Nelle ultime settimane Instagram e TikTok mi hanno proposto più volte il video di una ragazza con i capelli ricci che guarda fisso in una camera dall'inquadratura statica mentre rappa. Una volta, due, tre. Poi i magazine hanno cominciato a parlare di lei. Oggi l'attenzione è su Lorenzza, rapper che ha saputo fare un lancio furbo delle sue canzoni, pubblicando sull'account @ayylorenzza sette estratti di pezzi rap che hanno incuriosito i fan, pur rimanendo (per ora) avvolta nel mistero. I pochi dettagli su di lei arrivano dai testi delle canzoni pubblicate, tra questi: il fatto che abbia vent'anni e sia di origine italo-brasiliana, l'infanzia passata con un padre assente «Mi sento come chi non sa la sua età / Sono proprio una bambina cresciuta senza papà», la sua passione per il rap old school «Quando sono triste penso a Westside Gunn» o la traccia intitolata "Ai Club Dogo".
Una strategia di hype che funziona e che molti utenti social, per la qualità professionale dei video e la strategia efficace di sponsorizzazione, dicono potrebbe essere un industry plant, ovvero un'artista che si propone come indipendente e/o di nicchia, ma ha già alle spalle un'etichetta che la sostiene. Speculazioni a parte, il lavoro di Lorenzza merita di essere guardato da vicino. Nelle sette canzoni, tutte dedicate a qualcosa, dalla madre alle icone musicali, fino ai suoi vent'anni, il timbro vocale di Lorenzza si tiene basso, i beat viaggiano dall'hip hop alla trap mantenendo una nota malinconica, i testi sono personali, infiocchettati dallo slang americano ma con una sincerità interessante negli incastri.
Nel primo brano, pubblicato su Instagram il 29 luglio e intitolato "A mia madre", Lorenzza rappa: «Ho smesso di pensare a te il giorno in cui non ti ho incontrato / Una statua senza nome intitolata al futuro che non mi hai dato / Mi aggrappavo a mamma così forte che la graffio / Non mi ha solo adottata mi ha fatto nascere da capo». Nel video, una donna le raccoglie i capelli in treccine mentre sullo sfondo le onde del mare riflettono il tramonto. Sulla stessa scia, in "A Westside Gunn" Lorenzza rappa mentre si lima le unghie in bagno e in "A chi mi ha reso fredda" stringe il collo di un ragazzo mentre guarda l'obiettivo e racconta delle difficoltà di un amore tossico. Poi ci sono "Al mio dolore", "Ai 2o anni" e "A volte son depressa" dove la sua estetica sembra quella di una Rue Bennet italiana (Zendaya in Euphoria, per intenderci), una ragazza interrotta che cammina sotto la pioggia, indossa polo e jeans sfrangiati, o riflette sulla propria salute mentale dai sedili posteriori di un auto.
Gli indizi ci dicono che presto scopriremo qualcosa di più su di lei, sulla sua musica e sul modo in cui il suo talento è emerso. Certo è che, sfruttando l'enorme successo di ANNA e del suo disco Vera Baddie, il momento potrebbe essere propizio per l'arrivo di nuovi talenti rap femminili o l'aumento, in termini di stream, di chi c'è già da qualche tempo (vedi alla voce Ele A). Se il mercato chiede più ANNA, più musica rap con voce di donna, allora forse questo è il primo, timido, tentativo di popolare il mondo dell'hip hop italiano con un sottobosco fatto di giovani rapper.











