Secondo il New York Times, condividere la posizione con il partner è «l'ultima frontiera nelle espressioni digitali della vita di coppia» un po' come la prima foto insieme su Instagram o quello che una volta era lo status su Facebook. C'è chi si geolocalizza per comodità, per sapere quando è il momento giusto per telefonarsi senza disturbare o per preparare la cena, chi lo fa per ragioni di sicurezza, in modo da controllare che il partner sia arrivato a destinazione sano e salvo. Qualcuno dice che è una forma d'amore poter seguire a distanza gli spostamenti del partner o degli amici, soprattutto quando si è lontani e qualcun altro usa la condivisione della posizione per illudersi di poter placare la propria possessività.

Negli ultimi anni si sono diffuse sempre di più le app per la geolocalizzazione. Nel 2009 è arrivata “Trova il mio iPhone” che si basava sullo stesso principio e ha aperto a nuove potenzialità. Nel 2011 c'è stato il lancio di “Trova i miei amici”, una delle applicazioni più note per la condivisione della posizione con i propri contatti. Negli anni successivi, poi, la geolocalizzazione è diventata sempre più una questione di coppia e nel 2019 Apple ha introdotto “Dov’è” confermando l'esigenza degli utenti di seguire gli spostamenti reciproci. Ne esistono tante altre: applicazioni come Life360, Glympse, Google Family Link e Findmykids.



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Orbon Alija

Il fascino della geolocalizzazione

Secondo un sondaggio condotto dall’app Life360, il 95% degli adulti americani in una relazione utilizza una qualche forma di tecnologia di condivisione della posizione e controlla l’app in media sette volte al giorno. A utilizzarle sono soprattutto i giovani, più abituati a condividere i propri dati online, che la vedono spesso come un'abitudine innocua e una forma di vicinanza affettiva. Un recente sondaggio australiano ha rilevato che quasi un giovane su cinque tra i 18 e i 24 anni pensa che sia accettabile tracciare il proprio partner ogni volta che lo desidera.

Non mancano naturalmente anche le perplessità sull'uso che si potrebbe farne, sulle recriminazioni e le ossessioni che possono derivare dal controllo costante. I Can’t Track You? We’ll Have to Break Up titola un articolo del Wall Street Journal che analizza le dinamiche dietro al tracciamento: cosa significa se il partner si rifiuta di condividere la posizione? E se accetta, ma poi ti chiede di smettere di farlo? Che fare quando il proprio partner spegne il telefono e interrompe la condivisione?

Una questione di fiducia?

Concedere all'altro di monitorare i nostri spostamenti e sapere che possiamo sapere dove si trova quando lo desideriamo può essere vista come una dimostrazione di fiducia reciproca e, per questo, oggi è diventata quasi una prova della solidità di una coppia. Eppure dietro si nasconde un bisogno di controllo che sembra caratterizzare l'amore moderno. «Un'app di localizzazione può essere un aiuto pratico nella quotidianità, oppure trasformarsi in uno strumento di monitoraggio costante che toglie respiro alla relazione», spiegano gli esperti di Unobravo, il servizio di psicologia online, «Un segnale utile per capire che ruolo ha il GPS nella coppia è la reazione che può generarsi quando uno dei due propone di disattivarlo. Se quella richiesta scatena ansia, sospetto o conflitto, probabilmente la condivisione non viene vissuta con serenità».

È importante chiedersi perché lo si fa e come lo si vive, se ha a che fare con ansie e insicurezze, con problemi di fiducia legati a relazioni passate, con gelosie e tendenze alla possessività o con il bisogno di ridurre l'imprevedibilità. Un buon test è quello di analizzare quanto spesso si controlla la posizione e perché lo si fa, come si reagisce se il partner si trova in un luogo inaspettato e quando la geolocalizzazione diventa un ricatto per dimostrare che non si ha nulla da nascondere. «Salvaguardare la propria autonomia e la propria privacy non significa amare di meno», sottolineano da Unobravo, «Essere una coppia non vuol dire fondersi e perdere i propri confini: la fiducia autentica si costruisce sul rispetto reciproco, non sulla trasparenza forzata di ogni spostamento. Nessuna app può sostituire il dialogo e il lavoro su di sé. La vera sicurezza in una relazione non nasce dal sapere dove si trova l'altro in ogni istante, ma dalla certezza emotiva di poter contare sul legame anche quando non si ha il controllo».