A pochi giorni dal prossimo LAUD END PRAUD, evento che unisce arte, creatività, intrattenimento e impegno civile per promuovere i diritti della comunità LGBTQIA+, incontro Andrea Semeghini, fondatore, volto e motore dietro questo progetto indipendente che, anno dopo anno, riesce a riunire persone, linguaggi e esperienze diverse attorno creatività, partecipazione e impegno sociale. Quest'anno il tema sarà Queer Cosmo, un racconto di ciò che accade sul nostro pianeta, raccontato da una prospettiva più alta, quella dello spazio. L'evento vuole restituire proprio questo sguardo "da lassù", su un universo fatto di differenze, connessioni e infinite possibilità. «Ci tengo moltissimo a quello che stiamo costruendo, forse anche troppo per riuscire a viverlo in modo completamente rilassato» mi confessa Andrea Semeghini quando, all'inizio della nostra call, gli chiedo come stia. «Mancano pochi giorni all'evento e siamo in quella fase di rifinitura, che è anche la più delicata. Da un lato c’è la sensazione che la parte più complessa sia alle spalle, dall’altro resta tutto il lavoro di coordinamento finale, che è inevitabilmente ancora molto intenso», aggiunge emozionato mentre cerca di farmi capire quanto lavoro ci sia dietro questo progetto e quanto sia importante non solo per lui ma anche per la community che riesce ogni anno a riunire e connettere.

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Courtesy of Laud End Praud
Dal fashion show di LAUD END PRAUD 2025


Come e quando nasce LAUD END PRAUD?

«LAUND END PRAUD nasce ufficialmente sei anni fa, ma in realtà era già presente, in qualche modo, all'interno del mio percorso e del mio brand, Vanadio23. In passato mi occupavo principalmente di moda, mentre oggi il mio lavoro si concentra maggiormente su una dimensione artistica e progettuale: realizzo sculture, oggetti, ceramiche e altri prodotti che hanno tutti un elemento in comune, l'illustrazione. Le mie illustrazioni sono fortemente legate all'immaginario omoerotico e alla rappresentazione della comunità LGBTQIA+. Ad un certo punto ho sentito l'esigenza di estendere questo linguaggio oltre l'oggetto fisico. Non volevo che il mio lavoro si limitasse a essere qualcosa da vedere o acquistare, ma desideravo creare una comunità che potesse riconoscersi nei valori, nelle immagini e nelle storie che raccontavo attraverso i miei disegni. LAUD END PRAUD diciamo che nasce proprio da questa volontà di trasformare un immaginario visivo in uno spazio condiviso, capace di coinvolgere persone reali. Era un modo per dare una dimensione più ampia a ciò che già esprimevo attraverso le mie opere, passando da una rappresentazione bidimensionale a un progetto vivo, fatto di relazioni, partecipazione e contenuti creati dalla comunità stessa».

Mi sembra che la community abbia accolto molto bene questo progetto, almeno guardando a ciò che LAUND END PRAUD è diventato oggi. Ma tornando all'inizio, com'è stato percepito quando lo hai lanciato nel 2020?

«Nel 2020 il mio prodotto era ancora molto centrale all'interno del progetto, quindi LAUD END PRAUD aveva anche una forte componente di market e di vendita. La prima edizione si è svolta a Milano, in Paolo Sarpi, e abbiamo organizzato una street parade che è stata davvero straordinaria. Già allora avevo percepito un certo fermento... c'era un gruppo di persone entusiaste, desiderose di partecipare e di costruire qualcosa insieme. Fin dall'inizio, però, l'obiettivo non era soltanto commerciale. Parte del ricavato veniva devoluto in beneficenza e c'era una forte volontà di creare occasioni di confronto e di parlare di tematiche legate alla comunità. La componente moda, infatti, è arrivata solo in un secondo momento. Quando ho deciso di introdurla, l'ho fatto soprattutto per dare spazio e visibilità a persone della comunità che, in molti casi, erano molto più competenti e preparate di me nel portare avanti quel tipo di discorso. Il mio percorso è iniziato nel mondo della moda e per molto tempo quello è stato il mio sogno. Oggi non ho particolari rimpianti per come sono andate le cose, ma riconosco che intorno a me ci sono persone di enorme talento. Mi è sembrato naturale utilizzare LAUD END PRAUD come piattaforma per valorizzarle. Per questo non ho mai immaginato una sfilata o un evento dedicato a un singolo brand. Se parliamo di comunità, è la comunità stessa che deve avere voce. Da qui l'idea di riunire designer, creativi e progetti diversi all'interno di uno stesso spazio, proprio come accade nel calendario di LAUD END PRAUD, che oggi raccoglie molte iniziative differenti ma unite da una visione comune».

