Quando ci siamo trovati nella condizione di dover individuare una voce che sapesse restituire la complessità del mondo queer e rispecchiare l’anarchia narrativa di Roma, siamo finiti in un angolo di Instagram in cui si parlava di poesia. A farlo era un ragazzo con i capelli scuri e lo sguardo sospeso nell’atto di trovare la parola perfetta da inserire nei suoi discorsi diffusi online, aggrovigliati in un gomitolo fatto di letteratura, poesia, moda e teatro. Il suo nome, lo avremmo scoperto poco dopo dal suo account Instagram, è Giorgiomaria Cornelio. “Specie storta, autore, teatro, phd”: lo chiarisce istantaneamente la sua biografia. Dallo scrolling dei suoi video e dei suoi post decidiamo di passare all’azione: lo contattiamo, ci organizziamo e concordiamo di scattare a Roma.
Ma prima ancora dei versi, a parlarci è stato il suo stile personale: un trench beige lungo, lasciato distrattamente aperto su un maglioncino a righe colorate, jeans dalla vestibilità baggy — rubati dal guardaroba della sorella, come lui stesso ci racconterà dopo le presentazioni — e un paio di cowboy boots marroni. Per sdrammatizzare, poi, un berretto azzurro con una grafica da cui sfuggono ciocche di capelli. Con lui c'è una valigia che lo ha accompagnato in un Grand Tour italiano terminato con la partecipazione al Miu Miu Literary Club 2026 e l’intervento in un convegno promosso dall’Accademia Mondiale della Poesia. Giorgiomaria ci raggiunge all’esterno del Teatro Palladium di Roma, nel cuore del quartiere Garbatella, dove la controparte queer della città ha trovato casa e voce. È qui che negli Anni ’90, tra l’energia di Muccassassina e l’audacia di Vladimir Luxuria, la cultura drag ha smesso di essere un segreto per diventare il manifesto di una community finalmente orgogliosa di sperimentare la libertà di essere sé stessa. Un’eredità testamentaria che oggi rivive proprio nelle parole e nel lavoro di Giorgiomaria.
Per chi ancora non ti conosce: come definiresti te stesso e la tua ricerca artistica?
«Uno scompigliatore di categorie, uno di una specie storta a cui piace rovesciare le facili definizioni, soprattutto quelle che associano i poeti a persone estremamente ingenerose nei confronti del mondo. Al contrario, penso che la poesia possa essere una forma di velenosa, dispettosa e scottante generosità verso il mondo. Un modo per connettere temi, argomenti, figure della storia e tempi che solitamente siamo abituati a vedere come lontani.
È da queste premesse che intuiamo il desiderio e l’ambizione di voler esistere su più fronti: Giorgiomaria è un autore che mastica moltissimi generi letterari, collabora con riviste specializzate, parla di teatro e gioca in maniera consapevole con il linguaggio della moda. I Fumi della Fornace è una di quelle iniziative che, come ci rivela, dirige personalmente insieme ad altri artisti. Si tratta di un festival nato nel 2019 a Valle Cascia, in provincia di Macerata, attorno all’ex fornace Smorlesi. «Una fornace di mattoni abbandonata da dieci anni dopo quasi un secolo di attività. Tra gli abitanti del piccolo paese circolava il mito che i suoi fumi e la contaminazione tossica del territorio ci avessero fatto diventare omosessuali, "storti". Una diceria assurda, diventata però un manifesto di rivendicazioni identitarie. Ecco: questa iniziazione è la nostra forma di rivalsa», osserva, come se ancora si stupisse della potenza di quella bugia costruita ad arte.
La tua geografia interiore affonda le radici nelle Marche e oggi vivi a Venezia, ma Roma si inserisce in questo percorso come un link fondamentale e un paesaggio d'elezione. In che modo questa città ha intercettato e influenzato la tua evoluzione identitaria e artistica?
«Roma è una città così molteplice, così piena di incastri, da suggerire un'idea di identità mutante, in costante cambiamento, pur mantenendo un'impronta forte. Ma la sua identità è una bella menzogna, perché è ricostruita, è rifatta. Anche se la chiamiamo la città eterna, non c'è naturalezza che lo sia davvero. Mi ha accolto con
eventi e mostre che esprimevano i miei primi lavori, quando all'inizio mi occupavo anche di fotografia e di autoritratti che servivano a scoprirmi "bambina storta". C'è stato un periodo della mia vita fondato su questa definizione molto androgina. Penso che Roma lo sia a sua volta, perché mescola insieme così tanti tempi da risultare continuamente reinventata».
Quest’attitudine alla reinvenzione ci porta a riflettere sul significato profondo del dichiararsi oggi: fare coming out è ancora un evento di cui parlare o è qualcosa che passa in secondo piano?
«Il coming out io lo vivo come una forma potentissima, una delle ultime forme di iniziazione al mondo. Anzi, è un modo per dire che si è fieramente contro natura, che non si conosce un'identità naturale, ma che bisogna rinascere al mondo. Io lo trovo un atto rivoluzionario, anche se poi ognuno lo vive in maniera personale».
