppo spesso di fare un brunch, giustificarti, portare i calzini fantasmini con le sneakers, usare espressioni della Gen Z a sproposito, usare troppe emoji, indossare jeans skinny e la lista potrebbe continuare. La lista infatti è potenzialmente infinita, e include, categoricamente, anche dire a semi sconosciute di voler essere loro amica.
Quando si incappa nel cringe si prova imbarazzo, vergogna, la stessa che si prova (in maniera attutita dal "meglio a te che a me") quando a essere cringe è qualcun altro. «Cringe», spiega Viola Stefanello, giornalista del Post che da anni si occupa di Internet e delle sue dinamiche, «è qualcosa che guardi e ti fa sentire in imbarazzo per l'altra persona».
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Cosa vuol dire sentirsi cringe
Il cringe è arrivato come qualcosa che percepivamo dall'esterno, ma ora, come spiega Stefanello, l'abbiamo interiorizzato. «È una cosa che si nota in particolare tra persone di certi giri, che ci tengono ad apparire meno mainstream e più sofisticate degli altri: se ti imponi da solo questo standard, è facile che poi tu ti senta cringe se qualcuno scopre i tuoi "guilty pleasures"». Questa paura di risultare cringe scaturisce dalla sovraesposizione dei social e da una certa tendenza a iper-osservarsi, capire come si è collocati rispetto a ciò che si desidera, monitorare ogni cinque minuti i propri limiti per mantenersi lontani da scivoloni. Non a caso, ricorda la giornalista, è diventato virale online il consiglio dell'attrice Jemima Kirke per «ragazze poco sicure di sé»: «Penso che voi ragazze passiate un po' troppo tempo a pensare a voi stesse».
«Abbiamo interiorizzato quello che immaginiamo essere il giudizio degli altri», aggiunge Stefanello, «E così si finisce a fingere di non provare grosse passioni per nulla, di essere unbothered, noncuranti, ironici, perché per molto tempo è passata l'idea che per essere cool sia necessario dare l'idea di essere indifferente alle cose che invece appassionano le masse». Bandite le foto perfette di cene romantiche con mille hashtag, la Gen Z coltiva un'estetica assai meno curata, apparentemente più spontanea o che comunque veicoli un certo grado di superiorità anche rispetto alla performance social. Tuttavia non è sempre netto il confine del cringe. «Io per esempio ho passato molto tempo a pensare se da giornalista avrei dovuto fare video su TikTok e Instagram», dice Stefanello, «e mi sono sempre fermata perché penso che la gente cringerebbe se mi guardasse. Io, però, non cringio se vedo gli altri farlo». Il risultato, almeno per me, è una lista di cose che potrei fare (magari vorrei fare) se solo non temessi di risultare cringe. E parallelamente c'è un'altra lista, quella delle cose che ho fatto finendo per esserlo eccome. Articoli scritti, post su Instagram sdolcinati, frasi uscite malissimo, dm in cui fangirlavo (termine che cringia esso stesso, ma rende l'idea) rimasti ovviamente senza risposta. Cose per cui, a pensarci, vorrei sotterrarmi.
Ma se bisogna continuamente autovalutarsi, diventa un percorso a ostacoli, un continuo frenare, fare inversione per pericolo cringe prima ancora di vedere dove portano certe strade. Tutto potenzialmente cringia. Il cringe si espande come una bolla appiccicosa e contamina, un big bubble rosa gigante e profumato pronto a scoppiare con un lieve "pop". Anche mentre scrivo questo pezzo, mi chiedo "Sarà cringe?" perché mi succede ogni volta che produco qualcosa che verrà sottoposto allo scrutinio altrui, finirà nel tritacarne del web, spezzettato, screenshottato e potenzialmente riprodotto infinite volte in chat sconosciute. Forse, penso a volte, è il trauma delle shitstorm. Ormai ne abbiamo viste troppe per riuscire a postare con la stessa nonchalance dei primi 2000 quando, incoscienti, caricavamo su Facebook interi album di noi distesi per terra ubriachi: tutti i Millennial sanno di essere ricattabili.
