Sono diventata giornalista perché Jo March di Piccole Donne e in particolare Carrie Bradshaw di Sex and The City mi hanno fatto credere che credere e realizzare un sogno fosse facile. Invece mi sono ritrovata invischiata in una gavetta lunga quasi 20 anni e in una carriera che, anche nei migliori scenari possibili, continuerà a far rima con precariato e disequilibrio fino alla fine dei miei giorni. A lungo, negli anni d'oro della mia formazione sentimentale e professionale, mi sono ripetuta che il sogno di Carrie, giornalista di costume a New York nei ruggenti anni Novanta, fosse complesso ma non impossibile. E, soprattutto, che potesse essere anche il mio. Non è forse questa la natura di tutti i sogni, un mix di suggestione e utopia che si calcifica nell'infanzia e nell'adolescenza? Per anni, riguardando in ordine randomico gli episodi di SATC - e rifiutandomi categoricamente di riguardare i terribili film usciti dopo la fine della serie e gli episodi del sequel And Just Like That, giunto non si sa come, viste le critiche, alla terza stagione - a Carrie ho perdonato praticamente qualunque cosa: il suo essere spesso un'amica tossica, la sua petulanza sentimentale, l'accanirsi con la conquista di Mr. Big, il trattamento pessimo riservato ai bravi ragazzi.
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Da Millennial cresciuta a pane e Sex and the City condivido questa indulgenza nei confronti del personaggio interpretato da Sarah Jessica Parker con milioni di altri coetanei. Poi per fortuna è arrivata la GenZ, che ama SATC (un po' meno And Just Like That) ma Carrie proprio non la sopporta.
E così, ecco la rivelazione: quello che la mia generazione ha sempre considerato tenero (Carrie che fa di tutto per attirare l'attenzione di un uomo emotivamente stitico come Big) per la GenZ è uno spettacolo cringe. Il suo ineccepibile gusto fashion rimane l'unico faro che nessuna tempesta potrà mai scalfire: tutto il resto, soprattutto l'idea che potesse permettersi quel guardaroba scrivendo una o due colonne a settimana sul New York Observer - come faceva pure Candace Bushnell, autrice dei romanzi cui la serie di Darren Star si ispira - è un enorme esercizio di sospensione dell'incredulità. Solo intorno alla quarta stagione, quando il personaggio comincia a scrivere libri e a presidiare le pagine di Vogue per 4 dollari a parola (una cifra folle, incredibile già ai tempi. Oggi impensabile) tutto, nella situazione finanziaria di Carrie, comincia a tornare e a diventare se non raggiungibile, quanto meno plausibile.
Ciò che personalmente non ho mai voluto vedere (ma che le nuove generazioni hanno smascherato in poco tempo) è che nelle prime stagioni l'alter ego di SJP è semplicemente una 30-qualcosa che vive al di sopra delle sue possibilità e ha illuso milioni di aspiranti giornaliste circa le reali prospettive professionali di un editor esordiente. Certo erano gli anni Novanta a New York, periodo d'oro del settore: secondo le analisi sui possibili introiti del personaggio nelle prime stagioni, ogni articolo poteva fruttare a Carrie circa mille dollari, cifra che, unitamente a un affitto bloccato e concorrenziale nella sua casa dell'Upper East Side e ai PR gift ricevuti in virtù del suo essere una giornalista, può darci la misura del suo leggendario tenore di vita nella serie. Un lifestyle che però rimane utopistico, irraggiungibile, necessariamente da contestualizzare. Come abbiamo potuto credere di poter essere Carrie Bradshaw quando persino a lei, ogni tanto, è venuto il dubbio di potercela fare con quelle premesse assurde?
Da mito a flop: ma come ha fatto Carrie a cadere così in basso?
Su TikTok esistono migliaia di video che raccontano il lato awkward di Carrie Bradshaw, in particolare con gli uomini e con le relazioni sentimentali. Classifiche su classifiche che la inquadrano come una donna egoista e irrisolta, egocentrica e accentratrice che non sa cosa vuole dalla vita e spesso si rivale sulle sue amiche Charlotte, Samantha e Miranda per individuare una strada percorribile. Il sequel della serie firmato da HBO che ha visto tornare solo tre delle protagoniste nei loro ruoli storici (ci sono Cynthya Nixon e Kristin Davies ma manca, eccome se manca, la splendida Samantha di Kim Cattrall, da anni ai ferri corti con Sarah Jessica Parker) non ha aiutato a riabilitare il personaggio di Carrie agli occhi dei nuovi spettatori della serie. Va bene riguardare le stagioni di Sex And The City, un po' meno accennare la visione di And Just Like That, che invece inquadra le protagoniste nei loro mid-50s.
È un problema di scrittura (la sceneggiatura della serie principale è opera di Darren Star e di Michael Patrick King, al timone di molti episodi di SATC considerati cult) se Carrie oggi ci risulta così insopportabile, se chi un tempo la amava ha rivalutato il personaggio e chi l'ha scoperta in epoca recente proprio non ne digerisce azioni e derive? Oppure è colpa di chi l'ha idealizzata negli anni formativi dell'adolescenza, se oggi Carrie è un dio caduto dall'Olimpo che non riesce a rialzarsi? Sarebbero arrivate dopo, a riscrivere quella letteratura sentimentale e amicale già disegnata a caratteri indelebili da Sex And The City, le disfatte di Hannah Horvath (Lena Dunham) in Girls o l'incompiutezza consapevole della Fleabag di Phoebe Waller-Bridge. E meno male: oggi Carrie non è più l'unica reference possibile quando si parla di relazioni, anche se per decenni ha rappresentato un punto di riferimento, un'ispirazione irraggiungibile, un modello inarrivabile, senza che mai la mettessimo in discussione. Poi la GenZ si è messa a urlare che l'imperatore è nudo. Il resto della storia lo conosciamo già: indietro non si può tornare, neanche a furia di rewatch.