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Courtesy of Laud End Praud
Dal fashion show di LAUD END PRAUD 2025

Secondo te oggi il mondo della moda può essere definito come inclusivo o c'è ancora molta strada da fare?

«Sì, credo di sì. Oltre alla passerella, ogni brand e ogni persona rappresentano un universo complesso, con dinamiche, esigenze e obiettivi propri. Già di per sé riuscire a lanciare e sostenere un brand indipendente è una sfida enorme. A questo si aggiungono inevitabilmente personalità forti ed egocentrismi che fanno parte del settore creativo. L'idea di LAUD END PRAUD nasce proprio come alternativa a questa logica. Qui non esistono brand moda più importanti di altri: nessuno ha più spazio, più uscite o maggiore visibilità. Tutti partecipano sullo stesso piano. Il progetto si fonda sull'idea di comunità e sulla volontà di creare uno spazio realmente condiviso. Uno degli obiettivi, fin dall'inizio, era anche quello di favorire collaborazioni tra i diversi designer e creativi coinvolti. È qualcosa di molto ambizioso e non sempre semplice da realizzare, ma resta una direzione verso cui mi piacerebbe continuare a lavorare in futuro. Quello che cerchiamo di fare, concretamente, è valorizzare ogni persona che contribuisce alla riuscita dell'evento. Non soltanto i designer, ma anche chi lavora dietro le quinte. Per questo, al termine della sfilata, non escono a salutare solo i creativi: escono i make-up artist, gli stylist, gli assistant e tutte le persone che hanno partecipato attivamente al progetto. È un gesto simbolico, ma racconta bene la nostra filosofia: il risultato finale è sempre il frutto di un lavoro collettivo e ogni contributo ha lo stesso valore».

L'edizione di quest'anno si chiama Queer Cosmo, che cosa dobbiamo aspettarci?

«Ogni anno scegliamo un tema e, puntualmente, mi ritrovo a passare settimane a cercare qualcosa che sia pop, ma non troppo pop. Accessibile, ma allo stesso tempo capace di aprire riflessioni più profonde. Quest'anno il tema a una prima lettura potrebbe sembrare un semplice riferimento allo spazio e all'universo, ma in realtà è molto di più. La sfilata, ad esempio, sarà costruita attorno ai pianeti del sistema solare, che verranno reinterpretati e rappresentati dai designer coinvolti. Ma il vero interesse sta nel modo in cui questo immaginario cosmico si intreccia con le tematiche che vogliamo affrontare. Attraverso i talk, gli incontri e le altre attività del programma, proveremo a decostruire il modo in cui siamo abituati a leggere il cosmo e, più in generale, i simboli che lo abitano. Pensiamo a come pianeti e figure astrologiche siano spesso associati a caratteristiche rigidamente binarie: Venere come simbolo della femminilità, della maternità e dell'amore, Marte come emblema della guerra, della forza e della mascolinità. A noi interessa mettere in discussione queste narrazioni e immaginare nuove possibilità di lettura, più aperte, fluide e inclusive. Questo approccio attraversa tutto il palinsesto. Non riguarda soltanto la sfilata o i talk, ma anche le scelte artistiche e musicali. Ad esempio, abbiamo invitato Luna Defectum per il DJ set, una presenza che dialoga perfettamente con il tema del cosmo e con l'immaginario che stiamo costruendo. In generale, ogni elemento del programma è stato pensato per contribuire a un racconto coerente: nulla è casuale, anche i dettagli più piccoli fanno parte di una visione più ampia».