Giorgiomaria si sistema il colletto della sua camicia Mavranyma, brand marchigiano diretto da Elia Francinella. Su uno dei capi selezionati per lo shooting spiccano delle stampe recuperate dalla produzione artistica rinascimentale del naturalista Ulisse Aldrovandi: sono creature perfettamente composte nel loro essere mostruose, fiere di abitare la loro magnifica stortura. Sono queste immagini che riportano alla mente le parole di Roland Barthes, quando affermava che «di questo mondo della finezza e della fragilità del corpo umano, per me, c’è solo la letteratura che possa veramente rendere conto».
Viene da chiedersi, allora, cosa succeda quando l'abito smette di essere solo un guscio e il corpo diventa il manifesto della propria libertà. In che modo l'esposizione di sé si trasforma in un atto d'amore e di identità?
«Il corpo è un territorio ignoto. Se passassimo davvero attraverso esso e ogni sapere fosse autenticamente incarnato, allora ci scopriremmo più molteplici, più alieni anche a noi stessi. Bisogna infatti amarsi come indigeni e fare del proprio corpo, ogni volta, un bel mistero innamorato».
Una filosofia, questa, che l'autore non si limita a teorizzare, ma abita concretamente. Lo si nota nel modo in cui usa i social, dove il dialogo con la propria immagine avviene senza filtri o sovrastrutture. Ma lo specchio più nitido di questa spontaneità si rivela proprio qui, sul set del Teatro Palladium e negli angoli della Libreria Antigone, dove l’autore di Specie Storta si muove con una certa disinvoltura fra i testi di Mario Mieli e riviste a sfondo erotico.
Giugno è il mese dei Pride, che Roma accoglie ogni anno con grande impegno ed entusiasmo. In occasione di questa celebrazione, se potessi oggi riportare al presente un personaggio della letteratura italiana connesso alla poetica del queer, chi sceglieresti e perché?
«Io direi sempre Mario Mieli, perché è stata la mia iniziazione. Non offre solo una definizione di queer, ma una definizione di corpo mutante, transessuale, fuori dalle catalogazioni biologiche e dai limiti imposti dalla norma. Lui ha sempre detto che bisognava passare per l'alchimia, per la "traviata norma", traviare il senso comune delle cose. La sua morte è ancora una ferita tremenda nel panorama culturale italiano, quindi sono contento che oggi ci sia una riscoperta, perché Mieli resta tutt'oggi una figura di enorme e potentissima eresia. Roma è anche il luogo di Mario Mieli, un vero rivoluzionario, perché ha combattuto sempre anche contro se stesso. I rivoluzionari hanno sempre questo sfregio: non potersi mai ricevere totalmente in un'unica definizione. Mieli ci ha insegnato che l'amore è qualcosa che ti deve completamente mutare e che siamo tutti e tutte transessuali. Questa era una cosa che negli anni '70 era rivoluzionario dire, ma forse oggi lo è ancora di più, in un periodo di apparente grande libertà e di riscoperta di certezze identitarie. Oggi lui sarebbe ancora capace di confonderci e di farci sentire veramente queer, perché esserlo non può diventare un conforto: il queer deve restare una stortura».
Tra uno scatto e l’altro, l'attenzione si sposta sugli scaffali della Libreria Antigone, nel quartiere San Lorenzo, spazio specializzato in studi di genere, femminismi, arte e teorie queer. Giorgiomaria sfoglia copertine che parlano di corpi, sesso e desideri senza censure. È qui che Mieli smette di essere un nome da manuale per diventare una presenza tangibile. Fuori dal trambusto del set, il copione dell'intervista lascia spazio a una riflessione più libera.
Oggi, tra relazioni aperte o esclusive e situazioni indefinite, esiste ancora un modo "giusto" di amare?
«L'amore è sempre un magnifico torto, non conosce definizioni certe. Può essere un veleno, e spesso la sua potenza viene persino sopravvalutata. Eppure funziona come una forza incredibile, che cambia e rovescia le cose, costringendoci anche a perdere il nome proprio. Ecco, forse la cosa più dirompente che l'amore fa è questa: ci sradica dall'identità che conoscevamo fino a quel momento e ci spinge a toccarci con uno o più estranei, a mutare la nostra pelle».
Riflettendo sulla domanda, il filo dei suoi pensieri incrocia Rainer Maria Rilke, quasi a voler trovare una sponda poetica: «L'amore consiste in questo: che due solitudini sicustodiscano, delimitino e salutino a vicenda». È su queste note che smontiamo la macchina da presa per andare via.
Team IED, Giulia Punzo, Martina Tripepi
PH, Carolina Smolec, MURO Productions
Videomakers/DOPs, Lorenzo Bon
Producer/Editor, Bernardo Savastano
Editor in Chief, Martina Mozzati
Look Mavranyma abbinati al guardaroba personale del talent
Thanks to Libreria Antigone Roma


















