Non cerca di apparire per ciò che non è. E non ha nessuna intenzione di fare sforzi per far coincidere il proprio viversi come artista con un’immagine già predefinita e accettata. Giancane - all’anagrafe Giancarlo Barbati - ha aspettato sei anni per pubblicare un nuovo disco da solista dall’ultimo Ansia e disagio. E per mandare un suo personale messaggio contro la rapidità di consumo della musica, che è sempre più liquida e “perfettina”, ha deciso di lanciare questo album in diversi formati, tutti corredati da un album di figurine. Con tanto di un’illustrazione per ogni canzone.
Tra gli artisti che ha coinvolto c’è anche Zerocalcare, nome fondamentale per la carriera di Giancane. I brani del cantautore romano, infatti, sono stati inseriti nella colonna sonora di Strappare lungo i bordi, serie Netflix da record del fumettista. E ora è il momento di replicare: le sue nuove canzoni saranno contenute nell’attesissima serie di Zerocalcare Questo mondo non mi renderà cattivo, disponibile da venerdì 9 giugno, su Netflix. Nonostante tutto questo, il terzo disco di inediti di Giancane, uscito oggi per Woodworm e distribuito da Virgin music LAS/Universal Music Italia, ha un titolo che non lascia spazio a interpretazioni: Tutto male.
Perché?
«Ci sono stati dei momenti in cui non andava tutto bene. Ma ormai è come se tutti ci sentissimo obbligati a rispondere “Tutto bene”. Lo dico anche in un mio pezzo che si chiama “Come stai”».
Hai detto che Tutto male è un disco «un po’ depresso, un po’ cazzone».
«Come tutti i miei dischi [ride, nda]. La verità è che io stigmatizzo la depressione suonando. E quando sono felice scrivo davvero poco. Quindi per forza di cose a un certo punto le tematiche sono quelle che sono. Non parlo di amore per partito preso, ormai. Non perché non mi piaccia. Ma uso Giancane per parlare di altro».
Stai dicendo che quando vivi l’amore, non hai nessuna intenzione di scriverne?
«Esatto. E capita anche quando finisce una storia. Non metto queste cose in musica. Ci sono persone che sono molto più brave di me a parlare di amori finiti. Preferisco non parlarne anche per diversificare le tematiche».
Pensi che questo tuo approccio ti avvicini in modo particolare al tuo pubblico?
«Credo di sì. Nel 99% dei casi canto di quello che penso. E quando, così facendo, capita un’empatia con il pubblico, io sono ancora più contento».
E quell’1% rimanente cosa contiene?
«Un po’ di sano cazzeggio. Per forza. Altrimenti mi rattristo troppo».
Hai deciso di rendere il tuo disco un oggetto di culto: è disponibile in diversi formati, tutti corredati da un album di figurine…
«Sì, considero la veste grafica dei miei dischi importante tanto quanto la musica. Mi piace ancora toccare le cose. In questo mondo digitale si tende a perdere questa cosa. Questo, invece, è un disco fisico nel quale devi attaccare tu le figurine. Sennò non funziona… Poi ho coinvolto otto artisti per le dieci illustrazioni contenute nel disco. E sono tutti nomi a cui sono molto legato artisticamente e umanamente».
È un modo per rispondere alla liquidità della musica?
«La musica dura sempre meno. Sei anni di attesa tra un disco e l’altro possono ormai essere considerati come un’era geologica. Però chi se ne frega: io ho aspettato che fosse pronto. E poi i due anni di pandemia non li voglio contare, quindi sarebbero quattro».
Il tuo nome è inevitabilmente legato a quello di Zerocalcare. Come è avvenuto il vostro primo incontro?
«Tantissimo tempo fa in un locale dove lavoravo come fonico e lui veniva a vedere i concerti. In quell’occasione non ci siamo nemmeno presentati però la maggior parte delle locandine di quei live le faceva lui. Quindi sapevo benissimo chi era. Poi ci siamo conosciuti ufficialmente per il video di un mio vecchio gruppo che è ancora in attività (ci tengo a dirlo: non abbiamo litigato)».
La vostra collaborazione ora continua con i tuoi brani nella nuova serie originale Netflix Questo mondo non mi renderà cattivo. Un bel sodalizio.
«Ho curato la sigla e ho scritto undici brani per la serie. Molti sono pezzi del disco rifatti in una versione solo piano. Di una tristezza infinita. Tra l’altro la serie non l’ho ancora vista. Ho voluto vedere solo le parti che mi interessavano, per musicarle».
Come definiresti il vostro rapporto?
«È molto bello scambiarsi opinioni. Lui è una delle prime persone a cui mando le mie cose, prima di pubblicarle. Tutti tendono a riempirti di “Questo pezzo è bellissimo”. Invece lui ti dice la verità. E questo è oro. A me non servono sempre e solo commenti positivi. Giusto al mio ego…».
Le tue canzoni contengono un immaginario molto reale, crudo. Cosa ti affascina del racconto di questo tipo di quotidianità?
«Sono affascinato dalla normalità della quotidianità. Io sono molto timido nella vita e scrivere mi aiuta tanto anche a livello psicologico per esternare tutto ciò che non mi piace».
Ad esempio?
«Un sacco di cose. Nel disco ne tocco alcune. Mi sono un po’ disinnamorato della narrazione politica. Non mi piace. Oppure tra le cose che mi infastidiscono c’è la discriminazione per il colore della pelle. Siamo nel 2023: non riesco a concepire che possa essere ancora considerato un problema».
Nel brano “Voglio morire” hai deciso di parlare di eutanasia e di diritto alla morte.
«È una cosa che non mi ha toccato in prima persona ma che ha toccato persone vicine, familiari. Mi spiego: vedere determinate malattie che ti corrodono e sapere che alla fine si va a finire nel buio cosmico, beh… ti apre domande. Forse è il caso di rivedere anche questa cosa. Vorrei vivere in una società evoluta».
Quest’estate sarai in tour. E in due date speciali sarà sul palco con te proprio Zerocalcare. Cosa farete?
«Lui disegnerà in base ai pezzi della mia scaletta. Sarà uno spettacolo stupendo per il pubblico. Io, invece, vedrò tutto dopo. È figo vedere cosa può venire in mente a una persona sentendo un tuo pezzo».
Un motivo per dire che, in fondo, non va “Tutto male”?
«Già il fatto che esca il disco… È una gran liberazione. Anche perché ha avuto una gestazione molto lunga».
E uno, invece, per confermare la tua tesi?
«Aspettiamo che esca. Poi ti faccio sapere [ride, nda]».













