Chiamo Giulia un giorno di inizio luglio. Ogni cosa è bollente: l'asfalto sembra espirare vapore, il manubrio del motorino brucia e il sellino è ustionante, ci appoggerei una felpa per non bruciarmi, ma ovviamente è luglio e una felpa non ce l'ho. È caldo persino il bar mentre bevo il caffè, dove un ventilatore loffissimo smuove un filo di aria, ovviamente calda. Sembra il Bar Sport di Stefano Benni («La meringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo») o un tipico pomeriggio di agosto in cui Nanni Moretti corre sulla sua Vespa nella «mitologica Spinaceto».

Sono i mesi delle città deserte e delle spiagge stracolme, un quadro che ormai fa parte del nostro immaginario: è l'argomento scelto da Giulia Cavaliere in Certe estati, il podcast realizzato per Calzedonia con Chora Media, il progetto in cinque puntate che racconta il concetto di "estate italiana" tra hit, tormentoni, stili e storia del costume dagli Anni '70 sino ai giorni nostri.

In ogni episodio la critica musicale e scrittrice parla con un ospite diverso ed è come se lo invitasse a passeggiare in una fotografia di Luigi Ghirri, lì dove il caldo dell'estate «spoglia lo scheletro della terra», ma anche in un bar della Versilia con la spiaggia che si stiracchia lunga fino al mare, o in fila al casello a ferragosto con l'autoradio che va. Sì, perché non c'è estate italiana senza musica: da Edoardo Vianello a Patty Pravo, passando per i Righeira di "Vamos a la playa", ogni tormentone parla di un Italia che non c'è più e che rivive nelle puntate di Certe estati. Giulia mi ha raccontato tante cose, e io mi sono fatta trasportare in un quadro che sa di salsedine, balere, acqua e menta, parlando con l'autrice del suo amore per una stagione dell'anno, e del nostro Paese, che con i suoi contrasti non smette mai di affascinare.

crowds of tourists on the beach in rimini, italy photo by jonathan blaircorbis via getty imagespinterest
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Come nasce il podcast?

«Da ormai parecchi anni racconto la mia visione dell'estate in Italia, ho iniziato su Instagram con l'hashtag #estateitaliana, che poi è diventato di dominio pubblico. Il termine è sempre stato circoscritto alla vacanza, ai luoghi di svago, al divertimento, alla villeggiatura in un senso stretto. A me invece piace pensarla con il suo immaginario di Storia, di un passato molto ricco e diverso nei decenni. Non è la solita bomboniera dell'estate in Italia, ma presuppone anche una certa decadenza, una malinconia, un dolce-amaro che esiste nella stagione e che si cristallizza poi nell'estetica che assume dal punto di vista paesaggistico.

Mi interessano i contrasti: dall'interazione tra luoghi abbandonati e luoghi invece pieni di persone che li assalgono durante la stagione calda, tra l'afa, il vuoto e la canicola, tra la provincia italiana deserta e il mare come luogo di massima ripresa e tentativi di frescura, in cerca di sollievo. Mi affascina la dicotomia tra i due mondi, un contrasto solo apparente».

Dove dove nasce la tua curiosità per l'estate italiana?

«Come sempre gli innamoramenti e le fascinazioni hanno origini che sono un miscuglio di forme di ripresentazione del passato, che riatterra nel presente e risolleva nostalgie. Non è un dolore, ma il desiderio di ricongiungersi alla propria storia, e io ce l'ho nei miei confronti ma soprattutto nei confronti della Storia con la "s" maiuscola, della cultura, della musica, che è la cosa di cui mi occupo principalmente.

E quindi sicuramente il fascino è dovuto alla sensazione che mi provoca vedere dei gonfiabili mezzi sgonfi appoggiati su una casa color pastello, mentre sfreccio su un Frecciabianca sull'Adriatico. Puoi vederci la decadenza, il male, il brutto, oppure puoi vedere qualcosa di vivo che ti riguarda e ci riguarda. A me questa storia dell'estate italiana suggerisce che lì c'è un mondo, e quando me ne accorgo mi piace andare a capire, scoprire perché quella cosa lì mi tocca così tanto, mi emoziona. Parlo di oggetti, colori, costruzioni, alberghi con certi nomi, insegne, lidi e spiagge libere, i cartelli dei gelati. Mi piace moltissimo l'immobilità estiva in contrasto con la mobilità della Storia».

L'estate italiana è quella dei dualismi e contrasti. Nella puntata con Colapesce parlate di malinconia estiva, dove siamo abituati a pensare invece alla stagione della spensieratezza.

«L'estetica e la malinconia si parlano. È una nostalgia soffice e inattiva, la malinconia che emerge quando ci si ferma, che influenza persino il modo in cui disponiamo gli oggetti su un tavolo. Basti pensare a una delle poesie di Ungaretti, "Di luglio", tra le più sconosciute, dove l'autore scrive che «l'estate spoglia lo scheletro della terra», andando a privare il mondo della sua ossatura e quindi anche della nostra. C'è qualcosa di aggressivo nel caldo, nel fatto che ci sia questa enorme intensissima temperatura, dove vivi in funzione di sopravvivere, di avere bisogno di risorse».