Millennial cringe e Taylor Swift
Il cringe ha un aspetto generazionale, e infatti si parla di Millennial cringe. «Potrebbe avere a che fare», spiega Stefanello, «anche col fatto che, man mano che invecchi, molte cose smettono di sembrare importanti, è meno importante sembrare cool, è meno importante continuare ad aggiornarsi sulle mode. Quindi, ad esempio, se indossi i pantaloni stretti e i calzini corti sei un Millennial cringe, ma se tu stai comodo, hai la tua vita, il tuo lavoro, la tua relazione cosa ti interessa se sei cringe?». D'altra parte le nuove generazioni sentono il bisogno di differenziarsi dai più grandi, anche smontando le loro estetiche e mode, è parte del gioco.
La vita online ricopre un ruolo in tutto questo. «Ci sono delle teorie, soprattutto negli Stati Uniti», aggiunge la giornalista del Post, «secondo cui, il motivo per cui i ragazzi della Gen Z vanno a ballare molto meno, bevono molto meno e via dicendo, è che hanno paura che un loro momento imbarazzante finisca su internet e la loro vita venga rovinata». Verrebbe da chiedersi cosa succede se si risulta cringe online. Può avere a che fare con il non riuscire a far parte di determinati gruppi e bolle, con la visibilità e il potere che ne consegue, con la reputazione e il fatto che gli altri vogliano o meno venire associati a te. Poco importa che possa succedere a chiunque. Persino Taylor Swift è stata bollata come cringe, è pieno di video su TikTok che discutono del suo ultimo album, The life of a Showgirl, zeppo di frasi imbarazzanti e reference del mondo di internet ormai passate, come se non fosse in sincronia con lo Zeitgeist del web.
Il contrario di cringe
«Secondo me il contrario di cringe non è tanto essere cool, ma essere edgy», osserva Viola Stefanello, «ovvero non solo essere cool in quel momento, ma essere un po' esoterico, incomprensibile, del tipo "Voi non mi capite, ma mi capiranno i vostri nipoti"». Oggi, dunque, per non risultare imbarazzanti non basta più essere appropriati, ma serve essere appropriati in un contesto in cui la mediocrità (e anche il rimanere indietro e l'essere basic, mainstream) è il male peggiore. Dobbiamo farci notare e presentarci al mondo sicuri e già capaci: si è ridotto lo spazio per la sperimentazione perché questa implica ammettere di avere un sogno (oh no, cringe), di starci provando, di non essere già arrivati. E questo è imbarazzante, terrificante. «Viviamo in un periodo storico in cui la maggior parte delle persone vengono punite socialmente per le proprie dimostrazioni di vulnerabilità», aggiunge Stefanello, «Vieni percepito come cringe se mostri apertamente che le cose ti vengono difficili, a meno che tu non lo faccia in una maniera performativa e allora tutti penseranno "Ha ragione, cazzo, anch'io ho sempre voluto dire che questa cosa, è difficilissima per me". È un peccato perché ci sono persone che avrebbero cose interessanti da dire, che potrebbero contribuire socialmente, intellettualmente, emotivamente alla vita pubblica e invece non si esprimono perché hanno paura che qualcuno pensi "bro, ti prego, no"».
È un peccato, ma non vogliamo essere associati alla debolezza altrui. Potrebbe contaminarci, mostrandoci empatici rischiamo di aprire il vaso di Pandora strapieno delle nostre identiche insicurezze. «Io cerco di esercitarmi molto a mettere in discussione il mio senso del cringe interiorizzato sia nei confronti degli altri, sia nei confronti di me stessa», riflette Viola Stefanello, «Provo spesso a domandarmi "Vabbè, ma questa persona sta facendo del male a qualcuno?" "Mi mette a disagio perché non si sta conformando al livello di indifferenza che io mi aspetto che le persone performino?"». Possiamo dirci che la paura del cringe ci sta impoverendo a livello creativo e anche umano, che dovremmo sentire il cringe che arriva e resistere, provare a non spostarci di un millimetro come nel meme «I'm cringe but I'm free». Ma sentirsi umani non è piacevole, significa sentirsi come la mucca con la marea che sale.











