Quando esce Mean Girls, nel 2004, Amy Poehler ha 33 anni e nel film interpreta la madre di Rachel McAdams, che nella realtà ha solo sette anni meno di lei, ma nel film è la sedicenne Regina George, a cui Cady (una Lindsay Lohan opportunamente diciottenne) cercherà di sostituirsi come capo supremo delle ragazze popolari della scuola. Rivedendolo oggi che ho gli anni che aveva Poehler nel 2004 mi chiedo se potrei essere credibile come madre di un’adolescente di 26 anni e per puro spirito di autoconservazione scelgo di non rispondermi.

Mentre evito quanti più specchi possibile, non posso fare a meno di notare sotto il mio mento un accenno di bargiglio destinato a cedere, una palpebra un po’ calante che ingloba la riga di eyeliner laddove un tempo questa si protraeva verso l’infinito e oltre, due pieghe ai lati della bocca che mi basta guardare mio padre per sapere che diventeranno sempre più simili a quelle del pupazzo di un ventriloquo.

Accetto di buon grado l’inesorabile deperimento della mia faccia, ma mi turba che questo processo sembri direttamente proporzionale alle energie e ai soldi che investo per prendermene cura. Da anni passo almeno mezz’ora al giorno a spalmare prodotti su tutte le superfici del mio corpo, incapace di arrendermi all’evidenza: l’unico modo di avere la pelle turgida delle ragazze coreane è nascere in Corea. I conti poi è meglio non farli. La bellezza e tutti i patetici tentativi casalinghi atti alla sua conservazione sono un piccolo mutuo dal tasso variabile che nel tempo non può che continuare ad aumentare.

È il famoso costo della manutenzione di cui scriveva Nora Ephron nel suo libro del 2006, Il collo mi fa impazzire. Solo che Ephron se ne lamentava a 65 anni, che essendo la soglia degli sconti per gli “over” mi sembra un’età più che ragionevole per iniziare a prendere in esame i segni dell’invecchiamento. Oggi invece le preoccupazioni legate alla freschezza delle nostre sembianze arrivano sempre prima e con un’urgenza crescente. I 30 sono quindi i nuovi 65?

A rispondere arriva proprio Lindsay Lohan, anni 38, che nel corso di una recente fase promozionale è ricomparsa in pubblico più splendente che mai, levigata e bellissima come un’attrice che non verrebbe mai scelta per interpretare la mamma di nessuno. Il fatto non è sorprendente di per sé – a 38 anni non si è mica da buttare nell’umido – ma lo diventa se si pensa ai cambiamenti che la sua faccia aveva già subito nel tempo, evidentemente sottoposta a una serie di interventi non sempre riusciti, né necessari. Anche in questo caso, in realtà, non c’è niente di strano, dagli Anni ‘90 in poi ci siamo abituati a vedere le facce famose cambiare di continuo, gonfiarsi e assumere forme anche grottesche.

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individual in a stylish outfit at an event
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Sia per Lindsay Lohan che Lana del Rey, che sono in realtà più verso la soglia dei 40 che dei 30, si è parlato di un recente «glow up» in riferimento alla loro apparenza fresca e al contempo naturale. TikTok dice che le due star stiano dando una lezione su come invecchiare con eleganza.

Ora che la tendenza si sta invertendo, l’ideale di bellezza che abbiamo deciso di inseguire è molto più discreto, ma altrettanto, o forse ancor di più, ambizioso. Ricerchiamo perlopiù la “clean girl aesthetic”: ci trucchiamo per sembrare struccate e rinneghiamo la medicina estetica troppo evidente in favore di trattamenti dagli esiti quasi invisibili. Insomma vogliamo le nostre facce, ma un po’ meglio. È l’idea che deve aver avuto Lindsay Lohan, che ora sembra un clone di se stessa creato dall’intelligenza artificiale.

Le brutture prodotte nel vecchio mondo sono quindi reversibili? L’ho chiesto al dottor Giulio Borbon, medico chirurgo estetico e rigenerativo che con il suo studio di Milano è noto proprio per l’approccio delicato alla materia. Mi ha spiegato che quello che osserviamo su Lohan è l’effetto di uno scioglimento con reversione di filler, un processo molto lungo e dispendioso e non sempre possibile (Borbon è uno dei tre o quattro professionisti in Italia in grado di metterlo in pratica) che a differenza dello sfavillante risultato finale ha delle fasi intermedie in cui l’aspetto della paziente è molto alterato.

Mentre mi immagino Demi Moore putrefatta in The Substance, chiedo a Borbon se viene prima l’uovo o la gallina, i trend estetici o gli strumenti per ottenerli. Mi dice che oggi ci sono tecnologie nuove e più sicure, ma anche che non dovrebbero esistere dei trend quando si parla di medicina estetica (penso a tutte le tette di legno prodotte alla fine dello scorso millennio). Dal suo punto di vista uno bravo si misura più dagli interventi che si rifiuta di fare, che non da quelli che effettivamente fa. Mi spiega: «L’estetica è un concetto ampio, che va dalle extension per i capelli alle aule di filosofi a dell’università, non si può creare uno standard. Quando le aspettative si discostano dalla realtà o dal concetto di armonia bisogna dire di no». Amen.

Ho una cugina diciassettenne che sarebbe in grado di tenere un seminario di vari giorni sui diversi acidi e i loro effetti sulla pelle, mentre io alla sua età potevo al massimo produrmi in un breve discorso sui cartoni di Lsd che prendevano i miei amici, avendo familiarità al massimo con il bidone di Nivea che mia madre teneva in bagno da alcuni decenni e usava per tutto, contorno occhi, smagliature, talloni secchi. Borbon infatti mi conferma che l’età media delle sue pazienti è andata abbassandosi molto da quando abbiamo una fotocamera frontale nel telefono, le trentenni (ma anche le ventenni) che frequentano il suo studio sono molte più di un tempo. «E cosa vogliono?» gli chiedo titillandomi il bargiglio sotto il mento. La risposta però già la so: vogliono la loro faccia, ma un po’ meglio.

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