Navighiamo a vista in un'epoca di scroll selvaggio, che ci pone davanti a centinaia di contenuti diversi grazie a un algoritmo che anticipa i nostri desideri e ce li propina in formato serie tv o video su TikTok. Ci piace avere a disposizione migliaia di post al secondo, non sempre effettivamente in linea con gusti e passioni personali. Anzi, capita spesso di soffermarsi, proprio in virtù di questo perenne swipe, su profili di creators o prodotti seriali che proprio cozzano con tutto ciò in cui si crede, con tutto ciò che piace. Il fenomeno si chiama hate watching (hate following, nella sua declinazione social) e, un po' come capita con il pettegolezzo che ci attira tra le sue braccia anche se siamo consapevoli che potrebbe ferire altre persone o perpetrare fake news, non riusciamo a scollarcelo di dosso.

Quando amiamo odiare contenuti che ci fanno male

L'hate watching ci spinge a guardare prodotti televisivi che non solo non piacciono, ma che anche infastidiscono, danno malessere, generano sensazioni di frustrazione, rabbia, stress, creando una sorta di impeto molesto contro chiunque presenzi in quello show. Basti pensare al fenomeno dei reality show, che pure contano milioni di spettatori e, come contraltare, decine di migliaia di commenti al vetriolo sui canali social, in particolare Twitter, in cui lo stesso dà sfogo al suo odio per il prodotto che, di fatto, sta guardando.

Contorto? No, solo umano, nonché fenomeno diffusissimo: ci si ostina a guardare qualcosa che in realtà si odia, secondo gli psicologi, perché la possibilità di far parte di una sorta di giuria collettiva (che sentenzia su quello stesso show sui canali social, appunto, in modo prettamente negativo), che non può essere criticata per i suoi commenti, che sta al di sopra di tutto e in quanto tale può dispensare giudizi, genera ondate di soddisfazione. Insomma, ci si sente autorizzati a parlare male del Grande Fratello di turno perché ci si convince che in show simili sia insita una certa componente trash che ci porta a parlarne male: è lo stesso programma televisivo, in pratica, ad essere alimentato anche dal giudizio negativo di chi lo guarda solo per odiarlo.

Hate following, perché ci soffermiamo su profili che detestiamo?

Nella sua variante social, la questione si fa ancora più spinosa. Perché continuiamo a guardare profili e contenuti prodotti da persone che non ci piacciono, che si comportano in modo scorretto, sia secondo canoni universali che rispetto all'etica personale o che fanno cose sgradevoli, sempre secondo i propri valori personali? I meccanismi psicologici alla base di questo comportamento si ritrovano, secondo gli esperti, nel desiderio di sentirsi superiori alla persona di cui stiamo guardando i video e nella volontà di convogliare sentimenti negativi spesso giudicati come meschini verso persone che non fanno parte della nostra vita, che non conosciamo e che dunque non vengono toccate - almeno direttamente - dal nostro odio. A volte siamo spinti a non seguire quella persona, per mantenere l'illusione di non essere realmente interessati a lei, ma a cercare manualmente i contenuti che produce ogni giorno, per poi giudicarli o criticarli o catalogarli come sbagliati, fastidiosi, negativi.

Certo, tutto questo circuito sembra all'apparenza molto innocuo: non si fa male ad altri, solo a se stessi, per di più in un modo quasi consapevole. Ma quando questa sovraesposizione a profili che provocano rabbia e frustrazione entra in un loop, è lì che i campanelli d'allarme cominciano a suonare. Lo stesso fenomeno si verifica con le cattive notizie in arrivo dall'attualità, si chiama doomscrolling: in pratica continuiamo a scrollare i giornali online, scandagliando il web a caccia di news sempre più dolorose, senza poterne fare a meno. L'esposizione all'odio o a fonti che generano malessere, però, ci rende fragili e vulnerabili, nonché incattiviti, stanchi, stressati. La soluzione, unica e salvifica, è smetterla immediatamente di esporsi ai contenuti o profili trigger, ovvero a tutti quei video, profili e serie tv che sappiamo essere catalizzatori di emozioni negative (per noi, non in generale): non c'è altra via se non quella di ridimensionare la visione, distanziandosi da questo meccanismo solo all'apparenza goliardico. Il guilty pleasure non è tanto piacevole se lascia l'amaro in bocca.

Headshot of Giovanna Gallo

Scrivo di Costume, Tv, Attualità, Royals su Gente e Cosmopolitan.
Sono a Torino da 16 anni, ma l'accento calabrese è per sempre.