A quasi due anni dall’uscita di Cultura Italiana (Parte 1 e Parte 2), Diss Gacha è pronto a tornare per dimostrare che, oltre la superficie, c'è ancora tanto da scoprire. NON È SOLO SWAG è il suo nuovo album, disponibile a partire dall'8 maggio, un progetto in equilibrio tra le sue radici e ciò a cui punta. In altre parole, è un album di maturazione. Oggi Diss Gacha, nome d’arte di Gabriele Pastero, ha 22 anni e continua ad avere saldi i riferimenti al rap americano, dai Migos a Kendrick e Tyler, ma ha voglia di ampliare il racconto e renderlo ancora più personale. Come mi racconta, negli ultimi tempi ha imparato ad aprirsi, a lavorare su se stesso e mettere sulla traccia la sua parte più vera e vulnerabile, senza avere paura. Parte di questo percorso di maturazione si riflette nelle produzioni dell'inseparabile Sala che, verso la fine di NON È SOLO SWAG, si fanno via via sempre più sperimentali, influenzate dai nuovi ascolti jazz.
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Simbolo del progetto è la cravatta, che Diss Gacha indossa come simbolo del diventare adulti, ma anche per dare libero sfogo alla sua passione per la moda. Non a caso, tra gli ospiti del disco, c'è lo stilista Giuliano Calza. A dire la verità, nonostante NON È SOLO SWAG sia un disco molto personale, i featuring sono abbondanti. Si comincia da ESTETICA" feat. Prima stanza a destra, che apre il disco; poi continua la saga con "BALLAS 3" feat. LilCR; Diss Gacha si pone una domanda importante in "COME SAREBBE IL MONDO SE REGNASSE L’ARTE" feat. 22Simba; per procedere verso la fine con "DOMENICA" feat. Silent Bob e il singolo già pubblicato, "TOKYO DRIFT" feat. LowRed. Ognuno collabora al disco aggiungendo un pezzetto, dando swag ma anche una certa unicità, come il layering ben fatto di una gonna da tennis sopra un paio di jeans.
Mi racconti la cover?
«La cover è nata con un messaggio: tante volte nella vita, indipendentemente dal lavoro che fai o dalla scuola in cui studi, vieni messo in contesti che magari non ti valorizzano al 100%. Secondo me, anche in un contesto che non ti piaci ma in cui devi rimanere, bisogna essere bravi a creare la tua identità, il tuo sentire, creare un po' la tua stanza. Nella cover è come se fosse andata a colorare il cubo grigio in cui mi trovavo, immaginandomi il cielo come se non ci fosse un confine, mettendo l'erba sotto i piedi. E poi c'è lo styling, con il simbolo della cravatta.»
Qual è il tuo approccio alla moda e che ruolo ha in NON È SOLO SWAG?
«Nell'ultimo anno e mezzo ho iniziato a sperimentare un po' di più con la moda e mi sono reso conto di quanto mi piaccia la cravatta come accessorio, tutte le declinazioni, anche di colori e stile, che la rendono potentissima. Il mercato di oggi non ha la cravatta addosso, per cui mi piaceva metterla come una cosa che mi potesse distinguere. La lego anche a un ricordo, un momento di passaggio: quando sei piccolo ti viene messa quando devi crescere, come le domeniche in famiglia, la cresima. Secondo me sono in un momento della mia vita, e anche artistico, in cui sto maturando, quindi mi sembrava un bel simbolo. Un altro elemento è la gonna, che è una cosa che a me personalmente fa impazzire, perché è veramente super stilosa. L'abbiamo scelta perché da tempo vedevo artisti americani che la utilizzavano e, mentre facevamo il fitting per lo scatto di copertina, mi sono fatto portare questo vestito da tennis da mettere sopra i jeans. Mi sono detto: ' Fatto 30, facciamo 31'. Volevo fare le cose esattamente nel modo in cui mi andava di esprimerle. Ho pensato: 'Se per me è stiloso, è giusto', anche perché alla fine sto mandando il messaggio di non avere paura di essere se stessi.»
Arriviamo al featuring con Giuliano Calza in "Sfilate", me lo racconti?
