Primavera 2020, piena pandemia. Le finestre del terrazzo restano aperte tutto il giorno, mentre mio fratello studia e il mio cane che pigro dorme sotto al tavolo. Fuori qualche ambulanza passa mentre cerco di concentrarmi per scrivere le ultime pagine di tesi della magistrale. In sottofondo c'è sempre e solo Nuova Napoli, il disco dei Nu Genea pubblicato nel 2018 che ha accompagnato quelle strane settimane dove a un certo punto abbiamo tutti capito che non c'era molto da fare, solo trovare il modo migliore per trascorrere un tempo lento. I Nu Genea sono questo, per me, sensazione di evasione e panorami distesi, una terrazza sul mare e il profumo di caffè, mentre fuori il silenzio ovattava ogni cosa. Per questo, quando è arrivata l'occasione di poter intervistarli per il nuovo disco People of the Moon, in uscita il 1 maggio, non potevo essere più contenta.

Massimo Di Lena e Lucio Aquilina tornano tre anni dopo Bar Mediterraneo, uscito nel 2022, ampliando ulteriormente l’orizzonte della loro musica. È un viaggio interiore, più che un panorama da ammirare, dove le canzoni raccontano ansie e aspirazioni attraversando lingue e culture: napoletano, arabo, inglese, spagnolo e portoghese si intrecciano nella lingua franca del groove. Anticipato dal singolo "Sciallà", il disco nasce da un'esigenza, quella di esorcizzare un momento di stallo dovuto alle troppe pressioni del mercato discografico nel momento di loro maggior successo, dopo il tour di Bar Mediterraneo. In attesa di vederli in tour questa primavera e estate in tutta Italia, noi abbiamo fatto due chiacchiere con loro. Ecco cosa ci hanno raccontato.

nu genea nuovo album people of the moon
Courtesy ufficio stampa.

Da cosa nasce il nuovo disco People of the Moon e in cosa differisce rispetto ai precedenti?

«A differenza di Nuova Napoli, che aveva un concept molto chiaro fin dall’inizio, e di Bar Mediterraneo, che era comunque una sorta di sequel legato al Mediterraneo e a Napoli, questo disco non è partito con un concept definito. Siamo partiti molto carichi dall'ultimo tour e avevamo addosso tutta la pressione del mercato discografico, dovevamo per forza fare qualcosa di forte anche per il disco successivo. Più cercavamo di costruire brani “da singolo”, più facevamo fatica: era tutto troppo studiato a tavolino. A un certo punto ci siamo anche messi in discussione, perché quando provi a fare qualcosa e non ci riesci inizi a dubitare. Probabilmente stavamo forzando troppo la mano».

Quindi avete cambiato approccio?

«Abbiamo deciso di accantonare quello che funzionava e concentrarci su quello che ci piaceva davvero. Siamo ripartiti da zero con questa regola. C’era molta pressione, perché quando qualcosa funziona rischi di diventarne prigioniero. Poi però ci siamo accorti che i brani migliori nascevano nei momenti più spontanei. Quelli che inizialmente consideravamo pezzi secondari sono diventati i brani del disco».

Come è nato il titolo?

«È arrivato alla fine, dal brano “People of the Moon”. Abbiamo fatto una selezione dei pezzi e abbiamo analizzato i temi. “People of the Moon” può far pensare agli alieni che ci salvano, ma in realtà è un invito a quella parte di noi che teniamo nascosta per via delle pressioni sociali o personali. È la parte più istintiva, che emerge quando smetti di controllarti troppo. Quando smettiamo di controllarci, diventiamo gli Uomini della Luna. In fondo siamo tutti “people of the moon”».

Come raccontereste il disco?

«Sì, c’è una dimensione più terrestre, legata ai problemi quotidiani, e una più lunare, più sognante. Ci sono brani più concreti, come quelli che raccontano la fatica della vita o piccoli sfoghi personali, e altri più onirici, che parlano di rallentare, di lasciarsi andare, di osservare la vita con calma. Il disco parte da una contrazione e arriva a una distensione, a un momento di respiro».

È anche un disco più aperto, con influenze diverse.

«Assolutamente. Fare sempre le stesse cose diventa noioso anche per noi. Ci piace sperimentare con nuovi linguaggi e nuove lingue, perché ogni lingua ha una musicalità diversa e si adatta meglio a certi brani. Molte cose sono nate in modo spontaneo: ad esempio, all’inizio io e Massimo abbiamo entrambi portato bozze con testi in spagnolo, senza coordinarci. Da lì sono nati poi alcuni brani, come “Ondas do mar” e “C’est la vie”».

Come è nata la collaborazione con Maria José?

«Era partito tutto da un testo inventato in spagnolo. Poi abbiamo cercato una voce adatta e abbiamo trovato Maria José. È venuta in studio a Ortigia e abbiamo trasformato quel testo in qualcosa di reale. Poi abbiamo anche scritto un brano insieme, partendo da un’idea ispirata alla rumba funk. All’inizio era troppo aderente allo stile, poi abbiamo cambiato tutto, rendendolo più soul e R&B. Quel contrasto con la sua voce flamenca ha creato qualcosa di originale».

E Tom Misch?

«Ci ha scritto lui su Instagram. Siamo andati a Londra con delle bozze, ma non funzionava nulla. A quel punto abbiamo deciso di partire da zero. Ci siamo ispirati a una linea di basso alla Pino D’Angiò e in poche ore abbiamo chiuso il brano, anche con l’aiuto di Matt Maltese per il testo. Le collaborazioni sono nate tutte in modo spontaneo. Gabriel Prado era venuto per registrare percussioni e poi ha cantato un brano. Selina, cantante libanese, ha portato delle sfumature vocali che per noi sarebbero impossibili da replicare. Fabiana invece è con noi dai tempi di “Nuova Napoli” e qui abbiamo fatto un vero feat scritto insieme».

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Courtesy ufficio stampa.

La fondazione dei Nu Genea stato un caso o un progetto studiato a tavolino, nel momento in cui Napoli iniziava a sperimentare una nuova narrazione?

«Più che coincidenze, direi che sono fattori che coincidono. Noi eravamo mossi dalla nostalgia e dalla riscoperta della musica napoletana Anni ’70. Allo stesso tempo Napoli stava tornando al centro, tra turismo, serie (amate e odiate) e artisti contemporanei come liberato. Noi ci siamo ritrovati dentro questo movimento, senza averlo pianificato. E siamo contenti, perché Napoli merita visibilità».

Napoli ha una tradizione musicale enorme.

«Siamo fortunati a essere nati lì. È una città con una storia lunghissima e con tantissimo materiale da cui attingere, in modi diversi, dal folk alla musica più contemporanea. Quando abbiamo deciso di allontanarci dal mondo techno e house da cui venivamo ci siamo trasferiti a Berlino, che è anche paradossale vivendo nella città, dove c'è il meglio della scena underground. Ma proprio per questo è servito molto: in Nuova Napoli c’era una malinconia e una nostalgia di casa molto evidenti. Se non fossimo partiti per Berlino difficilmente l’avremmo composto con quel pathos, che poi non è altro che quello dell’espatriato».

Chiudiamo con i live. Siete pronti per il tour?

«Siamo molto eccitati, a breve faremo le prove definitive. La band si è ampliata, perché già prima era piccola. Non possiamo ancora dire tutto, ma ci saranno novità. Non riusciremo a portare tutti gli ospiti del disco in tour, ma cercheremo di coinvolgerli in alcune date specifiche».