Nell'ultimo biennio, quello successivo allo scoppio della pandemia, si è aperta una grande voragine nello stigma legato al dibattito sul benessere mentale. E mai salto nel vuoto è stato più fortuito. Sono cambiate le nostre priorità nella vita privata e sul lavoro; si è alzata la qualità delle nostre conversazioni sul tema della salute psicologica; è cambiato il nostro approccio al malessere e alla malattia mentale e, in risposta a un declino della serenità collettiva e a una crisi del benessere globale, abbiamo deciso di reagire accettando limiti e sgretolando tabù, tra le altre cose, su equilibrio individuale, depressione, ansia, disturbi alimentari. Un ruolo fondamentale lo hanno avuto i social, in particolare TikTok, che si è fatto contenitore di dibattiti, racconti, sfoghi sul tema. Lo dicono i numeri - son oltre 359 i milioni di visualizzazioni per l'hashtag #SaluteMentale, 11 miliardi per #MentalHealthAwareness e oltre 722 milioni per #Benessere - e la qualità dei video di creators che si sono spogliati di ogni filtro per raccontare la realtà così com'è.

Per tutto il mese di ottobre, su TikTok è disponibile un hub dedicato a quattro temi: benessere psicologico, alimentazione, climate change e futuro. L'hub è un luogo che aggrega talk e contenuti informativi, creati insieme a divulgatrici, psicologhe ed esperte che, sul social, tutti i giorni, amplificano i toni di questo dibattito.

Abbiamo sentito due di loro, la dottoressa Teresa Capparelli (@psicoteresa), psicologa specializzata in Gestalt Therapy che si occupa di diagnosi, promozione del benessere e psicoterapia e la dottoressa Francesca Picozzi (@francescapicozzipsico), psicologa clinica e consulente sessuale, per discutere del legame tra emozioni, cibo e terapia e capire come scegliere il professionista giusto per iniziare un percorso di crescita, cambiamento o rinascita.

Il legame tra cibo ed emozioni, così antico, così importante

Con la dottoressa Teresa Capparelli abbiamo discusso del perché ci capita di associare stati d’animo - positivi o negativi che siano - a ciò che mettiamo nel piatto, di cosa parliamo quando discutiamo di disturbi alimentari e quali altri malesseri possiamo legare alla sfera dell'alimentazione.

    Quando cominciamo a sviluppare questo indissolubile legame tra cibo ed emozioni?

    «Il legame tra cibo ed emozioni ha radici lontane», ci ha detto l'esperta, «nasce insieme al neonato e si sviluppa nel corso di tutta l’esistenza. A partire dalla vita perinatale la nutrizione materna svolge un ruolo determinante per la salute nell’intero ciclo di vita. Da quel momento, il legame tra nutrimento ed emozioni si amplifica, alimentando la costruzione della psiche in maniera sempre più articolata». L’esperienza emotiva di ciascuno è composta da componenti fisiologiche, cognitive ed esperienziali: in particolare, l’amigdala consente alcune valutazioni emotive elementari, già programmate dalla nascita. «L’esperienza che conduciamo nell’arco della nostra vita, però, fa sì che ciascun individuo apprenda un certo tipo di legame con il cibo. Il legame tra cibo ed emozioni, in altre parole, è in parte innato ed in parte appreso, anche a seguito dell’influenza di modelli di comportamento variabili nel luogo e nel tempo».

    Ma perché viene automatico associare emozioni a ciò che mangiamo?

    «Il cibo, oltre ad essere deputato alla nostra sopravvivenza, permette di produrre neurotrasmettitori responsabili del benessere. Da un punto di vista simbolico, poi, ciascun cibo può essere associato a diversi stati d’animo, poiché il nostro apprendimento ha luogo per associazioni. È possibile, dunque, associare alcuni piatti ad emozioni differenti tra loro, piacevoli o spiacevoli che siano, perché l’alimentazione attiva i nostri sensi, dando luogo al ricordo di eventi vissuti ed immagazzinati in memoria». Basta pensare, ci ha detto la dottoressa, all’odore o al sapore di un piatto che mangiavamo da bambini, magari cucinato da una persona cara. O a quell’alimento che non abbiamo più mangiato, perché rammenta un momento sgradevole della nostra vita.

    In che termini questo legame è funzionale e quando, invece non lo è più?

    «Il legame con il cibo diventa disfunzionale quando quest’ultimo, da strumento di autosostentamento e di piacere, diviene mezzo mediante cui bypassare le proprie emozioni, o, addirittura, gesto autolesivo. Ciò avviene sia quando vengono attuati comportamenti restrittivi, che quando si presenta un discontrollo nell’assunzione di cibo». La matrice del malessere, per la dottoressa, è la stessa: «Allontanare le emozioni negative. Il cibo, in altre parole, diventa un meccanismo di difesa teso a proteggerci da qualcosa di estremamente doloroso».

