Alessandra Amoroso è cambiata. Il giovane talento di Lecce che nel 2008 vinceva Amici di Maria De Filippi e che non riusciva a trattenere le lacrime con la coppa in mano, oggi è una donna consapevole del suo valore e della sua felicità. Il 13 luglio ha cantato per la prima volta allo stadio Meazza di Milano mettendo in scena uno show mastodontico, dove ha potuto mostrare tutti i suoi lati. Prima di lei solo Laura Pausini nel 2007.

Un grande traguardo che l’artista salentina vive come rinascita, una nuova partenza. In questi 14 anni di carriera ha raggiunto successi importanti: per citarne alcuni, ricordiamo i 7 dischi pubblicati (l’ultimo è Tutto Accade), vinto premi, girato il Sud America con la sua musica, partecipato a show televisivi, cantato in 199 concerti (San Siro il duecentesimo), affrontando i cambiamenti della vita circondata dall’affetto di chiunque si trovi a relazionarsi con lei.

Nel lavoro, gli stessi collaboratori del primo giorno, la stessa band. Nel pubblico, la sua Big Family che la segue da sempre e che è al suo fianco pronta a difenderla anche quando qualcosa va storto (di pochi giorni fa gli attacchi mediatici per un video in cui spiega a una fan perché non può autografarle un cuscino).

Nella famiglia, a cui è legatissima. Riservata nella vita privata, ha superato perdite e delusioni, senza mai fermarsi. Senza mai sgomitare o affrettare le scelte, per arrivare oggi a sentirsi felice come forse non è mai stata, perché finalmente sa quello che conta davvero: sé stessa. E da qui è pronta a ripartire. Pensando all’estate, al prossimo tour in partenza il 29 novembre e un po’ anche al Festival di Sanremo. L’abbiamo incontrata.


Ora che è passato qualche giorno, cosa ti rimane di questo primo stadio?

«Tanto amore. Tanta energia. Tante sensazione ed emozioni che hanno superato ancora di più la mia immaginazione. Non avevo aspettative, ma mi chiedevo come sarebbe stato. Io non mi aspetto mai niente, sono sempre pronta a vivere. È stata una roba allucinante. Un amore per l’ennesima volta incondizionato. Sproporzionato. Prima di salire sul palco ho chiesto ad Alessandra, la mia psicologa “Ma io mi merito tutto questo amore?”. E lei mi ha risposto “Credo di sì”»

Tu senti di meritartelo?

«Oggi probabilmente sì, con questa nuova consapevolezza che ho di me, dico che me lo meritavo. Ora sono tanto centrata. Mi sono preparata a tutto tondo. Questi anni di analisi personale hanno rappresentato tanto per me anche nel lavoro. Mi sento finalmente io».

Cosa pensi di aver mostrato di te?

«Penso di aver fatto vedere Alessandra nella sua totalità. La ragazzina del 2008 ha fatto un passaggio di crescita. Avevo 22 anni, oggi ne ho 36, sono cresciuta per forza, ma butto sempre un occhio alla ragazzina che ero perché è lei che mi ha fatto diventare la donna che sono oggi. Ho voluto far vedere, oltre che ascoltare, questo passaggio di tante anime diverse che finalmente si sono ritrovate in me».

Ti pesano le critiche, i giudizi? Pochi giorni fa sei finita sotto attacco per non aver firmato un autografo.

«Non so che cosa mi sia successo, ma quest’anno non cerco spiegazioni a nulla, perché non si può spiegare il nulla che non esiste. Io so che do da sempre tanto amore e continuerò a farlo. A maggior ragione do amore alle persone che mi attaccano. Possono continuare a farlo se vogliono, io ora so chi sono. E lo sa la mia gente, con cui ci scambiamo quello che di buono c’è. Sono stata aggredita per una cosa che non ho fatto, che mai ho fatto nella mia vita. Ho sempre giustificato un “no”, un “non posso”, perché per me è sempre stato giusto far conoscere il mio lavoro alla gente».

Come hai risposto a chi ti ha attaccato?

«Solo con amore. Perché di questo hanno bisogno. È facile sputare sentenze, ma quando li trovi si fanno tutti piccoli. Mi hanno chiesto scusa, mi hanno detto che volevano un po’ di attenzione, oppure che se la sono presa con me perché avevano avuto una giornata storta. A me dispiace, dispiace per loro».