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Courtesy of Laud End Praud
Dal backstage del fashion show di LAUD END PRAUD 2025

Parlando di pianeti, sapresti dirci come dovrebbe essere il tuo "pianeta perfetto"?

«È una riflessione difficile e, in realtà, mi sento anche un po’ impreparato rispetto a questi immaginari, perché sono una persona molto concreta e molto terrena. Nonostante il tema di quest’anno, io mi sento ancora fortemente legato alla Terra: c’è ancora tantissimo che non ho visto e che vorrei scoprire qui. Mi interessa molto più il “nascosto” di ciò che abbiamo già intorno, piuttosto che l’idea di andare altrove. In questo senso sto bene qui, sulla Terra, che è ancora piena di cose da esplorare. Non sono Katy Perry, non ho questa aspirazione di arrivare in orbita o oltre. A me, in teoria, piace restare qui. L’unica cosa che mi auguro è che chi questo pianeta lo abita possa ritrovare un po’ di senso, di ragione, di empatia e di gentilezza. Perché, in fondo, la domanda resta quella: "perché lo stiamo rendendo sempre più invivibile?"».

Tornando al fashion show di LAUD END PRAUD, come vengono selezionati i designer?

«I designer vengono selezionati da me insieme al team che mi supporta nell'organizzazione del progetto. Per questa edizione, realizzata in collaborazione con Camera Moda Fashion Trust, abbiamo individuato una serie di profili che sentivamo particolarmente in sintonia con il tema e con i valori di LAUD END PRAUD. Molti di loro hanno già partecipato alle edizioni precedenti e hanno scelto, con grande generosità, di tornare anche quest'anno. Tra questi ci sono Giorgia Andreazza, Be Nina e Simon Cracker, che da tre anni fanno parte del progetto in modo continuativo. Simon Cracker, in particolare, è uno dei brand che ci accompagna da più tempo. La selezione non avviene sulla base dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere. Certamente, il progetto nasce all'interno della comunità queer e ne rappresenta i valori, ma la partecipazione è aperta a chiunque condivida quella visione e desideri sostenerla. Anzi, trovo particolarmente significativo quando decidono di partecipare brand e designer che magari non appartengono direttamente alla comunità LGBTQIA+, ma scelgono comunque di esserci. È una forma di alleanza e di supporto molto concreta, che assume un valore ancora maggiore proprio perché nasce da una scelta libera e autentica. Chi partecipa a LAUD END PRAUD non lo fa per un ritorno economico o per una sponsorizzazione. Non c'è una ricompensa in denaro. Lo fa perché crede nel progetto, nelle persone che lo animano e nel messaggio che porta avanti. E per me questo è qualcosa di estremamente prezioso e profondamente apprezzabile».

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Courtesy of Laud End Praud
Dal backstage del fashion show di LAUD END PRAUD 2025

E il casting per i modelli e le modelle?

«Abbiamo appena concluso il casting, che si è svolto nelle scorse settimane. A seguirlo sono state Dani Marie Bordignon e Maria Aminta Daniele. Maria è una figura che mi accompagna ormai da molti anni: è stata la prima persona a curare il casting della primissima sfilata di LAUD END PRAUD e continua a essere una presenza fondamentale all'interno del progetto. È una grande alleata della comunità e, grazie anche al suo store PWC, in via Pietro Custodi a Milano, è riuscita negli anni a creare e accogliere una comunità vivace, fatta di persone, storie e percorsi molto diversi tra loro. Molti dei volti che oggi fanno parte di LAUD END PRAUD arrivano proprio da quella rete di relazioni costruita nel tempo. Per quanto riguarda la selezione, lavoriamo principalmente attraverso uno street casting aperto a tutti. Lanciamo una call pubblica sui social, cercando di raggiungere il maggior numero possibile di persone. L'obiettivo è costruire un cast che sia davvero rappresentativo della pluralità che vogliamo raccontare: inclusivo, aperto e capace di riflettere la ricchezza delle identità e delle esperienze che compongono la nostra comunità».