E questa parola non è scontata.

«Dico "risorse" pensando ad "Azzurro", la canzone di Adriano Celentano scritta da Paolo Conte: “Mi accorgo di non aver più risorse senza di te”. L'estate in qualche modo ti leva le forze per fronteggiare le assenze, la perdita. Ne parla anche Colapesce nella prima puntata in cui racconta il tema della perdita in Sicilia, un luogo dove fa molto caldo, c'è molta luce, lì tutto è estremo».

È quasi una fatica.

«Esatto, una fatica che è quasi scontato che tu debba affrontare, che ti sveste di quell'abito dentro il quale avere un sollievo, sei spogliato, sei senza armature. Ci si spoglia d'estate e in questa misura c'è già tutto».

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Medusa

Nico Fidenco cantava: "Ti vorrei cullare legandoti a un granello di sabbia, così tu nella nebbia più fuggir non potrai". Oggi l'amore estivo è cambiato? Esiste ancora il senso della distanza e della mancanza?

«Pensiamo alle hit dell'estate degli ultimi anni: se da un punto di vista prettamente musicale la melodia vede spesso il ritorno degli Anni '70 e '80, con la vittoria del revival, non è così per quanto riguarda i temi. Le canzoni estive degli anni Duemila non parlano più dell'attesa, della lontananza sofferta, della tristezza di tornare nella propria città e di non rivedere più la persona con cui si è stati nei mesi di vacanza.

I social media hanno annullato la distanza, il senso di attesa, dopo 8 secondi ci si scambia il contatto social e una volta rientrati in città sarà facilissimo contattarsi, rivedersi, incontrarsi di nuovo in un altro contesto. È molto più difficile perdersi. Così come è più difficile aversi, oggi, per questioni generazionali. Un tempo c'era il telefono, sì, ma rischiavi che rispondesse il papà o la mamma della persona che volevi chiamare. C'erano più ostacoli: "Quando aumentano gli impedimenti, aumentano i sentimenti", diceva una persona che ho incontrato nell'estate dei miei 15 anni. L'assenza butta benzina sul fuoco. E quindi anche le canzoni sono diverse oggi, si è persa un po' di fiaba».

Se potessi risvegliarti nell'estate di un decennio, quale sceglieresti?

«Dovendo proprio sceglierne una, non mi sarebbe dispiaciuto vivere l'estate italiana degli Anni '60, perché sono le estati della rinascita, del boom, dei 45 giri nei juke box, dell'estate come luogo del ristoro dopo le fatiche invernali, la villeggiatura che diventa per tutti, dove ci si incontra aldilà delle classi sociali. E poi c'è il '68, la Summer of Love, sono i due poli: la rinascita iniziale e la seconda spinta verso la fine. Sarei stata sicuramente una ragazza un po' affascinata, solitaria, in un angolo di un dancing estivo ad ascoltare Edoardo Vianello, magari bevendo acqua e menta o latte e menta. Allo stesso tempo sarei partita per Golden Gate Park nel 1967 a scoprire la nascita del movimento hippy a San Francisco».

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Descrivimi la tua cartolina estiva.

«Somiglia molto a una foto di Luigi Ghirri, in cui c'è un distributore di benzina mezzo abbandonato. Non so perché, ma ho sentito l'estate italiana quando ho visto un giorno questo distributore su una statale, era disossato, distrutto. E in quei colori, in quel cartello con scritto "Acqua", in un luogo palesemente che non ne vedeva una goccia da tempo, ho visto la poesia di Ungaretti che dicevamo prima, l'erosione dello scheletro delle cose. E non mi ha dato tristezza, ma un'idea di rinnovamento, perché se nulla si consuma, nulla poi si rigenera. È una cartolina silenziosa, che somiglia a certe scene di film italiani della sua golden age, con automobili che sfrecciano su strade deserte romane, un certo cinema di Comencini o a Caro Diario di Nanni Moretti, quando gioca a pallone da solo in un campo. O anche quando, sempre in Caro Diario, cerca uno spazio di silenzio nelle isole ma non ce n'è una che gli sia adatta. Quindi sta bene solo in barca, nel tragitto che le separa».

Oggetto dell'estate?

«Un oggetto storico a cui sono affezionata è indubbiamente il mangia cassette, quello da cui nelle estati del passato ascoltavo i successi e gli album che mi compravo, consumandoli in loop. Oggi invece non mi separo mai dalla mia sedia a sdraio, dove recupero tutti i libri che durante l'anno non sono riuscita a leggere, scalza».

Canzone dell'estate?

«Amo moltissimo "Il peperone" di Edoardo Vianello, scritta da Morricone, che ha nella sua musica e nelle sue scelte armoniche un senso di perdita, di malinconia. Dopo il ritornello molto semplice, canta: "Avevi le labbra così vellutate, ed oggi le hai rosse così screpolate, che sembra ch'io baci l'ortica di un campo ingiallito dal sol". È un'immagine che mi fa sempre venire la pelle d'oca: dalla spiaggia, dove la ragazza si è scottata al sole, si passa al campo ingiallito che brucia, un'immagine totalmente diversa, malinconica. Lì si vede il sentimento più oscuro dell'estate».