In uno dei tuoi ultimi post hai parlato di cadute, difficoltà personali e familiari, traumi e paure che in tutti questi anni non hai mai voluto condividere. Perché?

«Mi hanno sempre definito debole, fragile, ma sono sempre stata tutt’altro. C’è chi ha confuso la mia emotività e sensibilità con debolezza, ma sono due cose completamente differenti. Ho voluto dire a chi ha sempre voluto commentare, criticare, che loro non sanno nulla di me. Si sono sempre fermati alla superficie e non ho mai voluto portare queste persone dalla mia parte raccontando le mie sventure o i miei problemi. Non mi importa. Ho sempre voluto che la gente si affezionasse a me, per come sono, non per il mio passato, ma alla me del presente. A me. Ho sempre voluto tutelare la mia vita personale e continuerò a farlo. Il passato è passato».

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Alessandra Amoroso, foto di Giulia Ballone

Seconda donna a San Siro. Che significato ha?

«Avrei voluto fare un discorso alla fine del concerto ma non c’è stato tempo. Avrei voluto dire che stando lì stavo portando avanti un messaggio che in realtà aveva già mandato Laura 15 anni prima. Mi ha metaforicamente lasciato un testimone e io ora sono pronta a lasciarlo ad altre donne. Sono sicura che con questo stadio cambieranno tante cose, perché credo davvero che dabbano cambiare. È ora che si ascolti la musica, non per il sesso, il genere, ma per i temi che porta avanti, la qualità della musica e della produzione. Basta focalizzarsi sul sesso. Sono convinta che le cose cambieranno».

Perché sembra sempre che le donne non se lo meritino? Se un artista maschio non riempie uno stadio non è un problema, se sei un artista donna contano ogni sedia vuota.

«C’è ancora questa difficoltà, ma il varco deve rimanere aperto, per uomini o donne. San Siro è il tempio della musica e deve esserci spazio per tutti, senza distinzioni di genere».

Tra un mese compi 36 anni, hai raggiunto un grande traguardo. Che bilancio fai fin qui?

«Questo concerto è il mio punto di partenza, una rinascita. È un modo diverso di guardarmi. Mi vedo completamente in un altro modo rispetto a prima, sono più consapevole. Una guerriera. Ma lo devo a un percorso che ho iniziato più di due anni fa».

Il lavoro è la cosa più importante?

«No. Non mi sono mai sentita concentrata su una cosa sola. Mi concentro su tutto quello che faccio, mi piace dare un po’ di me e prendere un po’ da tutti. Non riesco a dire il lavoro è più importante della famiglia. Ma oggi so che sono io la cosa più importante per me. Finalmente, mi sento anche di dire».

A una famiglia ci pensi?

«No, se devo dirtelo sinceramente, ora non ci penso. Sono sola, ho voglia di scoprire me stessa, quello che sarò domani non lo so. Adesso sto bene».

Nel frattempo sei una zia molto presente e affettuosa. Se potessi svelare il segreto più importante che hai imparato per rendere facile il percorso di donna ad Andrea cosa le diresti?

«Di credere sempre in se stessa, di non farsi affossare dai giudizi o dalle critiche, ma di avere se stessa davanti ai suoi occhi e basta. Di credere nel suo sogno, di batterci la capoccia. Le direi "lavora per quello". Nel modo giusto, nella maniera giusta, con i sentimenti e le intenzioni giuste. Perché magari non riuscirai a realizzare il sogno o l’ambizione più grande ma l’universo ti ripagherà in un altro modo. Non sempre gli sforzi e le capocciate ti danno poi quello che davvero vuoi nella vita. Però io sono sicura che il giusto arriva comunque, magari non nel modo che volevi tu. Ma sei appagata. Basta che ci metti sempre amore, onestà e cuore».

Tu hai avuto tutto quello che volevi dalla vita?

«Sì, assolutamente sì. Nel bene e nel male».

E ora quindi?

«Ora mi auguro di continuare a portare messaggi belli. Dopo gli ultimi impegni di lavoro mi regalo una vacanza con il mio team, è una cosa che mi piace sempre fare. Poi vado a casa e la mia estate sarà in Salento con mia nipote e la mia famiglia. Mi sono venute tante intuizioni che voglio studiare bene con tutta la mia famiglia itinerante, ho tante cose in testa da portare avanti. Ci sono gli spettacoli invernali».

Tra le tante idee a Sanremo ci pensi mai?

«Serve la canzone giusta, ma mi capita di pensarci. Tutto accade… e non è un caso».