Online ho letto un post Instagram che diceva: "LAUD END PRAUD è un evento dentro la Milano Fashion Week, ma fuori dalle logiche del sistema". Come vedi oggi il rapporto tra il sistema moda e la comunità LGBTQIA+?

«LAUD END PRAUD ha sempre avuto, forse anche per una mia esigenza personale di affermazione, un legame con il mondo della moda. Per questo motivo entrare nel calendario della Milano Fashion Week rappresenta per noi un grande onore, ma anche un riconoscimento importante. Parliamo di un fashion show nato dal basso, con un'attitudine quasi riot, costruito attraverso la comunità e grazie al contributo di tante persone diverse. Un progetto che non rientra perfettamente nei codici tradizionali della moda istituzionale e che proprio per questo mi rende particolarmente felice vedere accolto e valorizzato da realtà come Camera della Moda. Credo che il gesto più interessante sia proprio questo: aver deciso di guardare verso qualcosa che nasce ai margini dei circuiti tradizionali e che prova a proporre un modello differente. È un segnale di apertura che, a mio avviso, dimostra la volontà di ascoltare nuove voci e nuove modalità di fare cultura e moda. Penso anche che il settore abbia bisogno di un profondo rinnovamento. Per anni abbiamo seguito schemi molto rigidi, standardizzati, quasi meccanici. Eppure i risultati ci dimostrano che forse non tutto ha funzionato come speravamo. Il problema è che spesso continuiamo a replicare gli stessi modelli perché non sappiamo immaginare alternative. Forse oggi c'è davvero bisogno di rompere alcuni meccanismi, di mettere in discussione certe convenzioni e di sperimentare linguaggi nuovi. In questo senso, l'interesse e il sostegno dimostrati da Camera della Moda nei confronti di LAUD END PRAUD mi sembrano un segnale estremamente positivo. È qualcosa che mi onora profondamente e che considero un passo importante verso una moda più aperta, più inclusiva e più capace di dialogare con la realtà contemporanea».

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Courtesy of Laud End Praud
Dal backstage del fashion show di LAUD END PRAUD 2025

Questo riguarda il rapporto con Camera della Moda e, più in generale, il contesto italiano. Ma allargando lo sguardo, come vedi oggi il rapporto tra il sistema moda e la comunità LGBTQIA+?

«Secondo me negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno abbastanza evidente: molti brand hanno scelto di sposare pubblicamente alcune cause legate alla comunità LGBTQIA+, lanciando capsule collection dedicate al Pride, campagne inclusive e iniziative di sostegno. Poi, però, abbiamo visto gran parte di queste realtà fare un passo indietro non appena il clima culturale e politico è cambiato. Questo ci racconta quanto spesso ci sia stato un forte opportunismo. In molti casi si è trattato di cavalcare un'onda, di aderire a una narrazione percepita come positiva e conveniente, più che di una presa di posizione autentica. Le cause della comunità sono state utilizzate come strumento di visibilità e di marketing, più che come un impegno reale e continuativo. Paradossalmente, però, credo che da questa situazione sia emerso anche qualcosa di positivo. Oggi è rimasto chi ci crede davvero. Lo dico anche se, da organizzatore, questo significa avere meno risorse e meno sostegni economici. Molti finanziamenti e molte collaborazioni si sono dissolti, ma quello che resta è infinitamente più autentico. Penso alle persone e alle realtà che stanno sostenendo LAUD END PRAUD oggi. Penso a chi lavora nel mondo della moda, ma anche a chi opera dietro le quinte. Ci sono aziende e professionisti che ci stanno offrendo supporto concreto senza chiedere nulla in cambio. Realtà che mettono a disposizione servizi, competenze e materiali semplicemente perché credono nel progetto e nei valori che rappresenta. Ricevere messaggi da persone che ti scrivono "noi ci siamo, dicci di cosa hai bisogno" è qualcosa di straordinario. È un tipo di sostegno che vale molto di più di una campagna con una bandiera arcobaleno sul logo per un mese all'anno. Perché nasce da una convinzione reale e non da una strategia di comunicazione. Per questo guardo con una certa diffidenza al rapporto tra il sistema moda e la comunità LGBTQIA+. Esistono certamente eccezioni e realtà sincere, ma troppo spesso le istanze della comunità vengono utilizzate come simboli da esibire piuttosto che come temi da affrontare davvero. La moda tende ad appropriarsi di un'estetica, di un linguaggio o di una causa quando questi generano attenzione e valore, salvo poi abbandonarli quando non risultano più convenienti. È una dinamica che va oltre la comunità queer e riguarda molte questioni sociali. Per questo credo che oggi sia fondamentale distinguere tra chi usa certe battaglie come strumenti di marketing e chi, invece, continua a sostenerle anche quando non portano alcun vantaggio immediato. Ed è proprio lì che si misura l'autenticità di un impegno».

