Quando si tratta di schierarsi per un ideale, la GenZ non si tira indietro e sul make-up non fa eccezioni. Da qui nasce l'idea di Beauty Debate, il nuovo format di Cosmopolitan in cui sentiamo il parere di studenti e studentesse universitarie su temi di bellezza.
Per la stesura di questo articolo non abbiamo lavorato sole! Abbiamo infatti fatto girare un modulo per chiedere alla Gen Z di offrirci le loro opinioni in merito a un argomento così delicato e forse pungente. Oggi investiamo il ruolo di portavoci, condensando i pareri raccolti per offrirvi un quadro più ampio sulla percezione del make-up maschile.
Pro al make-up sugli uomini
Lo sappiamo bene, questo tema è forse più spinoso di altri e cercheremo quindi di affrontarlo rispettosamente. Si tende a esaltare i valori della libertà di espressione, della possibilità di osare e di mostrarsi al pubblico per quello che si è e il make-up sugli uomini non adempie solo a questa funzione, ma ha anche un profondo valore educativo: aiuta gradualmente a combattere il patriarcato e la mascolinità tossica che obbliga le persone a definire sé stesse e il proprio aspetto all’interno di etichette binarie uomo-donna. La mascolinità e il patriarcato sono infatti concetti sviluppati dalla società che ledono e rendono vittime anche gli uomini in prima persona.
Purtroppo siamo ancora in lotta per un’inclusione totale nel mondo del trucco maschile, come ci dimostra anche il marketing: lo stigma sociale che ancora circonda il trucco maschile favorisce strategie che cercano di “normalizzarlo” attraverso prodotti con packaging scuri, nomi specifici o diciture come “per uomo”, così da evitare l’imbarazzo che potrebbe essere percepito da alcuni consumatori. Questo tipo di marketing, pur presentandosi come inclusivo, finisce per evidenziare ancora di più quanto lo stigma sia ancora radicato nella società.
Se pensiamo alle grandi rock star, ci vengono in mente trucchi stratosferici che hanno contribuito alla loro presenza scenica e alla diffusione del genere. Nessuno, guardando le immagini di band come i Kiss, si permetterebbe di obiettare l’uso del trucco, eppure non si può certo dire che fosse minimal. Oppure, nel mondo della televisione, uomini e donne vengono truccati per apparire al meglio davanti allo schermo. Chi si stupisce?
E se andiamo ancora più indietro nel tempo, la storia è piena di uomini che si truccavano: dagli antichi Egizi ai guerrieri tribali, fino ai nobili del Settecento con ciprie e nei finti. Allora perché, se lo stesso trucco venisse sfoggiato quotidianamente, farebbe ancora storcere il naso?
Proprio come l’abbigliamento o il taglio di capelli, truccarsi è un modo per comunicare chi siamo o semplicemente per sentirci più a nostro agio nella nostra pelle. “La parentesi in cui il trucco è stato considerato ‘solo una cosa da donne’ è storicamente un’eccezione, non la regola.” O.C.
Vi è poi un universo enorme e affascinante, ovvero quello drag, massima espressione del trasformismo e della destrutturazione del volto. È un’arte teatrale che spinge le tecniche correttive all’estremo: copertura delle sopracciglia, contouring, eyeliner grafici e segni esagerati. Non si tratta di nascondere, ma di costruire un’identità visiva d’impatto.
Molti uomini scelgono di truccarsi per gioco e trasformazione, fino a diventare irriconoscibili. È un sistema in cui truccarsi è normale ed è un modo per esprimere al meglio le proprie potenzialità e lo show drag, spesso in contesti ancora non pienamente accettati. L.P.
Dalla nostra analisi è emerso che è sicuramente accettato su larga scala il make-up naturale sugli uomini: il trucco nasce anche per correggere imperfezioni e aumentare la sicurezza personale. Non si definisce in base al genere, ma in base alla funzione.
Comprendiamo la difficoltà di molti uomini nell’esporsi. Il make-up può essere una scelta importante, una forma di accettazione di sé e della propria pelle. Tuttavia non deve diventare una maschera dietro cui nascondere vergogna: ogni imperfezione contribuisce all’unicità.
Un uomo dovrebbe poter entrare in un negozio di cosmetici senza dover dare spiegazioni, senza che venga messo in dubbio il suo orientamento sessuale o le sue intenzioni. Sdoganare il make-up maschile non significa obbligare, ma normalizzare la libertà di scelta.
In fondo, chi ha detto che un uomo che si trucca stia sovvertendo il sistema? Forse sta solo cercando di piacersi un po’ di più.
Riflessioni su chi è contro il make-up maschile
Il dibattito sul make-up maschile continua a dividere opinioni, soprattutto tra le nuove generazioni, dove convivono aperture culturali e resistenze legate al gusto personale. Alcuni commenti sintetizzano bene questa ambivalenza: “non mi piace con la barba e si truccano come nel 2016, però smash alcuni”, oppure l’idea che “se sono gay ha senso, se sono etero no”. Frasi che mostrano quanto il tema sia ancora filtrato da stereotipi estetici e di genere. È importante distinguere tra gusto personale e giudizio generale. Non apprezzare esteticamente il trucco sugli uomini è legittimo, ma non implica metterne in discussione la validità. L’attrazione è soggettiva e dipende da stile, contesto ed espressività individuale.
Prodotti come correttore o fondotinta servono spesso a uniformare o migliorare la sicurezza personale, senza trasformare necessariamente il volto. Molti uomini già utilizzano skincare, cura della barba e prodotti per capelli: il make-up si inserisce in questo continuum di cura dell’immagine.
Ma il trucco non è solo correzione: è anche linguaggio estetico e costruzione di identità visiva. Nel mondo della moda e dei social è già ampiamente sdoganato, mentre fuori da questi contesti può ancora risultare “fuori norma”.
Un altro punto riguarda la costruzione sociale della mascolinità. Spesso la resistenza non nasce da preferenze individuali, ma dal timore del giudizio di altri uomini. Questo contribuisce a mantenere rigide alcune norme di comportamento.
Il punto centrale resta la libertà individuale: non è necessario apprezzare uno stile per rispettarlo. Sdoganare il make-up maschile non significa imporlo, ma accettare che possa esistere come forma di espressione personale.
Molti commenti sottolineano anche una preferenza per un trucco “leggero” o quasi invisibile, accettato finché resta discreto. Questo suggerisce come la società tolleri più facilmente una cura di sé invisibile rispetto a una visibile.
Il problema non è il trucco in sé, ma il confine del “troppo”, che sembra ancora diverso a seconda del genere. Creme e correttori sono accettati, mentre rossetti ed eyeliner meno, perché percepiti come rottura delle norme di mascolinità.
Altri commenti riguardano l’attrazione: “da donna non mi attraggono gli uomini con il trucco”. Ma dove finisce il gusto personale e dove inizia il condizionamento culturale?
Avere preferenze estetiche è legittimo, ma diventa complesso quando queste si trasformano in giudizi generali o riflettono codici sociali rigidi su cosa significhi “essere abbastanza uomo”.
Forse dovremmo tutti chiederci per quale motivo certi codici estetici ci sembrano ancora così sconcertanti.













