Ho sempre sognato a occhi aperti. Alle elementari le mie insegnanti si lamentavano coi miei genitori perché in classe ero costantemente altrove, distratta. A volte canticchiavo senza nemmeno accorgermene. Non mi è mai bastato sognare solo di notte. Oggi non è cambiato molto. Sono passati vent’anni dal mio primo anno di elementari, e mi ritrovo con la grande fortuna di poter lavorare per trasformare alcuni dei miei sogni in realtà. Avere un cane, vivere in un appartamento tutto mio con un armadio pieno di vestiti, dedicarmi a un lavoro da content creator che mi ha offerto la possibilità di viaggiare in decine di meravigliosi paesi sul pianeta terra e conoscere migliaia di persone stupende. E starete pensando: beh, fino a qui tutto stupendo. Certo lo è, anche se a volte io tutte queste cose belle sento di non meritarmele. Sento quasi di averle rubate a qualcuno, qualcuno che se le meriterebbe più di me. Mi hanno detto che si chiama «sindrome dell’impostore», cioè l’incapacità di interiorizzare i propri successi. È come se mancasse un processo di elaborazione psichica che porta l’individuo a capire la realtà di ciò che ha vissuto. La mia mente si riempie di domande: «Ma me lo merito davvero o ho avuto solo fortuna?», «quando mi dicono che faccio bene il mio lavoro me lo dicono in modo sincero? Impossibile, saranno solo gentili con me».

Ripensandoci, io i miei successi li ho sempre vissuti così e a quanto pare non sono la sola: secondo uno studio della Dottoressa Pauline Clance, ricercatrice che per prima ha coniato l’espressione, quasi il 70% della popolazione ha sperimentato almeno una volta nella propria vita questo fenomeno psicologico.

Ma che prende a tutti? Basta guardarsi attorno per rendersi conto che viviamo in una società che promuove un confronto continuo, attraverso i social media e nella vita professionale. Notando costantemente e unicamente i successi degli altri, diventa facile sentirsi inferiori o non all’altezza. Questo pezzo lo scrivo per voi lettori, ma anche un po’ per me: ha senso intossicarsi col pensiero di non essere abbastanza e di non meritare i propri successi perché ci sembra che gli altri facciano sempre meglio?E magari guardare le chiappe perfette delle modelle su Instagram e pensare che da domani non mangerete più carboidrati? Non ha senso.

Ha senso pensare che i nostri desideri siano stupidi e che i nostri sogni e le nostre vittorie non ci appartengano? Se abbiamo realizzato un sogno lo abbiamo fatto noi con le nostre 37.2 trilioni di cellule. Noi e solo noi. Non il nostro collega al lavoro. Non quel cantante famoso. Non quella modella su Instagram con le chiappe perfette. Ma sempre e solo noi.