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Courtesy of Laud End Praud
Dal fashion show di LAUD END PRAUD 2025

Proprio a questo proposito, LAUD END PRAUD è un progetto indipendente che, in gran parte, si sostiene grazie all'autofinanziamento e al supporto di partner, professionisti e realtà che scelgono di contribuire perché credono nel progetto e nei suoi valori. In questi sei anni hai costruito un evento che continua a crescere, ma immagino che il percorso non sia stato sempre semplice...

«Dalla mia espressione probabilmente si capisce già che le difficoltà non sono mancate (ride, nda). LAUD END PRAUD è diventato un progetto talmente articolato che forse definirlo un festival è ancora eccessivo, ma sicuramente non si tratta più soltanto di una sfilata. E, in parte, il problema sono io: continuo ad aggiungere elementi, idee e nuove iniziative, rendendo ogni edizione più complessa della precedente. Già organizzare un fashion show è un'impresa notevole. Nel nostro caso, però, non parliamo di un singolo brand che porta in passerella una collezione. Abbiamo otto brand coinvolti, e questo significa moltiplicare per otto esigenze, team, fitting, coordinamento e comunicazione. A questo si aggiunge il fatto che ogni capsule collection prevede un look con body painting dedicato, una componente che richiede tempi, competenze e organizzazione molto più complessi rispetto a un make-up tradizionale. E qui, per questa edizione, mi sento di dover ringraziare particolarmente il team MAC Cosmetics, Michele Magnani, Senior Artist del brand, e il suo team che stanno facendo un lavoro incredibile. Poi ci sono i designer, i loro assistenti, i team hair e make-up, lo styling, il backstage: una macchina enorme che spesso sembra andare oltre qualsiasi logica di controllo. E quando finalmente si conclude la parte legata alla sfilata, inizia tutto il resto. Ci sono i talk, le interviste, le performance live, lo show con le drag performer, la conduzione, il DJ set e tutte le attività che compongono il programma della giornata. È un lavoro che richiede un'enorme quantità di energie e coordinamento. Eppure, ogni anno, tutto questo viene ripagato. Viene ripagato dal vedere una comunità riunita nello stesso spazio, dalle connessioni che si creano, dalle persone che si incontrano e si riconoscono. In quei momenti tutte le fatiche, le complicazioni e le inevitabili "rotture di scatole" passano in secondo piano. Spero che chi partecipa percepisca soprattutto questo: un clima di condivisione, entusiasmo e appartenenza. Perché tutto il lavoro che c'è dietro, tutta la complessità organizzativa che mi lascia letteralmente distrutto, alla fine serve solo a rendere possibile quella sensazione collettiva. E quando la vedi accadere, capisci che ne è valsa la pena».

Penso sia proprio questo il motivo principale che ti spinge a fare LAUD END PRAUD. C'è tutta una parte del lavoro, quella che stavi raccontando proprio ora, che spesso non si vede e una persona, da fuori, potrebbe chiedersi: "Ma chi glielo fa fare?"

