A dicembre ho deciso di fare qualcosa che, almeno nella mia testa, sembrava molto wellness girl coded: 21 giorni consecutivi di hot yoga. L’idea iniziale era semplice. Volevo diventare più forte, più flessibile, più centrata. E magari anche testare un po’ di set activewear super cute nel frattempo. Ma soprattutto ero convinta che un’ora al giorno di silenzio, respirazione e stretching mi avrebbe trasformata in una di quelle persone serene che bevono matcha alle 8 del mattino e riescono davvero a vivere nel presente.
Spoiler: non è andata esattamente così.
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Perché ho deciso di iniziare una challenge di hot yoga
Per me allenarmi ha sempre significato cardio ad alto volume, playlist aggressive e workout che ti lasciano completamente distrutta ma soddisfatta. Ogni tanto reformer pilates, certo, ma più per sentirmi una ragazza cool di TikTok che per vera convinzione. Lo yoga sul tappetino? Sinceramente mi sembrava noioso.
Poi però ho iniziato a vedere Dua Lipa in verticale ovunque sui social. Le foto della cantante in headstand su un paddle board erano letteralmente dappertutto e improvvisamente ho pensato: ok, voglio diventare quella persona.
Così, quando ho scoperto una challenge di 21 giorni consecutivi di hot yoga da Movements Amsterdam, mi sono detta che sarebbe stato il punto di partenza perfetto per la mia yoga era.
Il primo giorno ho capito che il problema non era lo yoga
Già dalla prima lezione mi è stato chiarissimo che il vero ostacolo non sarebbe stato il caldo. Né le posizioni impossibili. Né tantomeno la fatica fisica.
Il problema ero io.
Avevo appena passato un weekend a bere troppo e improvvisamente mi ritrovavo a cercare disperatamente di stare in equilibrio su una gamba sola in una stanza a 38 gradi. Male. Molto male.
La lezione che frequentavo più spesso si chiamava Hot C e seguiva sempre la stessa sequenza di posizioni. Pensavo che la routine mi avrebbe annoiata dopo pochissimo. Invece, in modo quasi inquietante, iniziava a rassicurarmi.
La routine che non pensavo di desiderare
Io sono una persona che ama il caos. Mi piace avere giornate imprevedibili, programmi improvvisati e settimane sempre diverse. Eppure quell’ora fissa di yoga quotidiano stava iniziando a farmi incredibilmente bene.
Era diventata un momento solo mio.
Un punto fermo.
Quasi una forma di self-care.
Certo, organizzare tutto continuava a stressarmi parecchio. Prenotare le lezioni, incastrarle tra lavoro, eventi, amici e vita sociale mi mandava sinceramente nel panico. A un certo punto mi sono persino presentata nello studio sbagliato convinta di essere in anticipo, salvo poi attraversare mezza città correndo per arrivare in tempo.
E no, stare in equilibrio continuava a sembrarmi impossibile.
Quelle sere in cui non volevo assolutamente allenarmi
Ci sono stati giorni in cui non avevo nessuna voglia di andare a yoga. Zero.
Volevo soltanto infilarmi sotto una coperta, guardare una serie tv e sparire fino alla mattina dopo.
Ma ogni volta succedeva la stessa cosa: uscivo dalla lezione felicissima di essere andata.
L’hot yoga ha qualcosa di stranamente terapeutico. Il caldo ti svuota completamente il cervello. E per una persona che vive costantemente in overthinking, è quasi un’esperienza spirituale.
La parte più difficile? Smettere di essere produttiva anche nello yoga
Con gli allenamenti cardio mi piace sentirmi efficiente. Mi piace l’idea di aver già fatto qualcosa di “utile” prima ancora di iniziare la giornata. Bruciare calorie, sentirmi attiva, performante.
Con lo yoga questa mentalità improvvisamente non funzionava più.
Non riuscivo a trasformarlo in una gara. E questa cosa mi destabilizzava parecchio.
Lo yoga non mi chiedeva di performare.
Mi chiedeva semplicemente di esserci.
Ho capito quanto odio essere scarsa in qualcosa
Durante queste settimane ho realizzato una cosa abbastanza fastidiosa su di me: odio fare errori.
Talmente tanto che spesso evito direttamente di iniziare cose nuove pur di non sentirmi incapace.
E invece durante queste lezioni mi sono ritrovata continuamente a perdere l’equilibrio, sbagliare posizioni, tremare, crollare e ricominciare.
Eppure lentamente iniziavo a migliorare.
Non in modo spettacolare.
Non come nei video perfetti di TikTok.
Ma abbastanza da farmi capire che forse il punto non era diventare perfetta.
Le lezioni più lente erano quelle che mi mettevano più in crisi
Paradossalmente, le classi più rilassanti erano quelle che sopportavo meno.
Durante una stillness session di 75 minuti fatta quasi solo di stretching profondo continuavo a pensare che avrei preferito una lezione cardio. Durante una Hot Yin ho quasi dormito nella savasana finale salvo poi correre negli spogliatoi a mettere mascara, top aderente e uscire a bere vino con un amico.
The duality of a woman, immagino.
A un certo punto ho capito che muovere il mio corpo è un privilegio
Durante uno scrolling infinito su TikTok mi è comparso un video che parlava di quanto sia un privilegio poter usare il proprio corpo liberamente, fare movimento, allenarsi, respirare bene.
Ed è una cosa che durante quei giorni ho sentito tantissimo.
Il mio corpo riusciva davvero a fare tutte quelle cose.
Anche nei giorni in cui io continuavo a criticarlo perché non abbastanza forte, non abbastanza flessibile o non abbastanza concentrato.
“You did enough” è stata la frase più difficile da accettare
Ricordo soprattutto il giorno 14.
Entrare nello studio mi aveva resa immediatamente felice, ma la sera prima c’era stata la cena di Natale di Cosmopolitan e tra tequila, shot improbabili e pochissime ore di sonno ero completamente fuori fase.
A fine lezione l’insegnante ci ha detto: “You did enough.”
E io, automaticamente, ho pensato: no, non abbastanza.
La gamba non era abbastanza alta.
La rotazione non abbastanza precisa.
La concentrazione non abbastanza stabile.
Poi però mi sono fermata un secondo.
Mi ero presentata.
Avevo dedicato quell’ora a me stessa.
E forse, davvero, doveva bastare così.
Cosa mi hanno lasciato davvero questi 21 giorni di yoga
Alla fine della challenge non sono diventata una persona spiritualmente illuminata. Non ho smesso di essere ansiosa. Non ho imparato davvero a rilassarmi.
Però qualcosa è cambiato.
Mi sento un po’ più stabile.
Un po’ più forte.
Un po’ più flessibile.
Fisicamente, certo.
Ma anche mentalmente.
E per ora, sinceramente, va bene così.