    Si tende a generalizzare, quando si parla di cibo ed emozioni, parlando di disturbi alimentari. Ma ci sono altri malesseri o patologie che possiamo legare a un disfunzionale rapporto col cibo e fungono da campanello d'allarme?

    «La sfera alimentare è coinvolta in una molteplicità di disturbi psicologici. Senz’altro i disturbi del comportamento alimentare sono i più noti, benché ve ne sia una vasta gamma ancora non ampiamente riconosciuta (pensiamo alla vigoressia, ovvero l'ossessione per il tono muscolare o all’ortoressia, che invece spinge all'ossessione per il cibo sano, generando conseguenze non sempre funzionali)». Secondo la dottoressa, però, è bene ricordare «che anche in disturbi come l’ansia e la depressione si possono riscontrare delle variazioni di appetito significative».

      In pratica, considerando che l’alimentazione è uno strumento mediante cui esprimiamo noi stessi ed il legame con le nostre emozioni, l’acquisizione di una buona consapevolezza emotiva, con la conseguente normalizzazione delle proprie emozioni negative, è un lavoro imprescindibile per la realizzazione di una sana relazione con il cibo, ci ha detto la dottoressa Capparelli. Ma come trovare la bussola da soli quando il malessere prende il sopravvento?

      Iniziare un percorso di terapia, verso la consapevolezza

      Giungere alla consapevolezza di voler iniziare un percorso di terapia, indipendentemente dal motivo che ci spinge a farlo, è un vero e proprio viaggio. Capire da dove partire e come cercare un professionista adatto, però, è impresa impegnativa. Insomma, come fa chi è a digiuno di approcci e specializzazioni e sente solo il bisogno di parlare con qualcuno, a capire dove trovare il primo tassello di questo grande puzzle di consapevolezza? Ne abbiamo discusso con la dottoressa Francesca Picozzi.

      «Quando non si conosce molto il mondo della psicologia è difficile orientarsi verso la scelta del professionista adatto», ci ha detto la psicologa. «Ma per iniziare un percorso non è necessario sapere tutte le differenze e le sfaccettature di questa professione. A prescindere dal professionista della salute mentale che si ha di fronte, con le sue specialistiche e percorsi di studi mirati, si sta incontrando un altro essere umano». Per la dottoressa, scegliere la persona prima che il terapista con il suo bagaglio professionale è fondamentale per partire col piede giusto.

      «Si arriva di fronte a un completo sconosciuto a raccontare la propria vita, spesso anche quei segreti inconfessabili che tanto ci fanno vergognare. Cosa permette di aprirci e avere fiducia nell’altro? L’incontro con la sua umanità, il pathos, la simpatia, quel sesto senso che ci dice 'Mi trovo bene con questa persona'».

      «Il buon vecchio passaparola è sempre utile. Avere qualcuno di fidato che ci consiglia dei nominativi può risultare molto efficace. Un altro modo può essere quello di chiedere dei nomi ad altri professionisti, come ad esempio al medico di base. Infine, anche i social possono essere una bussola: ad oggi molti professionisti sono sulle principali piattaforme, e i loro contenuti possono essere un biglietto da visita riguardo ai temi trattati e a come lo fanno. Secondo la dottoressa, questa ricerca «non deve diventare un 'buona la prima'. Non è detto che al primo colpo si trovi la persona giusta, quindi non bisogna lasciarsi abbattere, e continuare a cercare».

      Ma come si fa a capire che questa ricerca del terapista perfetto è giunta a termine?

      «Nel mio approccio, la psicoanalisi relazionale, la cura la fa la relazione: ci si ammala e ci si cura nella relazione - non a caso viene chiamata relazione terapeutica - che deve validare le nostre emozioni, comprenderle, non giudicarle e rispecchiarci. È una prova di come l’incontro con l'altro possa essere curativo, soprattutto quando nella vita si è avuto esperienza del contrario». Secondo la dottoressa Picozzi «quando si è con il professionista giusto lo si sente. Non bisogna focalizzarsi su pensieri come 'Non sto ancora bene' o 'Non è cambiato nulla', perché si tratta di un lavoro molto complesso, e può capitare di stare peggio di quando si ha iniziato». Niente panico, insomma, perché non significa che si sta facendo un percorso sbagliato. «Al contrario, si stanno aprendo delle porte dal contenuto doloroso che prima si cercavano di tener chiuse con molta fatica. Qualsiasi dubbio si senta con il percorso o con il professionista stesso, lo si può analizzare in seduta. Si può chiedere al professionista 'Ho paura che non funzioni' o 'Riesci a guarirmi?'. Queste domande possono aprire orizzonti incredibili che permettono di capirsi, guardarsi, incontrarsi».

          Headshot of Giovanna Gallo

          Scrivo di Costume, Tv, Attualità, Royals su Gente e Cosmopolitan.
          Sono a Torino da 16 anni, ma l'accento calabrese è per sempre.