«Assolutamente sì! Queste soddisfazioni, di cui ti parlavo poco fa, per me non hanno prezzo. Ogni anno mi ritrovo a cercare nuovi sponsor e nuovi partner, ma non soltanto per una questione economica. C'è un numero incredibile di persone che rendono possibile questo progetto e che meritano di essere ringraziate. Penso alla location, penso a Base, penso ai partner, ai volontari, ai professionisti, ai collaboratori. Sono talmente tanti che ogni anno ho il terrore di dimenticare qualcuno. E non perché il suo contributo sia meno importante, ma semplicemente perché la rete di persone coinvolte è diventata enorme. Persino fare la lista dei ringraziamenti e dei crediti è un'impresa. Eppure è una fatica bellissima. Perché alla fine quello che costruiamo è una giornata intera vissuta insieme. Si inizia nel pomeriggio e si va avanti fino a tarda sera, attraversando momenti completamente diversi tra loro. Non è un evento statico, non è una giornata fatta di persone sedute ad ascoltare una serie di interventi senza mai incontrarsi davvero. È un percorso collettivo, fatto di emozioni molto diverse. Ci confrontiamo con temi complessi e spesso dolorosi per la comunità, affrontiamo notizie difficili e questioni urgenti attraverso i talk, ma allo stesso tempo troviamo spazio per immaginare alternative, condividere esperienze e costruire nuove narrazioni. Poi si passa a qualcosa di completamente diverso: il fashion show, che è una dimensione visiva potentissima. E la cosa più bella è vedere persone che magari non hanno mai assistito a una sfilata sentirsi comunque accolte e coinvolte. Perché LAUD END PRAUD è aperto a tutti: non serve appartenere a un determinato ambiente o avere determinate competenze per sentirsi parte dell'esperienza. E la giornata non finisce lì. Ci sono le performance drag, il DJ set, i momenti di incontro informali. Si ride, si balla, si riflette, ci si emoziona. È questo continuo passaggio tra contenuti, spettacolo e condivisione che rende l'evento speciale. Alla fine, più che un insieme di appuntamenti, LAUD END PRAUD è uno spazio in cui le persone possono stare insieme per un'intera giornata, riconoscersi, confrontarsi e celebrare una comunità. Ed è proprio questo che ripaga di tutto il lavoro che c'è dietro».

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Courtesy of Laud End Praud
Dal fashion show di LAUD END PRAUD 2025

Qual è un momento più un bello di una delle edizioni di LAUD END PRAUD che porti nel cuore?

«È molto difficile identificare un solo momento, perché i momenti difficili sono stati infiniti e, fortunatamente, anche quelli belli sono stati tantissimi. Per ogni edizione potrei raccontarne almeno uno che mi ha fatto pensare: "Questa cosa deve continuare. Questa cosa deve andare avanti". Sono episodi che mi ricordano perché vale la pena affrontare tutta la fatica che c'è dietro. Se devo sceglierne uno, penso a Venezia, durante una delle primissime edizioni, credo la seconda. Ricordo il racconto di Antonia Monopoli: un momento di grande intensità emotiva. Eravamo tutti profondamente coinvolti, molti di noi stavano piangendo. C'era un'emozione collettiva fortissima, quasi tangibile. Poi, ad un certo punto, abbiamo iniziato a sentire la musica del DJ set. Nel giro di pochi secondi siamo passati dalle lacrime ai sorrisi, dal raccoglimento alla celebrazione. È stato un cambio di energia immediato, quasi sorprendente. Credo che sia proprio questo uno degli aspetti più belli di LAUD END PRAUD. La possibilità di accogliere emozioni diverse nello stesso spazio. Possiamo parlare di temi difficili, confrontarci con storie dolorose, commuoverci insieme, e subito dopo ritrovarci a ballare, ridere e festeggiare. Non vedo una contraddizione in tutto questo, anzi. Per me è il segno di una comunità viva: una comunità che sa prendersi cura delle proprie ferite senza rinunciare alla gioia, che trova spazio sia per la riflessione sia per la celebrazione. E quando questi momenti accadono, capisco che LAUD END PRAUD ha davvero senso di esistere».

