Dicono che la massima espressione digitale del vero amore sia forse data da Beyoncé e Jay-Z che, su Instagram, sono l'unico follow l'uno dell'altro. Questo non ha impedito a lei di venire tradita e di scriverci su un intero album, ma almeno, adesso, non deve tenere il conto ogni volta che il marito segue qualcuno di nuovo. Molti, invece, lo fanno - continuamente e compulsivamente - più di quanti crediamo, controllano i movimenti del partner o della partner sui social: like, commenti, nuovi follower, nuovi follow, qualcuno arriva al punto di entrare nei DM a leggere le chat. Sono le nuove gelosie digitali, piccole ossessioni alimentate dai social e dalla tecnologia per cui un “like” messo ad una certa persona, un commento ambiguo, un follow sospetto o anche solo mostrarsi online senza rispondere, possono divenire fonte di conflitto e insicurezza.
«Sono segnali spesso privi di un significato oggettivo», conferma Veronica Rossi, psicologa clinica e sessuologa, «sono ambigui ma la mente li interpreta cercando conferme delle proprie paure e talvolta costruendoci attorno, vere e proprie sceneggiature».
- Fare sesso con un bot è okay?
- Tutte le "flag" nel dating
- Fare sesso con ChatGPT è la frontiera del piacere?
Cos'è la gelosia digitale?
Secondo l'esperta, la gelosia digitale è una costruzione alimentata dai device che sono sempre più un'estensione di noi stessi. «Non nasce tanto da ciò che l’Altro fa, ma dall’enorme quantità di interpretazioni che la tecnologia ci invita a fare», spiega, «E il rischio è finire per vivere più dentro la storia che ci raccontiamo sullo schermo che dentro la relazione reale. Anche perché interpretiamo il mondo sempre sulla base di chi siamo noi, e non di chi è l’Altro». I social, dunque, amplificano l'incertezza perché sembrano aprire un mondo infinito di possibilità, di persone da conoscere, di stili di vita da abbracciare, di personalità da costruire. «Questo può alimentare la paura di essere sostituibili e trasformare la relazione in un confronto permanente», aggiunge Rossi, «Di fatto i social ci offrono moltissime informazioni, ma pochissime spiegazioni. Possiamo vedere cosa fa l’Altro, ma non perché lo fa. E quindi aumenta l’ansia in modo esponenziale. In questo spazio vuoto, la nostra mente proietta le nostre insicurezze e quindi si riempie di paure, confronti, interpretazioni, supposizioni e scenari catastrofici. Ed anche il like risalente al 2019 può essere visto come una minaccia».
È proprio l'avere molte informazioni, il sapere che quelle informazioni sono lì a portata di smartphone, che ci dà un'illusione di controllo che, in realtà, sfocia in maggiore paura. «Questo perché amare significa anche accettare che l’Altro non sarà mai completamente controllabile, leggibile o possedibile» conferma l'esperta, «L’amore è per definizione un rischio. E la fiducia comincia proprio da qui: non quando sappiamo tutto, ma quando riusciamo a stare anche nell’incertezza».
Un controllo impossibile
Tecnologia e controllo si legano dunque a doppia mandata. Un po' come quando chiediamo al partner di condividere la posizione, oggi abbiamo infiniti strumenti per sbirciare nella vita altrui ma, come spiega la psicologa «Non tutto ciò che è visibile è anche comprensibile». «Possiamo vedere cosa fa una persona, non ciò che prova», spiega, «Possiamo osservare un gesto, ma non l’intenzione che lo ha generato. Eppure il nostro cervello fatica a convivere con ciò che non sa: così trasforma quei piccoli segnali in racconti, spesso costruiti più sulle nostre paure che sulla realtà».
Finisce che ci aggrappiamo ai dati che possiamo raccogliere, dalle spunte blu alla geolocalizzazione, fino all'orario di ultimo accesso. Facciamo ipotesi, incrociamo i dettagli, cerchiamo indizi e ne parliamo con le amiche. Eppure, quando troviamo sollievo insieme alla prova di fedeltà che stavamo cercando, è sempre un sollievo illusorio. «Questo tracciamento costante non riduce la gelosia, ma la cronicizza», osserva la Dottoressa Rossi, «nutre l'iper-vigilanza e aumenta la preoccupazione creando un circolo compulsivo in cui il controllo chiama solo altro controllo. È un meccanismo simile a quello dell’ansia: il controllo offre un sollievo momentaneo, ma finisce per alimentare il problema, rendendo la persona sempre più dipendente dalla necessità di verificare. In questo caso, il controllo, fa perdere il controllo».
Quando diventa un problema?
Tutto questo può, in molti casi, finire per pesare sulla relazione stessa. «Laddove prevale la sorveglianza, si perde intimità e fiducia, che di fatto sono le componenti che danno la possibilità di restare in relazione anche senza avere accesso a tutto. In amore, una parte di libertà dell’Altro non è una minaccia: è la condizione stessa perché la fiducia abbia un senso», conferma ancora l'esperta. L'iper-controllo può raggiungere livelli preoccupanti: quando diventa automatico, costante, compulsivo, quando influisce sull’umore e sostituisce il dialogo, quando diventa l'unica azione che ci serve per sentirci rassicurati. Per intervenire, secondo la psicologa, occorre lavorare su due fronti. Da un lato «costruire la fiducia nel partner, imparando anche a tollerare una quota d’incertezza perché, dopotutto, una relazione si costruisce guardandosi negli occhi, non controllando l’ultimo accesso». Dall'altro «Provare a volgere uno sguardo su di sé, cercando di comprendere il significato della gelosia, perché spesso ha più a che fare con un nostro personale vissuto, che con un comportamento ambiguo dell’Altro. La gelosia, infatti, spesso comunica un bisogno di sentirsi visti, sicuri e scelti».
Di fatto, ancora una volta, limitare la gelosia digitale significa scontrarsi con il grande ostacolo dell'amore moderno: allentare il controllo tollerando l'incertezza senza bisogno di agire o trovare informazioni e soluzioni. «Una relazione non diventa sicura quando sappiamo tutto dell’Altro, ma quando non abbiamo bisogno di sapere tutto per sentirci amati», conclude la Dottoressa Rossi, «In fondo, la gelosia nasce anche dal tentativo impossibile di eliminare il mistero dell’Altro. La tecnologia ci illude di poterlo fare, offrendoci una quantità continua di tracce. Ma una traccia non è una verità»