«Volevo trovare un'unione tra musica e moda, non una collezione o qualcosa del genere, ma portarle su un altro terreno. Giuliano Calza è la prima persona a cui mi è venuto in mente di chiedere perché ci troviamo bene, siamo ottimi amici, lo stimo tanto per quello che fa, perché è proprio una persona colta. Noto che il suo pensiero nell'ambito della moda è lo stesso che ho io nell'ambito della musica, nel senso di fare solo quello che realmente ti piace, un po' fregarsene, non dare importanza magari a numeri, a queste cose così, ma soffermarsi sul voler lasciare qualcosa.»
Nello skit "ICONA" sembri suggerire che il tuo lato più intimo sia ciò che «mi rende icona». In questo album sei entrato più in profondità in te stesso?
«Quando ho cominciato a fare musica facevo veramente fatica ad aprirmi, e tu mi dirai 'la musica serve per esprimersi', ed è vero, però, per me era complesso pubblicare e far ascoltare ad altre persone i miei pensieri più profondi. Mi sono reso conto crescendo, diciamo con lo scorso disco, che ero arrivato ad un punto in cui mi sentivo più sicuro di me, perché le persone mi ascoltavano e mi capivano. C'erano fan con delle mie frasi tatuate... Così ho cominciato a pensare che non dovevo più avere paura di espormi, che è sano farlo, perché permette alle persone di avvicinarsi ancora di più. Lavorando a NON È SOLO SWAG sono andato a farmi tante domande, a smuovermi dentro, affrontare le cose più deep e scomode per metterle in chiave musicale.»
Cosa significa essere un'icona per te?
«Secondo me è importante per le persone che ascoltano questo messaggio capire che tutti possono essere un'icona, perché vuol dire semplicemente brillare, cioè essere la miglior versione di sé. Questo lo puoi diventare solo nel momento in cui sei te stesso e non hai paura di passare periodi bui, perché poi da lì saprai brillare. Non centra come ti vesti o come appari, lo dico in una frase che mi piace tanto in quel pezzo 'Anche il più bel vestito non riflette nell'ombra', nel senso che quando poi sei al buio, cioè quando sei solo con te stesso, non conta come sei vestito ma conta cosa sei, qual è la tua essenza.»
Mi racconti "Gloria" e la reazione dei tuoi genitori quando gliel’hai fatta sentire la prima volta?
«Non l'ho ancora fatta ascoltare a mia mamma, penso che la scoprirà alla release o all'incontro che faremo domani con i fan. Questo brano è nato dal grande attaccamento alla mia famiglia, specialmente a mia mamma, che si ascolta sempre la mia musica, mi chiede sempre cosa significa questo, cosa significa l'altro. Sono dell'idea che fosse bello farle un regalo e per farlo bene dovevo darle la parte più personale, più profonda del mio disco. Mia mamma è parte del mio percorso, qui diventa parte anche del mio percorso musicale.»
"Musica Trap" è un omaggio al genere, ma come sta oggi a più di 10 anni dal suo arrivo in Italia?
«La trap è stata messa spesso al rogo, persino più di altri generi, eppure penso sia ancora il genere più ascoltato in Italia. Diciamo che l'omaggio che ho voluto rendere con questo pezzo era proprio a quelle serate in cui andiamo io e i miei amici, a cui piace andare al club e ballare quello che ascoltiamo nelle cuffiette. Poi ovviamente ogni artista parla per sé e fa la sua tipologia di musica trap. Ognuno ha il suo modo di farla, di vederla, ci sono tantissimi artisti, tantissime sfumature di musica trap, è veramente tanta, però sono sempre dell'idea che non bisogna avere paura di un genere.»
Domanda obbligata: come sarebbe il mondo se regnasse l’arte?
«Sicuramente avrebbe dei contro, ma anche tanti pro. Sarebbe un mondo pieno di artisti che non hanno paura di esprimersi; non esisterebbero i settori, l'industria, il che cosa funziona e il che cosa non funziona. Sarebbe tutto molto più libero, secondo me darebbe molto spazio alla creatività. Immagino un mondo bellissimo.»