E se dovessi immaginare LAUD END PRAUD in futuro? Anche con un budget più grande...

«Innanzitutto vorrei continuare a lavorare con le persone con cui sto collaborando oggi. A loro devo davvero tantissimo. Ogni anno il team si allarga e si aggiungono nuove persone che, in modo volontario, decidono di dare una mano, di supportare il progetto e di farlo crescere. È qualcosa per cui provo una gratitudine enorme. Detto questo, me lo immagino anche in un’altra dimensione: più visibile, più osservato, con uno sguardo esterno che finalmente gli dia l’attenzione che credo meriti. LAUD END PRAUD, per me, è un megafono e un microfono per molte altre voci e storie. E questo ha un impatto reale, anche concreto. C’è poi tutta la parte legata alla beneficenza, che resta centrale. Quest'anno, ad esempio, tutto ciò che sarà prodotto, comprese le sfilate e i look che arrivano in passerella, verrà poi destinato a un’asta benefica che realizziamo alla Fondazione Sozzani e il cui ricavato andrà direttamente allo sportello Trans ALA Milano Onlus, legato al lavoro di Antonia Monopoli, che sosteniamo da sempre. Questo per me è un aspetto fondamentale che vorrei rimanesse nel tempo: crescita significa anche poter restituire di più. Quando penso al futuro, quindi, lo immagino più grande non per ambizione fine a sé stessa, ma per funzionare meglio. Più strutturato, più fluido, capace di sostenere chi lavora dietro e chi partecipa davanti. E soprattutto più utile. Mi piacerebbe che LAUD END PRAUD diventasse davvero un grande contenitore, quasi un festival a tutti gli effetti, in cui succedono molte cose contemporaneamente: una sala proiezioni dedicata al cinema queer, presentazioni di libri, riviste, incontri e talk. Un luogo in cui la comunità non sia solo rappresentata, ma vissuta attraverso linguaggi diversi. Un festival intero, dedicato alla comunità e non solo, in cui arte, cultura e persone possano convivere nello stesso spazio, in modo libero e continuo».

Sono sicura che riuscirai a realizzarlo e te lo auguro davvero. Per concludere, mi piacerebbe sapere se c’è qualcosa che non ti ho chiesto in questa intervista e che invece vorresti raccontare o aggiungere?

«Non vorrei sprecare questa domanda, perché mi piacerebbe usarla nel modo giusto. Una cosa che forse non ho detto chiaramente è quanto la comunità non sia solo rappresentata all’interno di LAUD END PRAUD, ma sia parte attiva di ogni fase del progetto. Non parliamo di una sfilata in cui le persone transgender, o più in generale le persone della comunità, sono semplicemente in passerella: sono coinvolte nell’organizzazione, sono assistenti, fanno parte del backstage, si occupano del montaggio e dello smontaggio, partecipano ai casting, al trucco, alla costruzione stessa dell’evento. È un progetto che vive grazie a tutte e tutti i volontari che decidono di mettersi in gioco. E una cosa che mi colpisce sempre è la presenza fortissima di giovanissimi: c’è un’energia generazionale incredibile, fatta di persone che stanno iniziando a fare le loro prime esperienze e altre che invece hanno già più percorso alle spalle. Questa convivenza di età, esperienze e competenze diverse è qualcosa che adoro, perché crea un ecosistema molto vivo. C’è chi sta crescendo, chi sta iniziando, chi porta esperienza e chi porta un’energia completamente nuova. Anche dal punto di vista materiale cerchiamo di mantenere questa coerenza: ad esempio, tutto il fashion show è costruito utilizzando tessuti e filati provenienti da deadstock aziendali di Zerow e Accademia Filati, quindi materiali già esistenti che vengono recuperati e reinterpretati. L’idea, in generale, è quella di costruire un progetto che, in ogni suo aspetto, provi a generare qualcosa di positivo: per le persone coinvolte, per la comunità e per il modo in cui si può immaginare e fare moda oggi».